SOCIETÀ

Parità di genere in Europa: la strada è ancora lunga

La notizia è rimbalzata sui media di tutto il mondo lo scorso 7 dicembre: Rubin Ritter, uno dei co-amministratori del negozio di moda online Zalando lascia l’azienda con due anni di anticipo sul termine del contratto. Motivo? «Voglio dedicare più tempo alla mia famiglia che sta crescendo». Aggiungendo che d’ora in poi «le ambizioni professionali di mia moglie dovrebbero avere la priorità». Trentotto anni, Ritter è a Zalando fin dall’inizio e ha avuto un ruolo centrale nel trasformare la start-up berlinese in un colosso mondiale. L’annuncio è diventato una notizia anche perché che un marito faccia un passo indietro per favorire la carriera della moglie è un’abitudine ancora piuttosto rara nel contesto europeo. 

A sancire la straordinarietà della scelta di Ritter sono i dati recentemente pubblicati dallo European Institute for Gender Equality (EIGE). Nonostante l’avanzamento della società il lavoro di cura familiare ricade ancora largamente sulle spalle delle donne: nell'Unione Europea, il 92% delle donne fornisce assistenza non retribuita diversi giorni alla settimana, contro il 68% degli uomini.

«I vantaggi di una divisione più equa del lavoro di cura sono evidenti», ha sottolineato la direttrice di EIGE Carlien Scheele. «I paesi con una condivisione più equa dell'assistenza non retribuita tra donne e uomini tendono ad avere tassi di occupazione più elevati per le donne e minori divari di genere nelle retribuzioni». Una ripartizione ineguale, infatti, è il principale limite alle prospettive di carriera delle donne e alla base della differenza di retribuzione tra i due sessi.

I paesi con una condivisione più equa dell'assistenza non retribuita tra donne e uomini tendono ad avere tassi di occupazione più elevati per le donne e minori divari di genere nelle retribuzioni Carlien Scheele, direttrice di EIGE

Per esempio, analizzando un semplice compito, quello della custodia dei figli, la ricerca di EIGE mostra chiaramente che l’utilizzo di servizi che sgravino il compito delle donne permette loro di guadagnare di più con il proprio impiego. Le donne con figli di età inferiore ai 12 anni che utilizzano servizi di babysitter o simili per almeno 14 ore la settimana guadagnano il 4,8% in più su base oraria rispetto a coloro che non li usano. Per gli uomini, questa differenza è minore, il 2,6%, sintomo di una differenza più generale della retribuzione tra uomini e donne.

 

Le quote riservate

Il lavoro è uno dei sei pilastri che compongono l’indicatore generale che EIGE ha calcolato per ogni paese membro dell’UE. Tra i paesi che hanno migliorato di più questo aspetto in confronto alla rilevazione del 2010 c’è anche l’Italia. «L’introduzione delle quote riservate alle donne e di altre misure “soft” [per favorire l’equità tra uomini e donne] in alcuni stati membri», ha raccontato David Barbieri, uno degli statistici di EIGE, presentando il Gender Equality Index 2020, «ha contribuito a far diminuire l’ineguaglianza in questo settore». Oggi, solo la Francia ha più del 40% di donne nei consigli di amministrazione delle grandi aziende, ma in Italia, Belgio, Germania, Paesi Bassi, Danimarca e Finlandia sono almeno un terzo.

Questo miglioramento, importante anche da un punto di vista simbolico, si scontra però con l’ultimo gradino non ancora scalato: 9 amministratori delegati di grandi aziende su 10 sono uomini.

 

Presunti lavori da uomo e presunti lavori da donna

Oltre che nei ruoli apicali del lavoro, le disparità sono evidenti in modo particolare in alcuni settori. Parlando alla conferenza di presentazione del rapporto, Jolanta Reingarde, la coordinatrice del programma di ricerca di EIGE, ha ricordato come in Europa le donne guadagnino ancora meno degli uomini a parità di mansioni e inquadramento. Ancora più grave è però il tema della segregazione, cioè il fenomeno per cui ci sono “lavori da donne” e “lavori da uomini”. Nell’Unione Europea, il 93% dei babysitter sono donne, così come è donna l’86% della forza lavoro in ambito sanitario (ovviamente con pochi primarie donna) e il 95% dei collaboratori domestici e di chi assistente anziani e disabili.

All’intersezione tra lavoro e cura della famiglia, si trova anche il tema del lavoro part time. Sono 7,7 milioni le donne che scelgono questa formula per poter avere tempo da dedicare ai compiti di cura e assistenza non retribuiti, mentre sono solo 450 mila gli uomini in questa condizione. «C’è bisogno di una serie di norme che favoriscano più donne a partecipare completamente al mondo del lavoro», ha indicato Reingarde, «ma anche di favorire che più uomini si prendano cura della gestione della famiglia».

C’è bisogno di una serie di norme che favoriscano più donne a partecipare completamente al mondo del lavoro, ma anche di favorire che più uomini si prendano cura della gestione della famiglia Jolanta Reingarde, coordinatrice del programma di ricerca di EIGE

Tutto parte già dall’istruzione

Secondo i ricercatori di EIGE, il mondo del lavoro è in buona parte una conseguenza di come sia organizzato l’ambito dell’istruzione. In questo campo, la suddivisione, spinta dalla pressione socio-culturale, in corsi di laurea ritenuti più o meno adatti alle donne è dove si comincia a delineare la segregazione che si registra poi nel mondo del lavoro. Anche in questo pilastro, quello della conoscenza, lo studio di EIGE mostra un’Italia che ha fatto passi in avanti negli ultimi dieci anni (assieme alla Romania), ma evidenzia anche i passi indietro di alcuni paesi con le economie più importanti del continente, come la Germania, il Regno Unito e i Paesi Bassi.

Proprio nel settore dell’ICT gli studenti europei sono nell’82% dei casi uomini e questo si traduce con un settore lavorativo dove gli uomini occupano esattamente 8 posti di lavoro su 10. Un settore tecnologicamente avanzato come quello delle telecomunicazioni è particolarmente significativo perché è l’esempio più lampante di settore ad alta retribuzione da cui le donne tendono a essere escluse. E le ragioni di questa esclusione si cominciano a formare già in ambito universitario. Il risultato è che le donne europee «rischiano di essere escluse dai benefici dell’attuale trasformazione digitale», ha sottolineato Reingarde.

Nel corso degli anni la segregazione sul fronte del lavoro non è particolarmente migliorata a livello generale. E questo, secondo EIGE, porterà nel prossimo futuro le donne a essere leggermente più a rischio di perdere il lavoro perché sostituite dalla tecnologia rispetto a quanto potrà accadere agli uomini.

Il futuro non è roseo

Tra il 2010 e il 2018 l’indice generale europeo, e quello di molti paesi, è cresciuto di circa 4 punti, cioè di mezzo punto all’anno. Ciò significa che per raggiungere 100, ovvero la parità completa, mantenendo lo stesso tasso l’Unione Europea dovrebbe arrivarci nel 2080. Il lancio stampa dell’Indice si apre quindi con la domanda: possiamo aspettare altri sessant’anni?

L’incremento maggiore in questi anni è arrivato nel settore del potere, dove le donne sono state a lungo ancor più escluse che in altri. Il Gender Equality Index non considera il potere solamente dal punto di vista della politica. Si tratta di un macroindicatore composto da diversi ambiti in cui le donne hanno più o meno potere, da quello dei ruoli nelle istituzioni al loro ruolo nel settore economico e in quello sociale. Il progresso maggiore arriva anche da una situazione di partenza di particolare ritardo, che rischia in questo momento di crisi pandemica di subire un’ulteriore battuta di arresto.

«Le donne sono per lo più escluse dagli organi di decisione attivati per gestire l’emergenza Jolanta Reingarde, coordinatrice del programma di ricerca EIGE

Gli effetti di COVID-19 sulla società europea rischiano di esporre la fragilità della situazione di molte donne e mettono ancora una volta in evidenza l’esclusione delle donne dai ruoli apicali. È vero, per esempio, anche per il Comitato Tecnico Scientifico istituito dal Governo italiano. Nella prima formazione a 20 componenti non erano comprese donne. Solamente con l’allargamento del 15 maggio scorso deciso dal Capo Dipartimento della Protezione Civile sono state integrate sei donne.  L’allargamento è arrivato solo dopo una serie di polemiche sulla scarsa rappresentanza di donne. 

La risposta del capo della Protezione Civile è stata una delle più lampanti dimostrazioni pratiche di quello che gli esperti di EIGE hannp raccontato con i numeri del loro ultimo rapporto: “I membri del comitato vengono individuati in base alla carica, come ad esempio il capo della Protezione civile o il presidente dell'Iss. Se questa cariche fossero state ricoperte da donne avremmo avuto nel comitato tecnico scientifico una componente femminile adeguatamente rappresentata”. Il rapporto è comunque passato da 20 contro 0 a 20 contro 6. Le donne sono ancora meno di un quarto: serviranno ancora molti esempi come quello di Rubin Ritter per spingere la società a togliersi le lenti degli stereotipo di genere dagli occhi.

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