MONDO SALUTE

“La coda di Straub” di Stefano Massarelli nella cinquina finalista del Premio Galileo

Farmaci utilissimi per la medicina o sostanze d’abuso che mietono migliaia di vittime? Su questo doppio binario corre la storia degli oppioidi, raccontata nel libro La coda di Straub – Da cura miracolosa a minaccia globale: l’oppio e l’era del Fentanyl (Piano B, 2025) scritto da Stefano Massarelli. Il saggio è uno dei cinque titoli finalisti al Premio Galileo 2026 e si muove con passo divulgativo ma rigoroso dentro la storia della farmacologia e delle neuroscienze, mostrando come alcune molecole sviluppate per alleviare il dolore possano trasformarsi in strumenti ambigui, sempre in bilico tra la terapia e il rischio di creare dipendenza.

Stefano Massarelli è un giornalista che scrive sui temi di scienza e medicina e, dal 2025, lavora al Dipartimento delle Politiche contro la droga e le altre dipendenze della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Protagonista del suo libro è una sostanza che fin da subito si capisce essere potentissima, ma “divenuta tristemente nota negli anni seguenti per aver provocato il decesso di decine di migliaia di persone in ogni angolo del mondo, inclusi personaggi dello spettacolo e star della musica. Una sostanza divenuta il simbolo di un’epidemia complessa e multiforme, le cui radici si perdono nei meandri della storia della medicina e nell’eterna lotta dell’uomo contro i mali della propria carne e del proprio animo, nei confronti dei quali solo una sostanza sembrava donare il giusto conforto: l’oppio”.

Il titolo del libro rimanda a un fenomeno ben noto nella farmacologia sperimentale: la cosiddetta “coda di Straub” cioè la caratteristica reazione osservata nei ratti in alcuni test fatti in laboratorio. Il nome viene dagli studi del farmacologo tedesco Walther Straub, il quale “aveva osservato, già agli inizi del Novecento, che gli animali tendono a inarcare la coda a S sulla schiena ogni volta che viene somministrato loro un analgesico oppioide”. In pratica, se ai roditori venivano dati degli oppioidi (in particolare la morfina), le loro code si irrigidivano e restavano sollevate. Si tratta di una risposta fisiologica mediata dal sistema nervoso centrale, che viene utilizzata come indicatore dell’effetto di queste potenti sostanze sull’organismo.

La scelta di questo titolo sembra quindi richiamare un dettaglio apparentemente piccolo e tecnico che però rivela qualcosa di molto più grande: l’azione profonda degli oppioidi sul cervello e sul comportamento. In questo senso, la “coda” diventa una metafora efficace dell’intero saggio di Massarelli: un effetto visibile che rimanda a meccanismi molto complessi, ma anche alle conseguenze spesso imprevedibili dell’uso di queste sostanze.

Dall’antica teriaca agli oppioidi sintetici

Uno dei punti di forza de La coda di Straub è la capacità di intrecciare avvincenti racconti storici e spiegazioni scientifiche approfondite. La storia degli oppioidi ricostruita da Stefano Massarelli affonda infatti le sue radici nell’antichità, con la teriàca: un preparato complesso che era composto da decine di ingredienti (tra cui oppio, erbe, spezie e persino carne di vipera), utilizzato per secoli come antidoto contro veleni e malattie. L’autore lo descrive come il “medicamento più prezioso, nonché più longevo della storia umana, antico di oltre duemila anni: la teriaca. L’origine di questo antico preparato farmaceutico, considerato miracoloso, viene fatta risalire a Mitridate, il re di Ponto, l’odierna Turchia, vissuto circa un secolo prima di Cristo”. Di questo farmaco esistevano molte ricette diverse e veniva preparato solennemente, in particolare a Venezia e a Bologna fino al XIX secolo.

Venendo poi alla medicina moderna, l’autore cita varie molecole come la dopamina (sintetizzata per la prima volta nel 1910) i cui studi pionieristici hanno rivoluzionato la comprensione del cervello e portato a terapie fondamentali per la malattia di Parkinson. Ma c’è anche il caso emblematico dell’ossicodone, antidolorifico oppioide commercializzato con il nome di OxyContin®, che ha portato a una crisi sanitaria senza precedenti per colpa dell’esplosione di prescrizioni negli Stati Uniti e di alcune strategie molto discutibili messe in atto dall’industria farmaceutica.

Tra le pagine emergono anche storie meno note ma significative, per esempio quella del tramadolo, percepito come un analgesico più sicuro di altri oppioidi che viene invece raccontato come un caso ambiguo. Si tratta infatti di un profarmaco, cioè una “molecola priva di un’attività farmacologica intrinseca ma capace di attivarsi nell’organismo al termine di una serie di trasformazioni chimiche ancora solo parzialmente note, che hanno luogo a livello del fegato, dell’intestino e del cervello umano”. Proprio per questi suoi effetti atipici e imprevedibili il tramadolo è stato a lungo sottovalutato nei suoi rischi di dipendenza, così come è successo per un’altra molecola: la codeina, diffusa in sciroppi per la tosse e farmaci da banco. La codeina diventa nel libro uno dei simboli di quella zona grigia tra uso terapeutico e abuso, anche per la variabilità individuale nel modo in cui viene metabolizzata.

Accanto a queste sostanze, Massarelli descrive anche molecole ancora più potenti e controverse come gli oppioidi sintetici legati alla devastante epidemia di overdose da fentanyl che oggi miete vittime in ogni angolo del mondo. Proprio il fentanyl, che è cento volte più potente della morfina, e i suoi derivati ancora più forti mostrano quanto rapidamente l’innovazione farmacologica possa sfuggire al nostro controllo, trasformando radicalmente il panorama delle dipendenze e del narcotraffico.

La coda di Straub ricostruisce con uno stile chiaro e ricco di esempi una storia che tiene insieme progressi scientifici e moniti etici, soffermandosi anche su alcune narrazioni distorte sul rischio di dipendenza. L’autore riesce a rendere accessibili concetti complessi, come i meccanismi d’azione dei neurotrasmettitori o le dinamiche della dipendenza, mantenendo sempre una tensione narrativa. Quello di Stefano Massarelli è un saggio che invita a guardare la scienza non come un percorso lineare che avanza inesorabile da un successo all’altro, ma come un terreno accidentato e attraversato da grandi ambivalenze. Un libro che parla di farmaci, ma soprattutto di responsabilità: della ricerca, della medicina e, in ultima analisi, della società.

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