SOCIETÀ

I vestiti arancioni di Mansoor: storia di un sopravvissuto di Guantánamo

“Per quale giornale scrivi? – chiede sorridendo –. Sei il primo italiano a intervistare un ex detenuto di Guantánamo”. Mansoor Adayfi non corrisponde all’immagine che molti si aspettano da un ex detenuto di Guantánamo. È aperto, ironico, quasi disarmante mentre racconta la sua personale odissea. Attivista per i diritti umani e uno dei volti più noti della campagna per la chiusura di Guantánamo, parla con naturalezza dei quattordici anni trascorsi nel campo di detenzione americano senza accuse formali né processo.

Un dettaglio colpisce subito quando lo si incontra: il colore arancione. La maglietta, i calzini, la giacca richiamano l’uniforme imposta ai detenuti, diventata nel tempo simbolo globale di sospensione dei diritti. Quel colore, nato per annullare l’individualità, viene così rivendicato e trasformato in segno di presenza, memoria e resistenza. Una scelta politica, più che una provocazione estetica.


Leggi la storia completa (in inglese): Mansoor’s Orange Clothes: The Story of a Guantánamo Survivor 


Adayfi è a Padova, presso il Centro Per i Diritti Umani “Antonio Papisca”, per un seminario promosso da Advocacy Hub - Students' Voices at the Human Rights Centre. Racconta con semplicità la sua vita in un villaggio dello Yemen prima della detenzione e delle torture, senza però sottrarsi alla domanda che gli viene rivolta da anni: che ci faceva in Afghanistan? “Una domanda legittima – spiega –. Lo stigma funziona così: alcuni ti puniscono per quattordici anni, altri per tutta la vita”.

Nel suo racconto l’uomo arriva giovanissimo nel Paese asiatico tramite un istituto yemenita, all’epoca impegnato in una ricerca sull’ascesa di Al Qaeda e sulla costruzione della sua ideologia. Il suo ruolo è marginale, di mero supporto a uno studioso senior, ma già durante il viaggio la missione è segnata da blocchi e interrogatori continui. La ONG a cui si appoggia, scoprirà in seguito, è una copertura dei servizi segreti sauditi.

La situazione precipita dopo l’11 settembre 2001: durante la fuga accelerata dal Paese viene fermato dagli uomini di un “signore della guerra” e, dopo vari passaggi, venduto in cambio di denaro come terrorista e guerrigliero arabo alle forze statunitensi (una vicenda comune a molti detenuti di Guantánamo).

Adayfi finisce per mesi in un “black site” della CIA, parte di una rete globale di prigioni segrete: un’esperienza indicibile, pensata per spezzare le persone prima ancora del loro arrivo a Guantánamo. Arrivato al Camp X-Ray si trova gettato in un “oceano di arancione”: teste rasate, catene, gabbie metalliche esposte al sole e alla pioggia. Tutto ciò che lo definisce viene sistematicamente cancellato e sostituito dal numero che gli è stato assegnato: 441. Nessuna accusa, nessun avvocato, nessuna scadenza.

La sopravvivenza, per Adayfi, non passa dalla forza fisica ma dal rifiuto dell’annullamento. Parlare, creare legami, non interiorizzare il silenzio imposto diventa un atto di resistenza. Gli scioperi della fame sono una delle forme più visibili di protesta; lui stesso subisce più volte l’alimentazione forzata. La resistenza è anche culturale e umana: uomini di decine di Paesi e lingue diverse costruiscono così poco a poco una vita comune fatta di insegnamento reciproco, racconti e canti notturni che riempiono i blocchi del campo.

Quando l’arte viene parzialmente consentita, diviene un’ancora di salvezza. Con materiali di scarto nascono sculture, poesie, dipinti di cieli e alberi, frammenti di un mondo negato dall’isolamento. Anche la creatività, però, viene percepita come una minaccia e spesso confiscata.

A Guantánamo non contavano i fatti: le prove venivano classificate, ignorate. L’etichetta diventava sentenza. Non una prigione, ma un buco nero pensato per cancellare responsabilità e diritti.

Col tempo Mansoor sceglie anche un’altra forma di resistenza: lo studio. Impara l’inglese da autodidatta, studia legge e storia. Le parole divengono strumenti per capire e, più tardi, denunciare. Nel 2010, con l’allentamento delle restrizioni, diventa possibile anche un dialogo con le autorità del campo, volto a migliorare le condizioni di tutti i detenuti.

La sua storia prende forma in lettere legali fatte uscire clandestinamente attraverso gli avvocati. Quelle pagine, più volte confiscate e riscritte, sarebbero diventate dopo la liberazione il memoir Don’t Forget Us Here, pubblicato nel 2021.


Leggi la storia completa (in inglese): Mansoor’s Orange Clothes: The Story of a Guantánamo Survivor 


Autorizzato al rilascio anni prima, Adayfi esce da Guantánamo solo nel 2016, dopo 14 anni di detenzione illegale, senza risarcimenti né scuse. La libertà non coincide però con il ritorno a casa: gli è infatti impedito di rientrare nello Yemen e viene reinsediato in Serbia, dove vive tuttora. Lontano dalle radici e dalla famiglia anche la liberazione ha il sapore dell’esilio.

Oggi Mansoor Adayfi parla non come vittima ma come testimone. Guantánamo, avverte, non è stata un’eccezione ma un modello: quello della detenzione indefinita, dell’anomalia legalizzata, della disumanizzazione attraverso un’etichetta. Dimenticarla significa accettare che possa: per questo l’arancione che indossa non è più un’uniforme imposta, ma un monito.

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