SOCIETÀ

Il prezzo del petrolio: un sorvegliato speciale

Il 20 aprile scorso, nel pieno dell’emergenza Covid-19, i maggiori siti di informazione titolavano su un evento senza precedenti: uno dei tanti, a dire il vero, di questi mesi che hanno sconvolto il mondo. Il prezzo del greggio, in caduta libera dai primi di marzo, era appena diventato per la prima volta nella storia negativo, scendendo fino a meno 37 dollari e 65 centesimi al barile (l’unità di misura più usata per le quantità di greggio, pari a circa 158 litri). Alla lettera, significava che chi in quel momento voleva acquistare un barile di petrolio non solo non doveva pagarlo, ma riceveva anche 37 dollari e 65 in regalo. Salvo che quel dato non va preso alla lettera e le cose non stavano proprio così, come vedremo.

Il prezzo del greggio, in caduta libera dai primi di marzo, era appena diventato per la prima volta nella storia negativo

Ora che l’economia mondiale faticosamente riparte, anche il prezzo del greggio è tornato a salire (poco sopra i 30 dollari al barile, mentre scriviamo) ma rimarrà per un pezzo un sorvegliato speciale. Quel prezzo è infatti uno dei numeri chiave dell’economia. È considerato un termometro dello stato di salute dell’economia mondiale, con la tendenza a salire o scendere bruscamente in risposta a crisi, recessioni, guerre (e pandemie, come abbiamo visto). L’oro nero d’altronde rimane la fonte di energia più utilizzata, rappresentando il 32 per cento della produzione energetica mondiale. Molto meno del 44 per cento che rappresentava all’inizio degli anni Settanta, ma sempre la fetta principale.

Praticamente tutte le attività produttive usano petrolio – per l’energia elettrica, per i trasporti, per i materiali – e il prezzo del greggio determina a cascata i prezzi di quasi tutti gli altri beni. I prezzi del cibo, per esempio, tendono a seguire da vicino quelli del petrolio, tanto che la FAO considera la volatilità del prezzo del greggio una delle principali minacce alla sicurezza alimentare.

Dall’andamento del prezzo del greggio dipenderà il futuro del nostro sistema energetico, che faticosamente si cerca di traghettare verso le tecnologie rinnovabili e lontano dal predominio dei combustibili fossili. Dipenderà la stabilità politica di molti paesi che all’estrazione di petrolio affidano la propria economia – dal Medio Oriente alla Russia, dal Venezuela alla Nigeria, ma anche intere regioni degli Stati Uniti e del Canada. Anche e soprattutto per chi lavora perché il mondo si liberi prima possibile della dipendenza da combustibili fossili, insomma, è importante capire come e perché si muove il prezzo del petrolio. Ma se si prova a capirlo, ci si accorge che quel numero è molto più complesso di quanto sembri.

A ognuno il suo prezzo

In realtà non esiste “il” prezzo del petrolio, ma “i prezzi”. Ogni varietà di greggio ha il suo, che dipende in parte dalle sue qualità fisiche e chimiche, e per il resto dalle scelte geopolitiche e di mercato di produttori e acquirenti. Cominciamo dalla parte più semplice: a seconda del giacimento da cui proviene, il petrolio può essere più o meno denso (quindi “heavy” o “light”, nel linguaggio tecnico) e contenere più o meno impurità, in particolare zolfo (è “sweet”, dolce, il greggio che ne contiene meno, ed è “sour”, aspro, quello più carico di zolfo. Alta densità e alto contenuto di zolfo rendono più complicato il processo per estrarre il greggio dal suolo, pomparlo attraverso un oleodotto e lavorarlo in una raffineria per estrarne benzina, gasolio, kerosene. Il petrolio più apprezzato, per il quale i clienti sono disposti a pagare di più, è quindi quello “dolce e leggero”, come l’Arabian Super Light, proveniente dall’Arabia Saudita: grado API (l’unità di misura del peso specifico del greggio, come fissata dall’American Petroleum Institute) oltre 50, quindi molto meno denso dell’acqua, e appena lo 0,09 per cento di zolfo. All’altro estremo, petrolio di origine venezuelana come il Boscan o il Laguna, con grado API attorno a 10 (più o meno la stessa densità dell’acqua) e con il 5 per cento e oltre di zolfo. Mentre scriviamo questo articolo, per esempio, il listino prezzi delle diverse varietà di greggio mostra opzioni per tutte le tasche: dai 2 dollari al barile del greggio canadese, faticosamente estratto dalle sabbie bituminose, ai 30 e passa delle (apprezzatissime) varietà nigeriane o angolane.

Dall’andamento del prezzo del greggio dipenderà il futuro del nostro sistema energetico

Per orientarsi, gli analisti si concentrano allora sulle varietà di greggio più vendute e più rappresentative delle diverse regioni di produzione, e le usano come “benchmark”, cioè come prezzi di riferimento per capire in che direzione va il mercato nel suo complesso. I principali sono il West Texas Intermediate (WTI), greggio “light and sweet” proveniente dallo stato USA, è il petrolio americano per eccellenza e il principale termometro di quel mercato; il Brent, appena più ricco di zolfo, è il più importante greggio europeo. Deve il suo nome al giacimento Brent nel Mare del Nord, ma è in realtà un blend: come per i whisky, viene ottenuto mescolando diverse varietà di petrolio estratto dalle acque tra Inghilterra, Scozia e Norvegia. C’è poi l’OPEC basket, non un singolo prodotto ma un paniere statistico che calcola una media dei prezzi delle varietà di petrolio dai paesi dell’OPEC (l’associazione che riunisce 13 paesi produttori tra Medio Oriente, Africa e Sud America, con a capo l’Arabia Saudita). E c’è il Dubai Crude in rappresentanza degli Emirati, il più pesante e “amaro” tra i principali benchmark. Quando i giornali parlano del “prezzo” del petrolio, si riferiscono essenzialmente al prezzo di uno o più di questi benchmark, o a una media tra di essi, e in America ed Europa ci si interessa soprattutto a WTI e Brent.

Perché e come cambia nel tempo il prezzo del petrolio?

La risposta dell’economista classico è “in base a domanda e offerta, come ogni prodotto”. Ma è un po’ troppo semplice. Il petrolio non è mai stato un bene come gli altri. Troppo centrale per l’economia mondiale, troppo diversamente distribuito tra chi lo ha e chi lo consuma. E così quello del greggio non è mai stato un vero libero mercato, e il prezzo del petrolio è stato a tratti rigidamente regolato e calmierato, a tratti manipolato ad arte per scopi geopolitici.

Dal consolidamento della moderna industria petrolifera alla fine dell’Ottocento, fino agli anni ‘70 del secolo successivo, il prezzo è rimasto stabile con una graduale tendenza alla diminuzione. A tenerlo sotto controllo era la presenza di attori chiaramente dominanti, prima la Standard Oil di Rockfeller, poi le famose Sette Sorelle (locuzione coniata da Enrico Mattei per designare le compagnie petrolifere che allora controllavano il mercato). E anche la mano di ferro della politica, dalle autorità dello stato del Texas (che preso da solo sarebbe il terzo produttore al mondo) che regolavano la produzione al governo federale statunitense che, con i dazi all’importazione, proteggeva i petrolieri americani dalla concorrenza.

Tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta le cose cambiano. Da un lato la produzione americana di greggio non riesce più a stare dietro la domanda mondiale in continua ascesa: tornerà a esserne capace decenni dopo grazie al boom dello shale oil, ma in quel momento gli Usa diventano sempre più dipendenti dalle importazioni. Dall’altro, i grandi esportatori riuniti nell’OPEC cambiano tattica. Pur controllando una quota relativamente piccola della produzione mondiale (circa il 30 per cento) iniziano a usare efficacemente il petrolio come arma politica. Nel 1973, allo scoppio della guerra dello Yom Kippur che vede Israele scontrarsi con Egitto e Siria, i paesi OPEC annunciano un taglio volontario della produzione e un embargo verso i paesi alleati di Israele, USA in testa. Il prezzo del greggio, che in valori attuali navigava tranquillamente intorno ai 20 dollari al barile da decenni, schizza oltre i 60. L’Occidente fa i conti con il primo shock petrolifero (è il periodo in cui l’Italia introduce per la prima volta le targhe alterne, per limitare la spesa in prodotti petroliferi). Il prezzo salirà ancora di più nel 1979 dopo la rivoluzione iraniana, andando oltre i 100 dollari al barile. Un secondo shock causato più dal panico legato all’instabilità politica che dal (modesto) calo della produzione iraniana.

Il prezzo salirà ancora di più nel 1979 dopo la rivoluzione iraniana, andando oltre i 100 dollari al barile

Gli anni Ottanta sono invece quelli del contro-shock. Gli USA entrano in recessione, la domanda di energia cala, ma allo stesso tempo nuovi giacimenti appena scoperti nel Mare del Nord provocano un eccesso di offerta. Per qualche anno i paesi OPEC riducono volontariamente la produzione per tenere alti i prezzi e salvaguardare i propri profitti – una tattica che usata molte volte nella storia del greggio. Ma il peso di questa politica grava soprattutto sulle spalle dell’Arabia Saudita, di gran lunga il principale produttore dell’OPEC. A metà anni Ottanta la produzione saudita scesa a 3,5 milioni di barili al giorno, contro i 10 milioni del 1981. Il regno saudita non ci sta più, decide di lasciare gli altri membri OPEC al loro destino, e nel 1986 torna a far funzionare i propri pozzi a pieno regime. Il mercato si ritrova inondato di greggio, e il prezzo precipita, fino anche a meno di 7 dollari (di allora) al barile per alcune varietà.

Il greggio resta poi a buon mercato fino a metà anni 2000, tra i 20 e i 40 dollari al barile, salvo brevi impennate dovute alla prima e seconda guerra del Golfo (che fanno temere per i livelli di produzione) e un tonfo epocale alla fine degli anni Novanta con la crisi finanziaria del Sudest asiatico: in quel momento gli investitori fuggono terrorizzati da quelle paesi in via di sviluppo di cui fino a poco prima erano così entusiasti, l’economia di molte parti del mondo rallenta e la domanda di petrolio cala.

Gli anni Ottanta sono invece quelli del contro-shock

Da lì in poi, montagne russe. Prima un calo in risposta alla crisi finanziaria del 2007. Poi un picco oltre i 110 dollari al barile nel 2008, per un incrocio di fattori: eccezionale crescita della domanda dovuta alla crescita cinese, un’offerta che non riesce a stare dietro (erano gli anni in cui ci si preoccupava seriamente che la produzione stesse raggiungendo il picco, prima dell’esplosione dello shale che avrebbe fatto degli Usa di nuovo uno dei primi produttori mondiali), la crisi del dollaro. Nuovo calo e un paio d’anni di calma, prima di una nuova storica impennata fino a 120 dollari al barile causata dalla crisi del regime egiziano tra il 2011 e il 2012.

Nella seconda parte del decennio il prezzo resta per lo più tra i 50 e i 70 dollari al barile: effetto di un precario equilibrio tra la nuova abbondanza di petrolio americano che tenderebbe a spingere il prezzo giù, un fragile accordo tra OPEC e Russia per limitare la produzione in modo da tenerlo su (e rendere la vita più difficile proprio a quella galassia di produttori americani che hanno costi molto alti, a causa dell’uso del fracking). Fino al crollo di quest’anno, per la prima volta da decenni ben sotto i 20 dollari barile, a causa dalla pandemia (crollo della domanda) e un’Arabia Saudita di nuovo stufa di tenere a freno i propri pozzi per aiutare il resto dell’OPEC, che inonda il mercato di greggio proprio quando nessuno lo vuole (eccesso di offerta). Il prezzo del greggio, insomma, è da qualche decennio a questa parte decisamente volatile. Anche per questo il mercato ha iniziato a offrire agli operatori strumenti per assicurarsi contro il rischio prodotto da questa volatilità, strumenti che possono essere usati anche per speculare sul prezzo del greggio. E siamo quasi arrivati alla spiegazione di quel prezzo negativo.

Petrolio oggi e domani

Gli specialisti distinguono oggi tra due mercati del petrolio: quello fisico, e quello finanziario. Sul primo operano estrattori, trasportatori, immagazzinatori e raffinatori, che scambiando davvero barili di greggio per mezzo di contratti detti spot: io ti pago, e tu mi consegni a stretto giro il greggio. Solo una piccola parte delle transazioni sul petrolio avvengono così. La maggior parte viaggia sul mercato finanziario, dove si scambiano i contratti future, con cui ci si impegna a consegnare o ritirare quantità prefissate di un certo tipo di greggio più avanti nel tempo: tra uno, due, tre mesi (i contratti più usati) ma anche tra sette e otto anni. Per chi effettivamente è interessato a comprare greggio, come una raffineria, i contratti future servono a ridurre l’incertezza. Assicurarsene una certa quantità tra qualche mese o tra un anno a un prezzo fissato, anziché aspettare l’ultimo momento, serve a mettersi al riparo dalle oscillazioni del mercato e programmare meglio il budget.

Ma i future sono diventati soprattutto uno strumento per investitori che non hanno nessuna intenzione di acquistare davvero petrolio: cercano solo di fare profitto sulle oscillazioni del suo prezzo. Chi compra un future con scadenza a giugno, per esempio, si impegna in teoria a ritirare quella quantità di greggio a fine maggio. Ma in pratica, solo una minoranza dei future sul petrolio si conclude con un’effettiva consegna. Per lo più, poco prima della scadenza, chi li possiede compra un contratto di segno opposto (se si era impegnato a comprare mille barili, fa un contratto per venderne altrettanti), e con il ricavato compra un altro future per il mese successivo, mantenendo l’investimento. Il petrolio fisicamente non si sposta, ma – come per ogni prodotto finanziario – sulle transazioni si può perdere o guadagnare, perché il prezzo a cui si rivende il contratto è diverso da quello pagato per aprirlo.

I prezzi che i giornali finanziari riportano alla voce “quotazioni del greggio” sono più spesso quelli future, in particolare su WTI e Brent, che non i prezzi al mercato fisico. Perché i prezzi fisici interessano solo società petrolifere, le raffinerie e i gestori degli oleodotti, mentre i future interessano molte più persone, compresi investitori che un barile di petrolio non lo vedranno mai.

Di solito, a seconda di come va l’economia e di quello che il mercato si aspetta dal futuro, i prezzi dei future sono leggermente superiori o leggermente inferiori a quelli “spot”: abbastanza diversi per specularci sopra, ma non troppo. Se però il meccanismo che consente di convertire i contratti alla scadenza si inceppa, può succedere l’imprevedibile.

Che significa “prezzo negativo”?

È quello che è accaduto tra il 20 e il 21 aprile, portando i giornali a titolare che il prezzo del petrolio era diventato negativo. In quei giorni scadevano i future WTI di maggio: chi aveva in tasca quei contratti doveva rivenderli sul mercato (“girare” a qualcun altro i barili che si era impegnato a comprare un mese prima), o farsi consegnare fisicamente il petrolio. A causa della smisurata sovrabbondanza di petrolio sul mercato la prima opzione, quella abituale, si rivelava difficilissima.

Ma la maggior parte degli speculatori erano del tutto impreparati alla seconda opzione: non hanno mai visto un barile in vita loro e non saprebbero dove metterlo. E in realtà c’è un solo posto dove metterlo: tutti i contratti sul WTI prevedono la consegna fisica a Cushing, Oklahoma, il maggior sito di immagazzinamento di petrolio negli USA, con una capacità di oltre 91 milioni di barili. Ma per farsi consegnare petrolio lì, bisogna aver prenotato per tempo lo spazio nei serbatoi, e a fine aprile a Cushing c’era il tutto esaurito.

Le penali per chi non onora il contratto, cioè per chi alla scadenza dice “scherzavo, il petrolio non lo voglio”, sono salatissime. Per questo, ai detentori dei WTI in scadenza il 20 aprile, presi dal panico, conveniva pagare qualcuno – magari qualcuno che avesse ancora a disposizione dello spazio a Cushing – per liberarsi di quell’impegno. Ed ecco spiegato il prezzo negativo. Che però era solo del WTI. Il prezzo del Brent europeo, che a differenza del WTI è un prodotto globale rivolto a un mercato più grande e che può contare su più spazio di storage, non ha avuto gli stessi problemi e non è mai andato sotto i 20 dollari al barile. E anche sul WTI, nello stesso momento, i future su giugno erano in territorio positivo: il mercato contava su una parziale risalita della domanda o almeno che i produttori trovassero una soluzione per allora. Il prezzo negativo di fine aprile era quindi un fenomeno soprattutto finanziario e soprattutto americano. Ma è bastato perché molti si chiedessero se presto qualcuno ci avrebbe regalato benzina ai distributori, o perlomeno per aspettarsi prezzi al consumo molto bassi. Anche qui, non è così semplice.

Dal prezzo del petrolio al brezzo della benzina

Il greggio è la materia prima da cui si ottengono benzina, gasolio e altri carburanti di origine fossile. Naturalmente il prezzo del greggio influenza quello dei carburanti, e di conseguenza i prezzi di benzina e gasolio sono scesi in queste settimane.

Ma il costo del greggio è solo una piccola parte del prezzo finale della benzina, per cui no, quest’ultimo non andrà mai sotto zero. Innanzitutto, i nostri combustibili risentono più del prezzo del Brent che di quello del WTI.  E poi, il prezzo della benzina è per oltre il 70 per cento dovuto a imposte e IVA. Il resto, meno del 30 per cento, è il costo industriale, che comprende il margine di guadagno per la compagnia petrolifera e per tutti gli intermediari (dai trasportatori al gestore della pompa). L’11 maggio la benzina in Italia costava 1,362 Euro, dei quali poco più di 20 centesimi rappresentano il costo della materia prima. E materia prima vuol dire benzina raffinata, quindi, in quei 20 centesimi ci sono i costi di tutto quanto sta a valle del pozzo di petrolio. Ecco perché anche oscillazioni brutali del costo del greggio arrivano molto attutite ai prezzi alla pompa. 

Uno sguardo al futuro

Che cosa dobbiamo aspettarci dal prezzo del petrolio, nei prossimi mesi e nei prossimi anni? La risposta corretta è quasi certamente: altre oscillazioni e altre montagne russe, perché più passa il tempo e meno il mercato del petrolio assomiglia a quello regolato e politicamente controllato che era un tempo. La recessione economica che incombe, l’instabilità politica dalla Libia all’Iran, la spinta politica (debole e insufficiente finché si vuole, ma presente) verso la riduzione delle emissioni e l’abbandono dei combustili fossili, le trasformazioni in corso nel settore auto (crescita dell’elettrico e della mobilità condivisa), la guerra commerciale sempre dietro l’angolo tra Arabia, Russia e Stati Uniti. Tutti fattori che nei prossimi anni potrebbero cambiare bruscamente, e più volte, la richiesta di petrolio o la sua disponibilità sul mercato. Non abbiamo la palla di vetro, ma possiamo dare un’occhiata alle attuali quotazioni dei future a lunga scadenza, che in teoria riflettono le aspettative del mercato su quali saranno i prezzi spot a quella data: se il future WTI in scadenza a gennaio 2025 si vende a 45 dollari al barile, chi lo acquista e vende prevede che il costo del greggio sul mercato fisico a quella data sarà più o meno quello.

Per quello che vale, quindi, il mercato si aspetta un lento ritorno alla “normalità” (ovvero le condizioni subito prima dello scoppio della pandemia), con un ritorno ai prezzi pre-Covid nel giro di 7-8 anni.

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