SCIENZA E RICERCA

Migranti, minori a rischio e sempre meno tutelati

Negli ultimi anni, un numero crescente di bambini e adolescenti ha percorso le rotte migratorie per raggiungere – con o senza la propria famiglia – i paesi europei. Secondo l’UNHCR (2018), tra il 2014 e il 2017 sono arrivati in Europa 1,800,000 migranti e rifugiati, di cui 433,000 erano bambini; a questi si devono aggiungere altre 127,000 persone (20% minorenni) arrivate nel 2018. Nonostante siano diminuiti molto gli arrivi lungo la rotta mediterranea, i flussi migratori si sono spostati ad Est e Ovest coinvolgendo maggiormente la Grecia e la Spagna. Questi minori provengono prevalentemente dal Medio Oriente, dall’Asia meridionale e dall’Africa Orientale ed Occidentale e fuggono dai loro paesi a causa di conflitti, violazione dei diritti umani, persecuzioni e povertà (UNICEF, 2019). Migliaia di rifugiati intraprendono percorsi pericolosi per raggiungere l’Europa, e molti muoiono alla ricerca di un luogo dove poter sopravvivere. 

In Italia attualmente si trovano 131,000 persone che negli anni hanno ricevuto protezione internazionale, un numero molto inferiore a quello di altri paesi europei. Oltre 18 mila sono minori non accompagnati o separati dai loro genitori (UNHCR, 2018), un gruppo particolarmente a rischio a causa della mancanza del sistema naturale che avrebbe il compito di crescere e proteggere questi giovani garantendone la sopravvivenza. I bambini e gli adolescenti non accompagnati spesso hanno affrontato viaggi di diversi mesi o anni e sono stati esposti a violenze, torture e schiavitù. Inoltre, migliaia di essi escono dal circuito dell’accoglienza e si rendono ‘irreperibili’, diventando così ancora più vulnerabili perché privi delle tutele e della protezione offerte dal sistema di accoglienza nazionale (Save the Children, 2018).

Ma quali sono gli effetti psicologici delle migrazioni forzate su bambini e adolescenti? 

La letteratura scientifica è univoca nel considerare la migrazione forzata come un evento che può compromettere significativamente la salute mentale e la qualità delle relazioni sociali di coloro che hanno vissuto questo tipo di esperienza (Betancourt, Frounfelker, Mishra, Hussein, & Falzarano, 2015; Fazel, Wheeler, & Danesh, 2005). Gli eventi traumatici più frequenti vissuti da questi minori comprendono la separazione dalla famiglia di origine, le violenze subite prima e durante il viaggio, l’aver assistito a uccisioni, e la detenzione in centri di permanenza transitori (Özer, Sirin, & Oppedal, 2016). Inoltre, l’incertezza legata all’esito della domanda di protezione internazionale, la condizione di dipendenza dagli enti di accoglienza, le difficoltà di inserimento nella società di arrivo e la distanza tra sistemi valoriali della cultura di origine e di quella ospitante costituiscono dei fattori di rischio postmigratori altrettanto importanti che possono avere un impatto negativo sulla salute mentale (Fazel, Reed, Panter-Brick, & Stein, 2012; Motti-Stefanidi, 2018). 

I problemi psicologici più frequenti riportati da questi minori comprendono il disturbo posttraumatico da stress e sintomi di ansia, depressione e somatizzazione, anche se la manifestazione di questi sintomi può variare molto a seconda dell’età del bambino (Betancourt, et al., 2015; Fazel, Reed, Panter-Brick, & Stein, 2012). Ad esempio, i bambini di età prescolare tendono a regredire a fasi di sviluppo precedenti e a manifestare comportamenti aggressivi o di ritiro/chiusura, mentre quelli di età scolare presentano soprattutto sintomi somatici, paure e difficoltà nelle relazioni sociali o nella sfera cognitiva. Gli adolescenti oscillano maggiormente tra comportamenti esternalizzanti (es. aggressività, condotte a rischio o antisociali) ed internalizzanti (es. depressione, tendenze suicidarie). Queste problematiche, se non riconosciute, rischiano di essere confuse con altre patologie (es. deficit da attenzione e iperattività, problemi del comportamento) o addirittura con la mancanza di un’istruzione adeguata. 

È importante notare che, nonostante gli eventi traumatici vissuti, molti bambini e adolescenti si dimostrano resilienti. Tra i fattori che contribuiscono a un adattamento positivo vi sono un buon temperamento, un’elevata autostima, l’avere credenze e atteggiamenti positivi, una forte identità etnica, alcune caratteristiche a livello familiare quali la coesione e l’adattabilità, e un alto supporto sociale nella società di accoglienza (Ehntholt & Yule, 2006). Inoltre, alcuni giovani rifugiati riportano dei cambiamenti positivi nella loro vita in seguito alle esperienze traumatiche vissute, che derivano dall’aver affrontato e gestito situazioni altamente pericolose (Sleijpen, Haagen, Mooren & Kleber, 2016). Questi cambiamenti si manifestano in un miglioramento delle relazioni interpersonali, in un maggiore senso di forza personale, in cambiamenti nelle priorità della vita e in una vita spirituale più ricca (Tedeschi & Calhoun, 1996). 

Nell’insieme, la presenza di bambini e adolescenti con queste caratteristiche fornisce delle indicazioni importanti su quali fattori di protezione andrebbero rinforzati e incentivati ai vari livelli del contesto sociale per favorire un maggiore benessere anche a seguito di lunghi e difficili percorsi di migrazione.

In che modo allora i paesi di accoglienza possono favorire una buona integrazione, massimizzando le risorse di questi minori?

La maggior parte degli approcci di intervento attualmente esistenti pone l’accento sul coinvolgimento di contesti multipli nel lavoro con i minori migranti e rifugiati. In altre parole, è importante considerare le caratteristiche individuali di ciascuno, icontesti prossimali comela famiglia, la scuola e i centri di accoglienza, ma anche i contesti sociali più ampi, ovvero la cultura, le ideologie e le politiche sociali del paese ospitante (APA, 2010; Motti-Stefanidi, 2018). Dal punto di vista culturale ed evolutivo infatti è molto difficile pianificare un unico protocollo di intervento che possa universalmente promuovere il benessere e l’integrazione dei minori rifugiati, anche perché questi ultimi rappresentano una popolazione molto eterogenea. 

I paesi di accoglienza possono facilitare il processo di integrazione lavorando parallelamente su più fronti. Un primo punto di partenza importante riguarda i privati cittadini e le comunicazioni mediatiche. L’uso di un linguaggio xenofobo, accompagnato dalla paura di ciò che non si conosce e dalla rapida diffusione mediatica di eventi nazionali e internazionali che hanno visto coinvolti giovani immigrati, hanno portato ad un aumento della tendenza a discriminare membri di culture diverse dalla propria e a un’aumentata percezione del rischio ad essi connessa (Rubaltelli, Scrimin, Moscardino, Priolo, Buodo, 2018; Scrimin & Rubaltelli, 2019). Questo clima generale si manifesta con atteggiamenti di sospetto o apatia nei confronti dello straniero, spesso accompagnati dall’idea diffusa che i ‘profughi’ si approfittino dell’accoglienza e dei servizi di prima necessità che vengono loro offerti sulla base delle norme vigenti.

Un altro fronte importante riguarda le istituzioni pubbliche dei paesi di accoglienza. Tra questi, la scuola svolge un ruolo fondamentale poiché può dare stabilità e sicurezza ai giovani migranti e rifugiati se gli insegnanti riescono a costruire un clima scolastico positivo, che valorizzi la diversità utilizzando una didattica culturalmente responsiva e implementando buone pratiche per favorire i processi di inclusione (Schachner, 2017; UNESCO, 2018). In caso contrario, questo ambiente rischia di diventare un’ulteriore fonte di forte disagio incrementando il senso di insicurezza, l’isolamento sociale e la discriminazione

Anche i servizi del territorio hanno una rilevanza preminente, in quanto la possibilità di accedere a una rete di sostegno formale (es. servizi sociali e sanitari) e informale (es. privato sociale, centri parrocchiali), oltre a garantire le necessità primarie, consente di stabilire delle relazioni significative e dei legami di attaccamento nei confronti delle persone residenti e del territorio stesso (Juang et al., 2018). Tutto ciò ha effetti fortemente positivi sul benessere psicologico, riducendo la condizione di marginalità che di per sé costituisce uno dei fattori di rischio principali per la salute mentale dei minori migranti e rifugiati (Yaylaci, 2018). 

È quindi indispensabile fornire degli strumenti di conoscenza ai cittadini e alle figure professionali più coinvolte (es. insegnanti, operatori sociali e sanitari, educatori) per sensibilizzare maggiormente alle problematiche più comuni di bambini e adolescenti che hanno affrontato la migrazione forzata, e che sono dovute principalmente a fattori di rischio pre-, peri- e post-migratori, nonché alle condizioni di salute fisica e psicologica delle loro figure di accudimento (se presenti). Tuttavia, è altrettanto importante trasmettere conoscenze su come potenziare le risorse di questi giovani e creare occasioni di scambio, ascolto e interazione con la cittadinanza per aiutare da un lato i nuovi arrivati a costruire un capitale sociale vitale, dall’altro i residenti a sentirsi a proprio agio con persone provenienti da culture diverse dalla propria senza sentirsi minacciati (Abdi, 2018). 

La società italiana come sta rispondendo alle necessità dei minori migranti e rifugiati? 

Nel panorama nazionale, le attuali politiche sull’immigrazione di fatto rendono molto difficile l’implementazione delle azioni e delle buone pratiche emerse dalla ricerca scientifica e raccomandate dagli esperti. Per esempio, in riferimento ai minori stranieri non accompagnati, fino all’entrata in vigore della legge 117/2018 (il cosiddetto decreto Salvini) la maggior parte di questi giovani (circa l’80%) otteneva un permesso di soggiorno per motivi umanitari che consentiva loro di entrare nel circuito dell’accoglienza e di accedere alle tutele previste dalla legge (Eurostat, 2018). Tuttavia, l’abolizione della protezione umanitaria prevista dalla nuova legge fa sì che i minori soli rimangano completamente privi di tutela, nonostante nella quasi totalità dei casi essi provengano da paesi in cui non viene garantita la dignità umana e per i quali la nostra Carta fondamentale impone di concedere l’asilo politico (Save the Children, 2018). Ciò porterà a maggiore irregolarità e ad un aumento della marginalità sociale che, come dimostrato da numerosi studi (Freilich & Addad, 2017; Lyons et al., 2013), è correlata alla manifestazione di comportamenti delinquenziali, contribuendo così a peggiorare il clima di insicurezza già presente sul territorio nazionale.

A questo proposito, un recente documento delle Nazioni Unite riguardante lo stato dell’attuazione della Convenzione sui Diritti dell’infanzia e dell’adolescenza nel nostro paese ha formulato alcune raccomandazioni per evitare che la condizione dell’infanzia venga a messa rischio o compromessa (UN, 2019). Tali raccomandazioni riguardano, tra le altre, la necessità di implementare una specifica salvaguardia dei minori migranti e rifugiati rispetto a quanto previsto dalla legge 117/2018, l’adozione di una serie di misure volte a ridurre al minimo i tempi di attesa per l’elaborazione della domanda di protezione e del permesso di soggiorno, la diffusione di conoscenze e pratiche nella società civile per prevenire la discriminazione dei minori a causa della loro origine, e la promozione dell’accesso a opportunità educative-formative di qualità per la salvaguardia dell’equità e dell’uguaglianza sociale. 

Da queste raccomandazioni emerge l’urgente necessità di trovare delle modalità sostenibili, condivise anche a livello internazionale, per affrontare il fenomeno migratorio nel rispetto prioritario del superiore interesse dei minori e tenendo conto delle loro specifiche vulnerabilità. Ciò deve avvenire adottando una prospettiva a lungo termine che miri a un sistema europeo di accoglienza e protezione dei minori per promuovere e tutelare i diritti dell’infanzia e adolescenza.

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