CULTURA

Premio Campiello: le cinque “belle storie” finaliste

Stamattina nell'Aula Magna dell'Università di Padova, la giuria dei letterati ha deciso. Con una votazione sofferta che ha richiesto, in ultimo, di andare al ballottaggio tra Tommaso Pincio e Andrea Tarabbia, come ogni ultimo venerdì di maggio il Premio Campiello ha espresso la cinquina di finalisti che si contenderanno il prestigioso premio. Ora spetta ai trecento lettori anonimi decretare il vincitore, che sarà reso noto al teatro La Fenice di Venezia il prossimo 14 settembre.

Quello che tutti i giurati hanno sottolineato, declinandolo in modo personale e diversamente sentito, è che la qualità delle opere in concorso (pubblicate negli ultimi dodici mesi) è stata decisamente migliore dell'anno passato (quindi delle opere uscite due anni fa, su cui, nel 2018, si era fatta un po' di polemica). Ha esordito Daniela Brogi, docente di Letteratura Contemporanea presso L'Università per Stranieri di Siena, evidenziando come la giuria si sia orientata tenendo a mente tre capisaldi: che riuscire a scrivere e pubblicare non significa necessariamente saper scrivere; che saper scrivere non implica in automatico essere uno scrittore e, infine, che essere uno scrittore non coincide con il saper narrare. Spesso, ha sottolineato, c'è una separazione troppo forte tra l'arte della scrittura (lo stile, per intendersi) e l'arte della narrazione, quella che Manzoni chiamava la "bella storia" e noi diremmo semplicemente trama. Ma cosa rende un fatto letterario, quindi? La sua risposta è ossimorica e affascinante: deve saper rompere il silenzio e insieme staccarsi dalla chiacchiera.

Troppe volte infatti un libro cerca un uditorio generico, che decida di leggere venti pagine in tram anziché scrollare il telefonino, o, viceversa cerca un pubblico autoreferenziale che si compiaccia di verità raccontate una, due, tre volte e ancora; magari con una lingua cui piace ascoltarsi più che trasmettere.

Ciò che la critica oggi cerca, lo hanno detto diversi dei giurati del premio, non è un ancorché lodevole lavoro di buon artigianato (mostrato da molte opere pervenute al premio, grazie probabilmente a un abile lavoro di editing delle case editrici) ma quei romanzi che ambiscano a superare "la maniera" per estro inventivo e per efficacia espressiva, in grado di destabilizzare anziché consolare (Federico Bertoni, docente di Teoria della letteratura presso l'Università di Bologna) e di rompere il "guscio dell'italiano stanco, persino nel turpiloquio" (Lorenzo Tomasin, docente di Filologia romanza e Storia della lingua italiana all'Università di Losanna).

Scrivere e pubblicare non significa saper scrivere; saper scrivere non implica essere una scrittore e, infine, essere uno scrittore non coincide con il saper narrare Daniela Brogi

La convergenza sui cinque nomi degli autori finalisti non è arrivata subito (Silvia Calandrelli ha rivelato un dietro le quinte: le discussioni sono state "animate" pure in fase di selezione) e ciascun giurato ha tenuto salda la sua linea, così, nonostante non siano entrati in finale, anche Tommaso Pincio, Claudia Durastanti, Antonio Scurati  e Vanni Santoni sono stati più volte nominati.

Infine ecco i cinque autori e i cinque romanzi finalisti di uno dei più importanti premi letterari italiani, giunto alla cinquasettesima edizione:

Laura Pariani, Il gioco di Santa Oca (La Nave di Teseo),

Paolo Colagrande, La vita dispari (Einaudi),

Giulio Cavalli, Carnaio (Fandango),

Francesco Pecoraro, Lo stradone (Ponte alle Grazie),

Andrea Tarabbia, Madrigale senza suono (Bollati Boringhieri).

Nessuno di questi racconta, diversamente dalle accuse che vengono di solito mosse alla letteratura italiana, storie dell'oggi, dell'uomo comune, di casa nostra, in cui facilmente identificarsi. No davvero. E non resta quindi che leggerli, ricercando tra le loro pieghe quel briciolo di immortalità che ancora attribuiamo alla letteratura.

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