SOCIETÀ

Rifugiati climatici: l’accordo Australia–Tuvalu fa storia

È successo. Negli ultimi giorni di novembre e nelle prime settimane di dicembre 2025 sono arrivati in Australia decine e decine di cittadine e cittadini di alcune piccole isole di Tuvalu, i primi rifugiati climatici a muoversi dalla propria residenza istituzionale verso un’altra permanente stabile residenza statuale in quanto collettivo sociale riconosciuto oltre che come singoli cittadini muniti di passaporto e di visto. La migrazione di quasi un’intera popolazione nazionale, prevista in futuro come “forzata” per ragioni climatiche, viene “liberamente” scelta e avviata preventivamente, sulla base di un ecoaccordo bilaterale fra stati sovrani inseriti nel sistema ONU. Valuteranno gli esperti di diritto internazionale e i vari populismi identitari di quale dei due patti globali in vigore considerarla espressione: se il Global Compact for Migration (che i governi italiani di dieci anni fa contribuirono a negoziare dopo decenni di consultazioni, “for safe, orderly and regular migration”, pur se i governi del 2018 e l’attuale avversarono e avversano; si celebra il 18 dicembre) oppure se il Global Compact on Refugees (riferito solo a chi è fuggito o deve fuggire, “for more predictable and equitable responsibility-sharing, recognizing that a sustainable solution to refugee”; si celebra il 20 giugno). 


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L’eventualità (quasi certa da decenni) dei rifugiati climatici è stata presa in considerazione da studi di varie scienze biologiche e sociali già oltre trenta anni fa, è stata suggerita come diffusa necessità internazionale da esperti e diplomatici quasi in contemporanea, è stata ipotizzata di frequente all’interno dell’aggiornamento di convenzioni e protocolli già in vigore o di nuove negoziazioni globali sia multilaterali che bilaterali, è stata implicitamente richiamata nelle motivazioni del Premio Nobel per la Pace all'IPCC del 2007 e nell’enciclica Laudato si’ di papa Francesco del maggio 2015 (punto 21), è stata citata in un paragrafo minore del cosiddetto Accordo di Parigi alla Cop21 dell’UNFCC nel dicembre 2015 (di cui ricorre il decennale e in questi giorni si stanno ancora valutando alcune conseguenze), è stata richiamata in sentenze relative a domande di asilo di singoli individui in molti paesi (anche in Italia), ma era rimasta finora una personale rarità giudiziaria o una teoria astratta. Diventa ora, a fine 2025, una soluzione collettiva condivisa, soggettivo merito di Australia e Tuvalu, oltre che oggettiva conseguenza dell’inevitabile innegabile dinamica complessiva dei cambiamenti climatici antropici planetari. Durante l’ultimo mese organi di varia informazione di tutto il mondo hanno raccontato notizie e particolari dello storico pianificato ordinato pacifico esodo (accanto a migrazioni mediterranee disordinate e mortali, per colpa delle sbagliate politiche governative europee e italiane; pochi giorni fa il nuovo naufragio con 116 vittime, circa 1700 nel 2025, oltre 31.000 nell’ultimo decennio).

Ad agosto avevamo descritto i termini dell’innovativo accordo bilaterale fra stati nazionali e in precedenza, ovviamente, avevamo già fatto molteplici riferimenti a Tuvalu e alle piccole isole-stato a rischio di sommersione, oltre che alle contorsioni nella gestione delle emigrazioni e immigrazioni degli ultimi decenni e nelle trattative “climatiche” degli ultimi trentacinque anni. Pur se riguarderà in tutto solo alcune migliaia di umani, per ora solo alcune decine, l’emigrazione comunitaria da Tuvalu e la relativa immigrazione in Australia va considerato da ogni lato del mondo (anche in Europa e in Italia) un evento con significato epocale generale, ecologico antropologico ambientale culturale economico intergenerazionale, un corridoio migratorio permanente e ufficiale per garantire sopravvivenza e riproduzione di vite e culture umane. Se vi capita, date un’occhiata alle immagini dell’atollo di Funafuti e di quell’area del bacino oceanico, dei primi arrivati in una specifica zona dell’Australia, oltre che ai testi ufficiali e alle interviste testimoniali. Parlano di noi.

Su quelle isole, le complessive stratificate attività umane e quelle “medie” di ciascun residente hanno indotto all’emissione in atmosfera di pochissimi gas serra nell’ultimo secolo, quantità incommensurabilmente insignificanti rispetto alle emissioni medie innanzitutto del singolo cittadino di Usa e Urss e, poi, di quelli dei paesi euroasiatici industrializzati, di Europa Russia Cina India, di tanti altri stati continentali (e della stessa Australia); quelle troppe emissioni che stanno provocando una eccessiva concentrazione in aria, uno sconsiderato aumento della temperatura media delle terre e delle acque del pianeta Terra, uno sconvolgimento adattativo in tutti gli ecosistemi e nell’ecosistema globale dei fattori biotici e abiotici. Eppure, certamente, lo si sa da decenni, è da Tuvalu (casa loro) che devono spostarsi per nostra “irresponsabilità” (e già si era tentato un accordo fra Tuvalu e Nuova Zelanda nel 2004). In alcuni di tali ecosistemi specie vegetali in modo proprio, sessili in linea di massima, e specie animali in molti modi, noi da sempre abbastanza mobili con o senza ausilio meccanico, sono obbligate o indotte a cambiare luogo di esistenza e residenza, a migrare altrove rispetto a dove prima erano sopravvissute e si erano evolute. Solo che noi umani abbiamo introdotto confini artificiali e bisogna chiedere il permesso.

Gli abitanti di Tuvalu spostati in Australia

L’Australia ha accordato il permesso collettivo potenziale (non un diritto umano universale) ai circa undici mila polinesiani tuvaluani, “stranieri” emigranti dal proprio territorio nazionale (insulare). Potevano fare domanda, migliaia l’hanno fatta e i primi hanno cominciato a trasferirsi a fine 2025. Si tratta precisamente di rifugiati climatici, climate refugees. Come noto, Tuvalu si trova nel Pacifico meridionale ed è il quarto stato più piccolo del mondo, tra quelli più a rischio per il cambiamento climatico, soprattutto a causa del lento continuo progressivo innalzamento del livello del mare, uno dei tre principali effetti dei cambiamenti climatici antropici globali. Gli scienziati prevedono che il 95 per cento sarà sott'acqua all'alta marea entro il 2100. Due dei suoi atolli corallini sono già quasi scomparsi sotto le onde. Secondo uno studio internazionale guidato dal Sea Level Change Team della Nasa e pubblicato nel 2023, negli ultimi trent’anni l’acqua si è alzata di almeno 15 centimetri. 

E il fenomeno accelera: entro il 2050 metà dell’atollo principale, Funafuti, dovrà affrontare allagamenti quotidiani; entro la fine del secolo, il 95% dell’intero territorio, composto da una decina di isole barriera bordate di palme e atolli corallini, sarà sommerso durante l’alta marea. Da decenni, la vita quotidiana è risultato di un equilibrio precario: la capitale corre lungo un’unica lingua di terra, larga in alcuni punti appena venti metri, da un lato la laguna, dall’altro l’oceano; le mareggiate erodono le coste; l’acqua salata penetra nei terreni e mette a rischio le poche coltivazioni e i rari spazi aperti rimasti.

Così, gli abitanti sono stati messi nelle condizioni di iscriversi all’inedito programma di visti climatici, frutto di un accordo siglato con l'Australia due anni fa. Il Falepili Mobility Pathway (Percorso di mobilità Falepili, ovvero dei “vicini” familiari) è stato definito nel 2023 per garantire una "mobilità con dignità" ed è entrato in vigore nel 2024. Il lancio della prima ballot (lotteria) è durato dal 16 giugno al 18 luglio 2025 (parteciparono in 8.750, una modesta tassa di 200 dollari per ogni dichiarante, più altri 50 dollari per ogni componente della famiglia disposto a partire), consentendo in prospettiva ai cittadini di Tuvalu di vivere, lavorare e studiare nella “vicina” Australia. Il numero è limitato a 280 accoglimenti ogni anno (per sorteggio, appunto dal 2025), per evitare l'emigrazione immediata di massa di individui comunque già altamente formati o qualificati, le cui competenze sono ancora necessarie allo stato insulare in via di sommersione. 

Le prime persone e famiglie immigrate in Australia hanno individuato ed esperimentato una precisa sede di residenza, spesso in aree o città ove avevano già parenti (Melbourne e Darwin, per esempio). Altri sono stati invitati da piccole competenti comunità locali attivatesi per tempo rispetto alle abilità o competenze di chi stava per arrivare. Tutti sapevano e sanno di dover comunque trovare lavoro (o continuarlo in altra sede), intendono inviare denaro e informazioni a chi è rimasto a Tuvalu, hanno mantenuto legami e reti sociali sia con gli altri immigrati attuali che con chi è in attesa del visto o con chi rimarrà quanto più a lungo possibile nell’ecosistema dell’emigrazione in corso. Molti ovunque cercheranno di preservare la vita spirituale umana della popolazione di Tuvalu e uno stato in qualche modo ancora “indipendente” (dal 1978), monarchia parlamentare (il capo di stato è il re britannico oggi, vale anche per l’Australia, reame del Commonwealth). E preservare, forse, anche la vita materiale umana a Tuvalu stessa! La migrazione costruisce un ponte aperto fra i tuvaluani, non è un muro definitivo.

Si tratta, certo, di un accordo bilaterale, tuttavia la negoziazione è avvenuta con il supporto degli organismi internazionali e sulla base degli studi e degli scenari dell’IPCC (mitigazione e adattamento, quindi). Il Piano di Adattamento a Lungo Termine, sviluppato con il supporto dell’ONU, prevede la creazione di 3,6 chilometri quadrati di nuovo territorio rialzato, sistemi per la raccolta dell’acqua e la protezione delle infrastrutture vitali. I primi 7,8 ettari sono già stati completati. E mentre il mare avanza, Tuvalu ha approvato una seconda forma di sopravvivenza, importante anche per il nostro dibattito giuridico-istituzionale: vogliono saggiamente tentare di diventare la prima digital nation. Una riforma costituzionale garantisce che lo forma-Stato continuerà a esistere anche qualora il territorio fisico scomparisse del tutto. Si stanno sviluppando passaporti digitali, registri elettronici per la diaspora e un archivio culturale che conserva danza, lingua e artigianato. L’intero arcipelago è stato mappato in 3D per essere ricreato online, un luogo virtuale che i discendenti potranno visitare se e quando l’ecosistema naturale e materiale dovesse non esserci più.

L’accordo Australia-Tuvalu apre una strada che può essere autonomamente fantasiosamente percorsa nelle sedi diplomatiche internazionali per decine di milioni di cittadini umani, soprattutto quelli delle piccole isole e delle aree costiere, non solo in termini bilaterali. La parziale sommersione è uno scenario in corso per tutti e non un destino ineluttabile per alcuni; gli adattamenti ecologico-sociali vanno cercati o sperimentati in modo responsabile e solidale; intanto riducendo ovunque drasticamente le emissioni di gas serra, decarbonizzando il pianeta.

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