SOCIETÀ

Riforma del copyright: presto sarà legge, ma permangono i dubbi

È stata approvata con 348 voti a favore, 274 contrari e 36 astenuti la riforma della direttiva sul copyright in Parlamento Europeo. Dopo due anni di dibattito, frenate e accelerazioni, la tanto discussa riforma del diritto d'autore supera l'ultimo esame legislativo. Ora manca solo un passaggio formale al Consiglio europeo e poi sarà legge.

Il dibattito ha visto schierati da una parte i grandi gruppi editoriali e dell'intrattenimento (giornalismo, televisione, musica), produttori dei contenuti, e dall'altra le grandi piattaforme online (come Google News) che contribuiscono a far circolare i contenuti sul web. La riforma proviene dall'esigenza di trasferire al mondo online le regole in vigore offline in tema di copyright, al fine di tutelare i proprietari dei diritti d'autore e far sì che i colossi del web condividano i loro ricavi con artisti e giornalisti.

A luglio 2018 la riforma approdata in Parlamento Europeo era stata rimandata. A detta dei critici, l'attività di lobbying dei grandi gruppi editoriali aveva fatto sì che il testo della riforma fosse concentrato quasi esclusivamente sui compensi 'equi e giusti' di autori ed editori, tralasciando nodi cruciali come quello del libero accesso all'informazione, non solo in ambito giornalistico, ma anche in ambito di ricerca e didattica, per enti come università, biblioteche e musei, tematiche affrontate poco e male agli articoli 2, 3, 5, 7 e 9 di quel testo.

I due articoli più discussi erano stati però l'11 e il 13, ora divenuti nell'ultima versione rispettivamente il 15 e il 17. Il primo verte sulla cosiddetta link tax, il compenso da pagare al titolare del diritto d'autore, che spesso coincide con l'editore, quando viene condiviso un link, o meglio uno snippet (quell'anteprima che presenta link, titolo e breve descrizione di un articolo). Il secondo obbliga le aziende a introdurre un sistema di filtri volto a verificare che il contenuto caricato non vada a ledere il diritto d'autore.

Il fondatore del World wide web Tim Berners Lee aveva lanciato un appello, firmato da una settantina di esperti e attivisti, in difesa della libertà di internet, minacciata dagli ultimi due articoli.

Il testo della riforma è stato sottoposto a numerosi emendamenti, ma la sua sostanza è rimasta pressoché inalterata quando a settembre è stato nuovamente sottoposto al voto, questa volta favorevole, del Parlamento Europeo. Questa settimana è arrivato il via libera definitivo e oggi sono in molti a ribadire le preoccupazioni del fondatore del world wide web.

Nonostante la direttiva preveda una deroga alle enciclopedie libere, Wikimedia Italia ha deciso di unirsi alle proteste della Wikipedia tedesca, ceca, slovacca e danese, oscurando il sito web nella domenica precedente alla settimana del voto. Nella giornata di sabato 23 marzo invece si sono svolti in tutta Europa cortei di protesta contro le restrizioni alla “rete aperta” introdotte dalla direttiva.

"Con un sorprendente rifiuto di ascoltare la volontà di cinque milioni di cittadini che hanno sottoscritto petizioni online e oltre 170.000 manifestanti, il Parlamento Europeo ha abbandonato il buon senso e il consiglio di accademici, educatori, tecnologi e esperti delle Nazioni Unite per i diritti umani e ha approvato il Copyright nella direttiva sul mercato unico digitale nella sua interezza", ha affermato in un post del suo blog la Electronic Frontier Foundation (EEF), organizzazione no-profit di San Francisco che dal 1990 si occupa di diritti nel mondo del digitale.

Contenti editori e giornalisti, ma per i sostenitori dei diritti digitali la decisione è un colpo durissimo, un attacco all'integrità di internet” commenta Antonella De Robbio, Ceo di E-Lis, (il repository internazionale per le discipline Lis-Library and Information Science), che si era fatta promotrice di alcuni emendamenti alla riforma rimasti per lo più inascoltati.

Oltre a Wikimedia, EEF e Creative Commons si sono schierate contro la direttiva circa 150 associazioni. E perché non parliamo dei grandi editori scientifici come Elsevier, Wiley e Springer? Nel campo della ricerca c'è stata una presa di posizione di oltre 200 accademici provenienti da più di 25 diversi centri di ricerca contro gli articoli 11 e 13 (ora 15 e 17)”. Diverse lettere sono state sottoscritte: una nel febbraio 2017, una nell'aprile 2018 e una nel giugno 2018.

Sempre in ambito accademico EUA, l'Associazione delle Università Europee che rappresenta università e conferenze nazionali dei rettori (analoghe delle Crui, ndr) in 48 Paesi, ha parlato in una mozione di occasione mancata per rafforzare ricerca e sviluppo, entrando nel merito di vari aspetti degli articoli della direttiva che risulta essere inadeguata”.

5.159.894 cittadini europei hanno firmato petizione su Change.org, tutti contrari alla direttiva. Sono stati migliaia i tweets contrari alla direttiva, da tutto il mondo. La campagna di contatto di europarlamentari via Twitter e via mail purtroppo è stata infruttuosa in quanto numerosi europarlamentari non usano Twitter e tanto meno la rete. E allora ci si chiede come possono decidere su una materia che non conoscono?”

Secondo Antonella De Robbio anche la copertura della notizia su media nazionali non è stata imparziale: Purtroppo su TV, radio e quotidiani le ragioni del 'no' sono state totalmente ignorate. Alcuni addirittura hanno riportato che chi è contro la direttiva è un “pirata del web”. Allora anche gli accademici? Gli educatori sono pirati?”

La direttiva sul copyright in altri termini unisce e confonde (seppur con l'intenzione di risolverli) due problemi che dovrebbero stare scorporati: la ricerca di nuovi modelli di business del giornalismo e la fiscalità delle grandi piattaforme online. La questione di far pagare le giuste tasse ai colossi del web esiste ed è reale, ma utilizzare il diritto d'autore come strumento di riscossione non è la via giusta, perché il fine ultimo della norma sul diritto d'autore dovrebbe essere quello di incentivare la creatività, mentre la direttiva rischia di produrre l'esito opposto, limitando fortemente la libera circolazione dei contenuti online. “Non si può mescolare la vera natura del diritto d'autore con una questione economica di business” puntualizza Antonella De Robbio.

È anche possibile che gli aggregatori di notizie, di fronte alla richiesta di pagamento degli editori, decidano di smettere di rilanciare i contenuti prodotti dagli editori. Questo è già avvenuto in Spagna e Germania, dove sono state prese misure analoghe a quelle contenute nella riforma oggi approvata. Il risultato è stato un calo del traffico di utenti per i giornali.

Il testo della direttiva passa ora al Consiglio dell’Ue. Il voto è previsto per il 9 aprile, dopo di che il testo sarà integrato nella legge europea. È ancora possibile, ma improbabile, che la direttiva non venga approvata dal Consiglio. “Il testo della direttiva entrerà in vigore dopo la pubblicazione sulla rivista ufficiale e gli stati membri avranno due anni (18 mesi più eventuali 6) per recepire la riforma attuarlo all'interno delle leggi nazionali” conclude Antonella De Robbio.Nel caso dell'Italia il recepimento avviene con lo strumento del decreto legislativo, senza perciò dibattito parlamentare, né alla Camera né al Senato, ma solo con il passaggio dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri”.

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