SCIENZA E RICERCA

La scienza rischia, sulle rive del Danubio

Pare proprio che la scienza sia al centro dell’attenzione di Viktor Orbán, dopo le elezioni politiche in Ungheria dell’8 aprile scorso. A giugno, infatti, il governo di Budapest ha deciso due azioni che possono cambiare nel profondo il sistema della ricerca.

A inizio del mese ha proposto un budget per il prossimo anno in cui la maggioranza dei fondi da investire è sottratta all’Accademia delle Scienze, gestita in piena autonomia dalla comunità scientifica del paese, e trasferita al nuovo ministero dell’Innovazione e della Tecnologia.

Un paio di settimane dopo il governo ha rimosso il fisico József Pálinkás dalla direzione dell’Ufficio nazionale della ricerca, sviluppo e innovazione.

Le due azioni hanno messo in fibrillazione la comunità scientifica

E non solo quella ungherese. Si sono meritate infatti un editoriale molto allarmato da parte di Nature, la rivista scientifica inglese considerata la più autorevole e influente al mondo. Tutti temono che la scienza ungherese perda la libertà. E, conoscendo il piglio autoritario di Viktor Orbán, la paura non è del tutto infondata.

Ma queste sono, almeno per ora, illazioni. Veniamo ai fatti. Dopo la caduta del comunismo, nel 1989, l’Accademia ungherese delle Scienze ha goduto di larga autonomia e di un budget niente affatto trascurabile. Che, sostiene Nature, è stato ben speso. I finanziamenti sono andati a progetti e aree di ricerca di valore, che hanno consentito alla scienza ungherese di agganciare il main stream internazionale.  

Quanto a József Pálinkás, che era stato tra l’altro presidente dell’Accademia delle Scienze, stava portando avanti da tre anni col suo ufficio un modello di interazione tra ricerca di base e sviluppo tecnologico che, almeno a detta di Nature, era molto avanzato e apprezzato.

Ora i fondi – tutti i fondi per la ricerca – sono stati avocati dal ministero dell’Innovazione e della tecnologia, allo scopo, dice il nuovo ministro László Palkovics, di evitare la frammentazione e organizzare una coerente e organica politica di ricerca. Quanto alla rimozione di József Pálinkás, il governo ha dato una sola spiegazione: è nostro diritto sceglierci lo staff che riteniamo più opportuno.

I timori, a questo punto, della comunità scientifica ungherese e internazionale sono due. Il primo è che i finanziamenti, se confermati, possano privilegiare lo sviluppo industriale piuttosto che la ricerca di base. Riportando indietro la scienza ungherese.

Il secondo è che l’autoritarismo di Viktor Orbán lo porti a dare indicazioni di merito alla comunità scientifica

Dicendo e, dunque, imponendo agli scienziati naturali di prestare attenzione prioritaria all’economia e agli umanisti di lavorare in primo luogo per valorizzare la storia dell’Ungheria e i suoi “valori cristiani”.

Certo per ora siamo nel campo delle previsioni, non dei fatti accertati. I timori potrebbero essere infondati. E tutti se lo augurano. Anche se altri indizi fanno temere che lo “scenario peggiore” possa avverarsi. E che la politica faccia irruzione nella scienza, mettendo a rischio la sua libertà.

L’indizio principale riguarda la vicenda della Ceu la Central European University fondata nel 1991 dal ricco finanziere George Soros: che Orbán considera un suo nemico giurato. L’università aveva la sua unica sede a Budapest, ma formalmente era registrata a New York. Qualche tempo fa Viktor Orbán ha fatto approvare una legge in base alla quale ogni centro “straniero” di alta formazione dovesse svolgere la sua attività nel paese dove è formalmente registrato, se voleva essere presente anche in Ungheria. Soros ha parato il colpo, realizzando a spron battuto un’università a New York. Ma ora è in attesa che gli venga confermata l’autorizzazione a continuare le attività della Central European University. L’autorizzazione scade a fine anno. Ma finora dal governo di Budapest non è venuta alcuna indicazione.

Certo, la Ceu è un’università privata. Ma la sua condizione, dicono in molti, è quella di tutta la scienza ungherese: è tra coloro che sono sospesi.

         Con il suo editoriale Nature lancia un avviso agli intellettuali europei. Monitoriamo ciò che succede in Ungheria. Perché nella libera Europa non possiamo permettere che la scienza perda la sua, di libertà.

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