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In Salute. Attivo il primo servizio di gestione del trauma cranico in Italia

Una caduta in bicicletta, un incidente automobilistico o, come accade più frequentemente tra chi pratica sport di contatto come il rugby, un impatto in campo. Sono molti i modi in cui ci si può procurare un trauma cranico, anche con il rischio che la problematica venga sottovalutata o sottodiagnosticata. 

Pochi Paesi al mondo oggi dispongono di programmi strutturati e integrati per l'identificazione e il monitoraggio della concussione cerebrale. Tra questi, Canada, Australia e Stati Uniti hanno definito politiche specifiche integrate in modo capillare all’interno dei rispettivi sistemi sanitari (tra questi Heads-UpParachute), che includono servizi dedicati, specialisti e specialiste e programmi educativi rivolti sia al personale sanitario sia ai non addetti ai lavori. 

Ora per la prima volta anche in Italia è stato avviato un servizio di questo tipo all’interno dell’Azienda Ospedale-Università di Padova, nell’unità operativa complessa di Medicina dello Sport diretta da Andrea Ermolao. Nella nuova struttura il personale sanitario si dedica alla valutazione, alla diagnosi e al trattamento delle concussioni cerebrali in età pediatrica e adulta.

Veronica Baioccato e Silvia Bressan ci hanno spiegato come è nato il progetto e a quali esigenze risponda, nell’ambito di una collaborazione multidisciplinare che vede l’unione di più competenze. Baioccato oggi è responsabile del nuovo ambulatorio e collabora con la Federazione Italiana Rugby, mentre in passato ha lavorato come medica di squadra nel rugby, occupandosi della gestione dell’emergenza e dei traumi cranici in campo. Bressan invece dirige il Pronto soccorso pediatrico dell’Azienda Ospedale-Università di Padova e una decina di anni fa ha contribuito all’avvio di un centro per la gestione della concussione cerebrale a Melbourne.

Trauma cranico, non “solo” una botta 

Il trauma cranico o concussione cerebrale è una lesione cerebrale causata da un colpo traumatico alla testa o al corpo con conseguente trasmissione della forza all'area cranio-cervicale. Le conseguenze possono essere varie, per qualità, intensità e durata: oltre ai sintomi fisici, che sono i più noti, si possono manifestare anche problemi di tipo psicologico, emotivo e disturbi del sonno. La maggior parte delle persone adulte guarisce nell’arco di due settimane, mentre in età pediatrica i sintomi possono persistere fino a quattro settimane dopo l’infortunio. Nel 10% dei casi anche oltre il mese. 

“La difficoltà nella gestione della commozione cerebrale – spiega Veronica Baioccato – sta proprio nella manifestazione dei sintomi, che mostrano un’ampia variabilità. Si va dai sintomi fisici, come cefalea e cervicalgia, nausea e vertigini, fino ai sintomi legati all’emotività e alla sfera cognitiva”. Possono manifestarsi dunque sintomi depressivi, ansia, nervosismo, oppure difficoltà a concentrarsi o a ricordare, o sensazione di annebbiamento. 

Numerosi casi di concussione cerebrale, soprattutto lievi, passano inosservati in ambito sanitario o non vengono segnalati da chi ne viene colpito. In uno studio condotto negli Stati Uniti su 809 pazienti con trauma cranico, il 17% circa ha avuto un ritardo nella diagnosi delle lesioni intracraniche, con possibili conseguenze cliniche negative. La causa più comune era la tardiva richiesta di assistenza sanitaria da parte di chi aveva subito il trauma. Un’altra ricerca condotta in tre ospedali canadesi ha rilevato che circa un paziente su sei con segni e sintomi di commozione cerebrale non è stato diagnosticato correttamente al momento della visita in pronto soccorso.

La situazione in Italia 

Per comprendere la situazione italiana, il gruppo di ricerca padovano negli ultimi anni ha condotto una serie di studi a livello nazionale e regionale. Attualmente, particolare attenzione è rivolta alla commozione cerebrale legata allo sport: il trauma cranico è una delle lesioni più frequenti nel rugby, per esempio, ma fino a qualche tempo fa la dimensione del fenomeno non era nota. Rappresenta circa il 7% di tutti gli infortuni sportivi e il 70% di queste lesioni sport-correlate si verifica in ragazzi e ragazze al di sotto dei 19 anni. 

Un primo studio pubblicato nel 2022 dal team ha rilevato che su 1000 ore totali di gioco accumulate dai giocatori, i casi di commozione cerebrale erano in media 6,75. Questo valore è risultato inferiore rispetto a qualsiasi altro rilevato in precedenza in altri Paesi, se confrontato con livelli di competizione simili tra atleti maschi. L’incidenza di commozione cerebrale nel rugby italiano, dunque, sembra essere bassa rispetto a quella osservata nel rugby all’estero. 

Risale all’anno successivo uno studio condotto nella regione Veneto, l'area italiana con la più alta partecipazione giovanile nel rugby. Il campione considerato è stato di 1.719 atleti e 235 allenatori dei 52 club di rugby del Veneto. Dall’analisi dei questionari somministrati, è emerso che su 337 giovani atleti che ritenevano di aver subito un trauma cranico durante una partita (circa il 20%), quasi il 52% ha continuato a giocare. Inoltre, quasi il 63% degli atleti ha ammesso di non aver riferito i sintomi, principalmente per paura di non giocare le partite successive (45%) o di indebolire la squadra (20%). 

Nel 2025 infine è stata pubblicata un'analisi retrospettiva di 14 anni, condotta nel Pronto Soccorso pediatrico di Padova, secondo cui le commozioni cerebrali rappresentano quasi il 13% di tutti gli infortuni correlati al rugby. 

“Abbiamo scoperto – sottolinea Veronica Baioccato a commento degli studi svolti – che probabilmente la concussione cerebrale in Italia è sottodiagnosticata, e che l’incidenza risulta inferiore rispetto ad altri Paesi. Una possibile spiegazione è una minore intensità di gioco rispetto all’estero; un’altra è che chi si affaccia al mondo come professionista sanitario o come staff tecnico non è sempre sufficientemente formato nel riconoscere il problema”. 

Questi dati hanno dunque confermato la necessità di istituire un percorso clinico specialistico per affrontare la problematica della sottodiagnosi e della gestione inappropriata, che spesso deriva dalla scarsa formazione di professionisti sanitari e staff tecnici.

Il primo servizio per la gestione del trauma cranico in Italia 

A dicembre del 2025 viene dunque ufficialmente presentato il primo servizio italiano per la gestione della concussione cerebrale nell’Azienda Ospedale-Università di Padova. Si tratta di un progetto che propone un cambio di prospettiva: dalla gestione episodica del trauma cranico a un percorso strutturato, multidisciplinare e personalizzato. 

A questo risultato si giunge grazie all’unione di più competenze, a partire dall’esperienza svolta da Silvia Bressan una decina di anni fa in Australia: “Durante la mia fellowship sul trauma cranico a Melbourne, ho approfondito la valutazione pediatrica nelle diverse fasce d’età a seguito di commozione cerebrale, oltre a studiare l’impostazione di un approccio terapeutico integrato. Questo deve comprendere infatti non solo cure farmacologiche quando necessarie, ma anche interventi riabilitativi, neuropsicologici e altre strategie di supporto”. Per favorire dunque un recupero globale del paziente. 

Una volta tornata in Italia Bressan inizia a collaborare con Baioccato, Ermolao e Marco Vecchiato, specialisti nel campo della medicina dello sport. “Si tratta di un progetto che, nel nostro contesto, richiedeva prima di tutto la diffusione di una nuova cultura. Passo dopo passo siamo riusciti a costruire una collaborazione stabile. Oggi il servizio, pur avendo il suo cuore nell’ambito della medicina dello sport, è ampio: non riguarda solo la parte pediatrica, ma si estende anche agli adulti”. 

Le persone con trauma cranico oggi possono contare, dunque, a Padova su un’équipe multidisciplinare che comprende specialisti e specialiste di vari settori come medicina di urgenza ed emergenza, medicina dello sport, neurologia, fisiatria, neuropsicologia, otorinolaringoiatria, neurochirurgia e oculistica. Chi prende in carico il paziente lo segue in tutte le fasi del percorso clinico: dal momento acuto fino al ritorno alle attività quotidiane, scolastiche e sportive.

L’attenzione alla dimensione emotiva 

“Uno dei grandi punti di forza del servizio – sottolinea Baioccato – è stato il coinvolgimento di neuropsicologi e neuropsicologhe. Ci occupiamo soprattutto di una popolazione adolescenziale, con un’età media di circa 15 anni. In questa fascia d’età, soprattutto nel genere femminile, osserviamo un’incidenza maggiore di problematiche legate all’alterazione dell’emotività, che spesso non vengono diagnosticate o non vengono correlate all’evento traumatico. Per questo riteniamo utile eseguire uno screening generalizzato anche dal punto di vista psicologico, per capire chi è opportuno prendere in carico. Questo compito è stato affidato ai colleghi della neuropsicologia; dall’attività svolta è emerso che circa il 10% di pazienti seguiti finora ha avuto bisogno di un supporto psicologico per riprendersi da una commozione cerebrale. È un dato confrontabile con la letteratura scientifica e conferma quanto questo tipo di intervento sia indispensabile”. 

Secondo Baioccato, un altro aspetto importante è educare chi lavora nella sanità al riconoscimento di questi sintomi, perché la componente emotiva viene spesso sottovalutata e alcuni tratti vengono ricondotti alle caratteristiche tipiche dell’adolescenza. “In realtà il ragazzo o la ragazza ha avuto una commozione cerebrale e non riesce più a performare come prima. Questo genera frustrazione e deflessione del tono dell’umore, che vanno gestiti con strumenti adeguati”.

L’esercizio fisico come cura 

Il primo passo importante è il riconoscimento precoce dei sintomi. “Se a 72 ore dal trauma cranico il paziente non si sente tornato alla normalità, è opportuno procedere con una valutazione medica. Qualsiasi sintomo che rappresenti un cambiamento rispetto al suo stato abituale e che influisca sulle capacità fisiche, cognitive o emotive merita attenzione. L’invio al nuovo ambulatorio può avvenire tramite medico di medicina generale, pediatra di libera scelta, o pronto soccorso”. 

Si esamina innanzitutto il quadro clinico complessivo per individuare in che area i sintomi prevalgano. “Circa il 50% dei pazienti che vediamo è già in fase di risoluzione – spiega Baioccato –. In questi casi procediamo con la prescrizione di esercizio fisico”. Come ha spiegato Andrea Ermolao in un’intervista di qualche tempo fa, “l’esercizio fisico è medicina, è terapia vera e propria per molte patologie ed è fondamentale svolgerlo”. 

Il percorso dunque inizia con attività aerobica a intensità controllata, tenendo sempre monitorata la frequenza cardiaca. Gradualmente aumentano sia lo sforzo fisico sia la complessità cognitiva associata al movimento, con l’obiettivo di riportare il paziente alla piena funzionalità o allo sport. “Questo approccio – sottolinea Baioccato – è utile anche nei non atleti: la commozione cerebrale ha un substrato infiammatorio e l’esercizio agisce proprio come un antinfiammatorio. La letteratura scientifica su questo tema è in costante evoluzione con sempre maggiori evidenze scientifiche”. 

Nei casi in cui invece prevalgano sintomi neurovisivi, emotivi, cervicali o cefalalgici, il percorso viene personalizzato e integrato con consulenze specialistiche dedicate. “In tutti i casi, l’attività fisica resta una componente centrale del trattamento”.

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