La Nigeria affronta la piaga dei rapimenti di massa
CEE-HOPE NIGERIA, CC BY-SA 4.0 via Wikimedia Commons
Non c’è alcuna rivendicazione ufficiale, ma lo schema dei rapimenti di massa attuato la scorsa settimana in Nigeria lascia pochi dubbi sulla matrice del gesto. Quattro gli obiettivi ravvicinati, il primo dei quali, il 17 novembre, è stato una scuola secondaria femminile, la Government Girls Comprehensive Secondary School, nella città di Maga, nello stato nord occidentale di Kebbi: 25 studentesse portate via da un plotone di uomini armati. Il vicepreside dell’istituto, che aveva tentato di fermare gli assalitori, è stato ucciso. Due giorni fa le ragazze sono state liberate.
Lo stesso giorno, un altro commando armato ha compiuto un raid, passando di casa in casa, nel vicino stato di Zamfara, portando via 64 persone, soprattutto donne e bambini. Il giorno dopo, martedì, un altro gruppo di banditi ha attaccato la Christ Apostolic Church, nello stato di Kwara, mentre era in corso una cerimonia, uccidendo tre persone e sequestrando 38 fedeli. Un funzionario della chiesa aveva riferito, nelle ore immediatamente successive al rapimento, di aver ricevuto una richiesta di riscatto di 100 milioni di naira (circa 60.000 euro) per ogni fedele. Tutti gli ostaggi sono stati poi rilasciati: è verosimile che la cifra richiesta sia stata effettivamente pagata.
Ieri, mercoledì, il presidente nigeriano Bola Tinubu ha dichiarato uno stato di "emergenza di sicurezza nazionale" e, infine, l’episodio più eclatante, venerdì 21 novembre, quando il solito commando di uomini armati ha rapito diversi studenti della scuola cattolica St. Mary’s, nello stato del Niger. Le prime stime parlavano di 52 ragazzi portati via, poi saliti a 227, infine il conteggio finale: 303 studenti sequestrati, di età compresa tra i 10 e i 18 anni, oltre a 12 tra insegnanti e personale scolastico. La Christian Association of Nigeria ha poi fatto sapere che 50 di quei ragazzi sono riusciti in qualche modo a fuggire mentre venivano portati nelle foreste, a bordo di camion. Ma l’azione delle bande criminali è stata comunque eclatante, arrivando a toccare un numero complessivo di rapiti perfino superiore a quello raggiunto nel 2014, con le 276 ragazze rapite dai militanti del gruppo terroristico di Boko Haram a Chibok, una città a maggioranza cristiana del nord-est della Nigeria, nella notte tra il 14 e il 15 aprile 2014. Alcune di quelle ragazze, che all’epoca del rapimento avevano tra i 16 e i 18 anni, furono rilasciate anni dopo in cambio di ingenti somme di denaro: di un centinaio di loro si è persa ogni traccia.
Debito pubblico e boom demografico
Quella dei rapimenti di massa in scuole e chiese, luoghi molto affollati e solitamente poco protetti, è una piaga non recente per la Nigeria. Ma che neanche il governo del presidente Bola Tinubu, eletto nel 2023, attualmente alle prese con un enorme problema di indebitamento pubblico, sembra riuscire ad arginare, nonostante i frequenti raid militari che di tanto in tanto vengono lanciati contro le organizzazioni terroristiche (l’ultimo lo scorso agosto, nello stato di Katsina, che ha portato alla liberazione di 76 ostaggi) proprio con l’obiettivo di smantellare le loro reti criminali. Ma la sfida appare assai più complessa, in un impasto di rivalità etniche, religiose, territoriali. La Nigeria è un paese immenso, dove convivono oltre 250 gruppi etnici ed è diviso tra un sud in gran parte cristiano e un nord in prevalenza musulmano. Con gli oltre 230 milioni di abitanti, è la nazione più popolosa dell’Africa e la sesta più grande al mondo. Entro il 2050, secondo le previsioni dell’ONU, supererà i 400 milioni di abitanti, superando gli Stati Uniti. E questa esplosione demografica appare sia come un’opportunità, soprattutto da un punto di vista economico, sia una sfida, perché quella popolazione, così numerosa, così articolata, dovrà essere in qualche modo gestita, ascoltata, inclusa.
Oggi il “gigante dell’Africa” è invece una nazione dove l’insicurezza avanza, soprattutto nella parte settentrionale. Nel nord-ovest fioriscono bande armate che, all’apparenza senza particolari motivazioni politiche o religiose, compiono rapimenti al solo fine di ottenere un riscatto e si nascondono nelle foreste: criminali comuni, si potrebbero definire, ma non per questo meno pericolosi. Diverso il discorso su quanto accade negli stati del nord-est, dov’è in corso da anni un’insurrezione guidata da diversi gruppi militanti islamisti ultra-radicali, tra i quali il ben noto Boko Haram, l’Islamic State West Africa Province (ISWAP), che sta tentando di espandersi nella regione del Sahel, e il Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin (JNIM), affiliata ad al-Qaeda, considerata una delle organizzazioni terroristiche islamiste più influenti e pericolose al mondo. Nella Nigeria centrale invece, in quella zona di cerniera dove più facilmente s’incontrano e si scontrano opposte etnie e religioni, le lotte, i soprusi, le violenze per ottenere l’accesso a terre e acqua sono all’ordine del giorno. L’insieme di queste situazioni sta creando enormi difficoltà alle popolazioni. Secondo il World Food Programme (WFP) il nord della Nigeria sta vivendo la crisi di fame più grave degli ultimi dieci anni: «Le comunità, soprattutto quelle rurali, sono sotto forte pressione da ripetuti attacchi e stress economico», ha commentato David Stevenson, Direttore Paese e Rappresentante del WFP in Nigeria. «Se non riusciamo a mantenere le famiglie sfamate e a tenere a bada l’insicurezza alimentare, la crescente disperazione potrebbe alimentare una maggiore instabilità con gruppi insorti che sfruttano la fame per espandere la loro influenza, creando una minaccia alla sicurezza che si estende in tutta l’Africa occidentale e oltre». E la situazione rischia di peggiorare ulteriormente: le Nazioni Unite ritengono che circa sei milioni di persone affronteranno livelli di fame in crisi o peggio durante la stagione magra del 2026, soprattutto negli stati di Borno, Adamawa e Yobe. «Siamo scioccati dal recente aumento di rapimenti di massa nel centro-nord della Nigeria», ha inoltre dichiarato Thameen Al-Kheetan, portavoce dell’Alto Commissariato ONU per i diritti umani (OHCHR). «Esortiamo le autorità nigeriane, a tutti i livelli, a prendere tutte le misure legali per fermare tali attacchi, per garantire il rilascio di coloro che sono ancora detenuti e prevenire ulteriori rapimenti».
I raid dell’aeronautica non bastano
Per il governo nigeriano il problema è tanto serio quanto complesso da risolvere. All’indomani di questa ultima ondata di rapimenti il presidente Tinubu, oltre a disporre l’assunzione di 30.000 nuovi agenti di polizia, ha ordinato, con una direttiva firmata il 23 novembre, il rientro alle basi di tutti gli agenti dell’Unità di Protezione Speciale della Polizia impiegati finora in compiti di sorveglianza e protezione personale (si tratta di circa centomila uomini). Un’iniziativa che mira, come ha spiegato l’ufficio di presidenza, «a rafforzare la presenza della polizia nelle comunità, specialmente nelle aree remote dove le stazioni di polizia sono spesso sotto organico e i cittadini restano vulnerabili agli attacchi». D’ora in poi chi avrà comunque bisogno di protezione per questioni di sicurezza dovrà richiedere personale armato al Nigeria Security and Civil Defence Corps (NSCDC), un’agenzia paramilitare formalmente riconosciuta dalla legge nigeriana, spesso utilizzata per la protezione delle infrastrutture più sensibili.
Utile sarebbe un rafforzamento della sicurezza e dei controlli alle frontiere per arginare l’avanzata e l’espansione dei gruppi armati negli stati del nord. Ma il solo aumento del numero delle forze di polizia sembra comunque marginale rispetto all’enormità della questione. Anche perché, soprattutto nel nord-est, diversi governatori statali sono stati accusati di aver assunto milizie o di utilizzare agenzie di sicurezza sponsorizzate dallo stato per colpire membri dell’opposizione e di altri gruppi etnici. L’Aeronautica nigeriana, lo scorso agosto, ha sostenuto che negli attacchi aerei compiuti quest’anno circa 600 insorti sono stati uccisi, ma questo non ha minimamente arginato gli attacchi delle bande armate. L’organizzazione non governativa (ONG) statunitense ACLED
, che monitora le crisi e le violenze politiche nel mondo, scrive così nel suo ultimo report, pubblicato il mese scorso: «Il 5 settembre, insorti islamisti hanno lanciato un’imboscata mortale contro una base militare a Dar al-Jamal, vicino al confine Nigeria-Camerun, uccidendo almeno 63 persone, per lo più civili, insieme a cinque soldati. L’attacco ha scatenato una risposta militare diffusa in tutto lo stato di Borno e ha portato a violenze sempre più mortali il mese scorso, con almeno 250 vittime segnalate in tutto lo stato. I militari con operazioni aeree e terrestri hanno preso di mira le postazioni degli insorti, soprattutto della fazione “Ali Ngulde” di Boko Haram, nella riserva forestale di Sambisa e nelle montagne Mandara. Queste ultime, che si estendono fino al confine camerunese, offrono agli insorti mobilità transfrontaliera per evitare lo scontro, mentre il terreno fitto e protetto della Foresta di Sambisa è da tempo una base strategica per le operazioni dello Stato Islamico dell’Africa Occidentale (ISWAP) e Boko Haram, oltre a un corridoio per il contrabbando nella regione». Secondo i calcoli dell’ACLED, quest’anno in Nigeria ci sono stati oltre 1.923 attacchi contro civili, con oltre 3.000 morti accertati. Che non tengono però conto di quanto avviene nei vasti e remoti spazi dove il governo, di fatto, non arriva e dove comunque si verificano attacchi ed episodi di violenza. Almeno sei stati del nord (Kwara, Yobe, Adamawa, Taraba) hanno ordinato la chiusura delle scuole per timore di nuovi attacchi: il che apre una voragine nel sistema educativo nigeriano nel suo complesso.
Il post di Trump
Poi c’è Donald Trump, che ancora lo scorso 1 novembre, in un post pubblicato sul suo social Truth, minacciava: “Se il governo nigeriano continuerà a permettere l’uccisione di cristiani, gli Stati Uniti interromperanno immediatamente ogni aiuto e assistenza alla Nigeria, e potrebbero benissimo entrare in quel paese ormai disonorato, armi in mano, per eliminare completamente i terroristi islamici che stanno commettendo queste orribili atrocità”. Ordinando al Pentagono di “prepararsi a possibili azioni” nel paese africano. Il governo nigeriano ha respinto la narrazione di Washington, sottolineando che sono proprio i musulmani la maggioranza delle vittime degli attacchi da parte di gruppi armati. Anche Nnamdi Obasi, consigliere senior dell’organizzazione non governativa (ONG) International Crisis Group, non crede alla tesi della persecuzione contro i cristiani: «Non ci sono prove credibili che il governo e le sue forze di sicurezza, guidate sia da cristiani che da musulmani, siano stati complici di violenza contro un particolare gruppo religioso». Intanto un terrorista non identificato, con la faccia da bambino e con indosso una giacca militare, ha diffuso sui social un video nel quale, oltre a vantarsi dei recenti raid, lancia minacce alle più alte cariche dello stato: «Abbiamo rapito studenti delle scuole nello Stato di Kebbi e nello Stato del Niger. La prossima volta, rapiremo ufficiali militari nigeriani e li porteremo nella foresta. Rapiremo un governatore, rapiremo il Presidente».