SCIENZA E RICERCA

Naomi Oreskes: Perché fidarsi della scienza?

Già. Perché dovremmo fidarci della scienza? La domanda, posta nel 2021, assume forse un sapore particolare e si confonde con quella, apparentemente simile ma per niente uguale, che in tanti ci siamo posti durante questi mesi: perché dovremmo fidarci degli scienziati? Ma considerate che quando Naomi Oreskes ha scritto il suo libro, Perché fidarsi della scienza (Bollati Boringhieri, 2021) la pandemia era ancora un pensiero vago da menagrami e la questione si muoveva su termini ancora generali. Non di meno, la domanda era antica, cruciale e fondante per chiunque si fosse già fatto qualche domanda sul rapporto tra scienza e società.

Intanto, perché proprio lei: Naomi Oreskes è storica della scienza all’università di Harvard ma nasce geologa, e negli anni ottanta esordisce lavorando in Australia alle miniere di uranio. Poi cambia strada, e dalle profondità della Terra sposta lo sguardo sui cambiamenti climatici. Diventa storica della scienza. E secondo un percorso molto personale comincia a dedicarsi allo studio dei metodi della ricerca e alla loro comunicazione al grande pubblico.

La sua missione per anni è stata quella di sgomberare il campo dai negazionismi del clima: sua l’analisi del contenuto di migliaia di articoli scientifici con cui si è dimostrato che il consenso sulle cause del riscaldamento globale è unanime. E suo (con il coautore Erik M. Conway) lo svelamento della strategia dei “mercanti di dubbi” che per decenni hanno cercato di convincere l’opinione pubblica di una spaccatura in due della comunità scientifica rispetto a temi per niente controversi, come il fumo di sigaretta (fa male: siamo tutti d’accordo) e di nuovo i cambiamenti climatici (esistono e sono responsabilità dell’uomo: siamo tutti d’accordo).

Qual è il fondamento della (presunta) autorevolezza della scienza?

Qui la domanda di partenza si concentra su una questione più generale: può, la scienza, oggi, aspettarsi di essere autorevole solo in quanto scienza? Di bastare a se stessa, quando parla col pubblico? Se notiamo un allontanamento di certe parti della società, forse è il caso di chiedersi perché, ma da un punto di vista più alto. Cioè: qual è il fondamento della (presunta) autorevolezza della scienza?

Oreskes comincia la sua argomentazione riepilogando la storia e la filosofia della scienza dacché qualcuno ha cominciato a definirla così. La sintesi è efficace, scorrevole e molto utile anche se si ha bisogno di un ripasso. Si parte dal positivismo di Auguste Comte, che diceva che la scienza è un sapere positivo: produce conoscenza attendibile perché fondata su un metodo. Metodo, cioè il contrario di dottrina. Ma metodo quale?

Saltiamo al Novecento

Anche oggi, a dire il vero, c’è chi si riferisce al “metodo scientifico” che sarebbe il fondamento dell’autorità della scienza, senza peraltro saperlo definire. Oreskes in qualche pagina mostra bene come e perché questo mitologico “metodo” in realtà sia un concetto assai scivoloso.

Per gli empiristi, il metodo era basato sul principio di verificazione: si fa un’ipotesi e si verifica se sta in piedi (ne segue che tutto quello che non può essere verificato, come la religione, non è scienza). Quindi si segue l’induzione: esperimento, esperimento, esperimento.

Poi arriva Karl Popper che ribalta la questione. L’induzione non può funzionare, quello che distingue la scienza dalle altre forme di conoscenza è il suo esercizio del dubbio. Quindi, più che la verificabilità, la scienza si deve basare sulla falsificabilità. Il bravo scienziato, cioè, non fa esperimenti per confermare, ma per provare a smentire. E la buona scienza, quella a cui noi possiamo credere, è quella che resiste agli esami più severi.

A un certo punto arrivano gli studiosi della scienza come attività collettiva, che notano come nelle comunità di scienziati ci siano stili di pensiero condivisi e istituzioni che promuovono la collaborazione. Su queste idee si fonda il pensiero di Thomas Kuhn che parla di “paradigmi” della scienza, dentro cui gli scienziati si muovono compatti finché tutto va bene, e di “crisi” che portano a “rivoluzioni” che inducono a cambiamenti di significati, valori, priorità, vocabolari e metodi della scienza. Quindi non sono più verificabilità o falsificabilità a rendere scientifica un’idea, ma la sua consistenza a un paradigma. E il progresso scientifico è lo slittamento dei paradigmi.

Dopo Kuhn, le scienze umane insisteranno sul carattere collettivo della costruzione scientifica, più che sul metodo, e sui suoi legami coi valori sociali dominanti. Fino al lavoro di Paul Feyerabend che arriva a negare l’esistenza di un “metodo” della scienza. E ci conduce per mano alla domanda da cui siamo partiti.

E allora perché dovremmo fidarci della scienza?

A questo punto, Oreskes comincia a dare la sua risposta.

Dovremmo fidarci della scienza, risponde Oreskes, proprio per il suo carattere sociale e per il suo continuo scambio con il resto del mondo. Il nostro confronto con la scienza, cioè, è esso stesso una delle ragioni per cui ha senso che ci confrontiamo con la scienza e per cui la scienza produce un sapere di cui ci possiamo fidare. Poggiando la sua riflessione sulle filosofie femministe del Novecento, Oreskes invita a considerare l’oggettività della scienza come un traguardo: quanto più riusciamo, collettivamente, a far confluire nella scienza punti di vista diversi, quindi quanto più la rendiamo inclusiva, tanto più la scienza diventerà solida. Perché il suo sguardo sul mondo sarà più ampio e perché è dove esiste la maggiore possibilità di critica che è possibile la maggiore oggettività.

Perciò non si deve guardare all’ampiezza del consenso come a un totem invincibile della scienza.

E allora ecco che Oreskes continua la sua argomentazione in un capitolo dal titolo “Quando la scienza va storta”, perché a volte succede ed è necessario ammetterlo. È successo per esempio per l’adesione a idee e filosofie parallele che hanno inquinato le capacità di giudizio degli scienziati, come quando gli americani hanno rifiutato l’idea della deriva dei continenti di Wegener perché la interpretavano dettata da una scienza europea di per sé autoritaria e con tendenze antidemocratiche. O perché invece di fare scienza si sono messi a fare politica, come nel caso della promozione delle idee eugenetiche.

Ma se a volte la scienza è andata storta, non significa che tutta la scienza sia storta. Così come se è sacrosanto che gli scienziati lavorino guidati dall’esercizio del dubbio, non significa che chiunque possa esprimere dubbi qualsiasi sulle idee della scienza. Anzi: “talvolta uno ‘scettico’ è soltanto qualcuno che non sa perdere”, chiosa Oreskes con efficacia.

Se tutto questo vi ha incuriosito, sappiate che Naomi Oreskes ha incontrato virtualmente l’autrice di questo articolo grazie al Circolo dei Lettori di Torino, e ha risposto alle sue domande. L’incontro è andato in onda il primo marzo ed è visibile sul sito del Circolo ma anche qui di seguito.

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