SOCIETÀ

Legge sul caporalato: il caso Veneto a dieci anni dalla riforma

Lavoro nero e caporalato sono più diffusi di quanto si pensi. Anche nella regione per anni indicata come la “locomotiva d’Italia”, il censimento delle notizie di reato restituisce un quadro meno rassicurante. Il fenomeno non è episodico e i patteggiamenti registrati negli ultimi anni non ne esauriscono la portata.

A dieci anni dalla legge 199/2016, il bilancio del contrasto allo sfruttamento lavorativo resta complesso e attraversa agricoltura, edilizia e filiere in appalto.

Dalla rivolta di Rosarno all’approvazione della legge 199/2016

Nel 2026 la legge 199 compie dieci anni. Fu approvata nell’ottobre del 2016 dopo stagioni segnate da inchieste giudiziarie, scioperi nelle campagne e morti sul lavoro che avevano scosso l’opinione pubblica.

Il fenomeno del caporalato non nasce certo negli anni ‘90 ma potremmo dire che, inteso come sfruttamento lavorativo, è sempre esistito. Con lo sviluppo del diritto del lavoro già negli anni Novanta si inizia a delineare con più precisione la pratica. Nelle campagne calabresi e pugliesi, in particolare nel foggiano, emergono le prime denunce sul reclutamento informale di manodopera migrante. Lavoratori stranieri che vengono “sfruttati”, e il termine non è casuale, con paghe ben al di sotto dei contratti collettivi, con i trasporti casa-lavoro gestiti da intermediari in cui spesso la casa è una baracca dove i lavoratori stanno ammassati senza le minime norme igieniche o i servizi essenziali. Insomma il fenomeno esisteva, ma non aveva ancora un nome giuridico preciso.

Il primo vero punto di rottura è arrivato il 7 gennaio 2010. Siamo a Rosarno, in Calabria, e quel giorno due braccianti di origine africana vengono feriti con colpi di arma da fuoco. All’aggressione i migranti rispondono con forza, in una zona dove solitamente vige il silenzio omertoso della ‘ndrangheta. Esplode una rivolta e le cronache parlano di una città che va a fuoco. “Già nel dicembre 2008 gli extracomunitari avevano reagito all'aggressione a colpi di pistola da parte di un gruppo di ragazzi inscenando una manifestazione pacifica fino al Comune, che aveva raccolto la solidarietà dei rosarnesi - si legge su La Stampa dell’epoca -. Questa volta no, ‘hanno fatto la rivoluzione’ si sente dire in paese. In centocinquanta si muovono e raggiungono la statale 18 che porta a Gioia Tauro. Primo blocco stradale. Poi alcuni marciano verso il centro cittadino e comincia il dramma: sassaiole, saccheggio di negozi, di abitazioni danneggiate, cassonetti ribaltati e fuoco a centinaia di auto, anche con persone a bordo. Distruggono tutto quello che trovano davanti, dai vasi di fiori alle vetrine dei negozi".

Una rivolta brutale che porta il tema dello sfruttamento agricolo al centro del dibattito nazionale.

Nel 2011 nasce, grazie alle organizzazioni sindacali Flai-Cgil e Fillea-Cgil la campagna nazionale “Stop Caporalato”, chiedendo l’introduzione di un reato specifico nel codice penale. L’obiettivo dichiarato è quello di cambiare la legge che fino ad allora tendeva a punire solo il “caporale”, non il datore di lavoro che beneficia dello sfruttamento.

Nell’agosto dello stesso anno anche a Nardò, nel Salento, centinaia di braccianti africani incrociano le braccia contro turni massacranti e paghe da pochi euro a cassone. Lo sciopero è guidato da Yvan Sagnet, attuale Presidente dell’associazione anticaporalato NO CAP e viene descritto come il primo grande sciopero di braccianti migranti contro il grave sfruttamento in agricoltura. 

Contestualmente nel luglio dello stesso anno viene presentato al Senato il disegno di legge 2584, che propone l’introduzione dell’articolo 603-bis nel codice penale, che “punisce con la reclusione da cinque a otto anni e con la multa da 1.000 a 2.000 euro per ciascun lavoratore impiegato, chiunque svolga un'attività organizzata di intermediazione, reclutando manodopera o organizzando l'attività lavorativa caratterizzata da sfruttamento, mediante violenza, minaccia o intimidazione approfittando dello stato di bisogno o di necessità del lavoratore”.

Poche settimane dopo, nell’agosto 2011, il governo inserisce norme contro il caporalato in un decreto “anti-crisi”. Nasce così il primo reato di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro. Ci vogliono poi alcuni anni e nel 2015 il testo di riforma dell’articolo 603-bis viene approvato alla Camera.


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Solamente più di un anno dopo, il 18 ottobre 2016, la Camera approva definitivamente la legge 199, cioè la legge riscrive il reato di caporalato.

Per la prima volta quindi, l’articolo 603-bis del codice penale, mira a colpire non solo l’intermediario illegale, cioè quello che è il “caporale”, ma anche l’imprenditore che trae vantaggio dallo sfruttamento.

I dati sul Veneto

A dieci anni di distanza, il bilancio è complesso e richiede uno sguardo che tenga insieme diritto, economia e diritti umani. I dati delle procure mostrano un aumento delle indagini e delle misure cautelari, segno di una maggiore capacità repressiva. Se il dibattito pubblico associa spesso il caporalato ad alcune aree del Sud, i numeri raccolti in Veneto raccontano una realtà diversa.

250 notizie di reato in un solo anno in Veneto, 159 episodi tra morti e gravi infortuni sul lavoro, 14 casi chiari di caporalato, 47 casi di lavoro nero, 21 truffe ai danni dello Stato, 9 casi di discriminazione.

250 notizie di reati consumati nella Regione Veneto nel 2025 significano più di 20 al mese. È questo il censimento realizzato dalla CGIL tramite media locali, il sito ANAC, la Corte dei Conti del Veneto e le ordinanze e sentenze dei tribunali nei casi di associazioni a delinquere. 

“Sarebbe buona cosa, in presenza di fatti incontrovertibili, evitare le solite dichiarazioni fuori luogo e tempo, del tipo ‘il caporalato in Veneto non esiste’ - ha dichiarato Ilario Simonaggio, responsabile Osservatorio Legalità CGIL Veneto -. Oppure si sente dire ‘il lavoro nero è raro’. La quantità e potremmo dire anche la qualità dei casi raccontano una ben diversa realtà fattuale”. 

Come quando si parla di mafie, anche per il caporalato è necessario rendersi conto che nella regione non esistono “isole felici”, dove magicamente il fenomeno non esiste. Lo sfruttamento lavorativo c’è, è presente, nonostante già nel 2019 ci sia stata la firma di un protocollo d'intesa sul caporalato tra la Regione Veneto e Veneto lavoro per condividere le banche dati e contrastare fenomeni di sfruttamento lavorativo. Ma sappiamo che i protocolli contro la forma mentis fanno ben poco.

“Per curare qualsiasi malattia - continua Simonaggio -, è buona norma non negare l’evidenza”. Lo sguardo d’insieme sul fenomeno in regione è quindi utile per avere contezza della situazione, consapevoli che nel recente passato lo sfruttamento lavorativo è stato riscontrato anche in aziende tra le più importanti, a livello nazionale, nel loro settore. 

Scorporando i dati del Rapporto 2025 sullo sfruttamento lavorativo in Veneto vediamo che sono 159 le notizie che parlano direttamente di morti, feriti gravi o processi. C’è la sentenza in Tribunale a Treviso per la morte di Mattia Battistetti, morto a soli 23 anni in un cantiere edile a Montebelluna, oppure l’arresto del titolare della Coimpo Spa di Adria per scontare in carcere la pena di 8 anni, 3 mesi e 9 giorni per la morte dei 4 operai al lavoro nella fossa dei fanghi o ancora la morte della studentessa Anna Chiti il 17 maggio 2025, trascinata a fondo da una cima che si è legata al suo braccio mentre seguiva le manovre di ormeggio di un catamarano, era il suo primo giorno di lavoro.

Gli eventi censiti dal report della CGIL fanno emergere uno spaccato in cui gli infortuni o le morti sul lavoro sono quasi quotidiane. Ci sono tragiche fatalità, ma anche infortuni dovuti a negligenza. E poi ci sono le notizie di lavoro nero, di sfruttamento. Le attività dei carabinieri di Treviso e Vicenza nel 2024 hanno controllato complessivamente 350 aziende e circa 1.300 lavoratori emettendo multe per più di 4 milioni di euro e trovando, tra le altre cose, quasi 100 lavoratori che lavoravano senza essere contrattualizzati. Il lavoro nero poi è presente in diverse categorie merceologiche, dall’agricoltura, all’edilizia, dal tessile-abbigliamento fino alla ristorazione. Emblematico il caso emerso a Santorso, nel vicentino, dove un controllo della Guardia di Finanza ha trovato,  in una pizzeria, una dipendente in nero che consegnava le pizze e otto lavoratori retribuiti esclusivamente in contanti. Piccole cose che però, nel quadro complessivo, fanno emergere una mentalità che, per ignoranza o non curanza, non rifiuta totalmente l’illegalità.        

Come ha dichiarato Tiziana Basso, segretaria generale CGIL Veneto “si tratta di fenomeni strutturati e non episodici, che mostrano chiaramente come la filiera degli appalti e dei subappalti sia terreno fertile dove eludere controlli, tutele e responsabilità”.

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