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Resistenza antibiotica: un'altra minaccia incombe sulle generazioni future

Sulle spalle delle future generazioni non incombe soltanto la già gravosa eredità dei cambiamenti climatici. Il mondo sta iniziando ad avvertire le conseguenze sanitarie, in primo luogo, ma anche economiche, della progressiva inefficacia dei trattamenti medici contro alcune infezioni. Senza investimenti e opportune misure preventive, che devono venire adottate di concerto da tutti i Paesi, le generazioni a venire dovranno misurarsi con le conseguenze del gravissimo impatto della resistenza antibiotica, definita lo scorso aprile dalla vice segretaria generale dell'Onu Amina Mohammed “una delle più grandi minacce che la comunità globale deve affrontare”.

Un fenomeno evolutivo

Sin dalla scoperta della penicillina, che valse il premio Nobel per la medicina ad Alexander Fleming nel 1945, l'utilizzo di sostanze antibiotiche ha drasticamente diminuito la diffusione di malattie e i tassi di mortalità in tutto il mondo.

I batteri sono però organismi che secondo criteri non strettamente antropocentrici potremmo definire intelligenti: esistono da miliardi di anni, evolvono a ritmi elevati e sono in grado di adattarsi alle condizioni ambientali più disparate. Questo grazie ad alcune strategie adattative sorprendenti, come il trasferimento orizzontale di geni: con l'aiuto di elementi mobili, come i plasmidi (fenomeno chiamato di coniugazione) o i virus batteriofagi (si parla invece di trasduzione), gli individui di una colonia batterica riescono a scambiarsi e a diffondere sequenze di Dna particolarmente utili. È uno stratagemma che permette ai batteri di far fronte alle minacce esterne, tra queste gli antibiotici che scagliamo loro contro da quasi un secolo, un tempo evolutivo più che sufficiente per far emergere contro-adattamenti.

È così ad esempio che lo Staphylococcus aureus ha acquisito elementi che gli conferiscono la resistenza a un'ampia gamma di antibiotici, tra cui la meticillina. Allo stesso modo gli Escherichia coli e Klebseilla pneumoniae hanno acquisito, tramite plasmidi, degli enzimi che permettono loro di scindere gli antibiotici β-lattamici, bloccandone l'azione.

I costi umani ed economici

In un report pubblicato a dicembre 2014 si stimava che circa 700.000 persone muoiono ogni anno a causa di ceppi microbici resistenti all'azione antibiotica (tra questi Hiv, malaria e tubercolosi). Alcuni costi economici sono pure stati quantificati: nei soli Stati Uniti, le 2 milioni di infezioni annuali resistenti al primo trattamento antibiotico costano al sistema sanitario statunitense 20 miliardi di dollari, per una perdita di produttività complessiva di 35 miliardi.

Sono le stime future tuttavia quelle che preoccupano maggiormente: nel 2050 le morti annue potranno salire fino a 10 milioni. I costi economici globali che si accumulerebbero nei prossimi trent'anni ammonterebbero quindi a 100.000 miliardi di dollari.

Soluzioni proposte

Un report sulla resistenza antibiotica commissionato dal governo britannico e pubblicato nel 2016 individua 10 interventi per combattere l'avanzata della resistenza antibiotica. Tra questi ne spiccano di due tipologie. Sul breve periodo gli antibiotici giovano alla nostra salute, ma un loro uso troppo rilassato è nocivo sul lungo periodo, perché ne depotenzia l'efficacia. La prima tipologia di interventi riguarda allora la riduzione dell'uso di antibiotici su scala globale: non solo sull'uomo, occorre ridurne l'impiego anche in agricoltura e negli allevamenti di bestiame, per limitarne la dispersione nell'ambiente. La seconda tipologia riguarda invece la prevenzione: se gli antibiotici servono a curare le malattie, occorre innanzitutto tentare di impedire l'insorgere delle infezioni, aumentando le vaccinazioni, migliorando le condizioni igieniche e sanitarie, sviluppando sistemi di monitoraggio che permettano diagnosi rapide e investendo in ricerca a scopi non commerciali.

L'appello

Un altro punto fondamentale suggerito dal report del 2016 è quello di creare efficaci campagne di sensibilizzazione per una problematica che si farà sempre più pressante in un mondo globale e interconnesso. La resistenza antibiotica non è un problema che può essere risolto da un singolo Paese. Persone, animali, piante e alimenti attraversano i continenti tutti i giorni.

Da quel report viene lanciato un appello al G20 e all'Onu, per creare un apparato che si occupi direttamente del rifornimento e della domanda di antibiotici. Viene proposta anche una stima dei costi: 40 miliardi di dollari in 10 anni, una cifra tutto sommata non ingombrante se paragonato a quanto viene già speso globalmente in salute pubblica.

Proprio nel 2016 l'Onu ha riunito l'Iacg (Interagency Coordination Group), un gruppo di esperti in tema di resistenza antibiotica. In collaborazione con la Fao e l'Organizzazione mondiale della sanità, l'Iacg ha completato il suo mandato nell'aprile di quest'anno, pubblicando un report che conferma le stime, drammatiche, di quello del 2016. Moltissime malattie comuni, incluse alcune respiratorie, delle vie urinarie e sessualmente trasmesse, ad oggi risultano non trattabili. A ciò si aggiunge un sistema alimentare precario, sostiene il rapporto. Viene calcolato inoltre che entro il 2030, 24 milioni di persone potrebbero venire investite da condizioni di povertà estrema a causa della mancata lotta alla resistenza antibiotica.

Per tutti questi motivi, viene da chiedersi se non sia opportuno aspettarsi nel prossimo futuro l'istituzione di una coalizione globale, una sorta di Intergovernmental Panel, come quello sul climate change (Ipcc), per combattere la resistenza antibiotica.

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