Salari e genere: in EU le donne ferme al 77% rispetto agli uomini
Per guadagnare in un anno quanto un uomo, le cittadine dell’Unione Europea dovrebbero lavorare 15 mesi e mezzo. Lo certificano i nuovi dati presentati a dicembre dall’European Institute for Gender Equality (EIGE) che ha pubblicato il report annuale sulla parità di genere nei 27 paesi membri.
"In parole povere, le donne lavorano l'equivalente di un intero 'quadrimestre fantasma' gratuitamente. Quei tre mesi e 18 giorni persi ogni anno a causa del divario retributivo sono ingiusti. Rappresentano un freno all'uguaglianza e alla competitività per tutta Europa", ha dichiarato la direttrice dell'EIGE Carlien Scheele.
“ Le donne europee lavorano l'equivalente di un intero 'quadrimestre fantasma' gratuitamente Carlien Scheele, direttrice European Institute for Gender Equality
L'economia del "quadrimestre fantasma" è molto importante perché quei mesi persi rappresentano tempo che non può essere dedicato alla famiglia, allo studio, alla formazione o al riposo. E questo si riflette sulle pensioni e sul reddito di una vita.
Un divario che si riduce troppo lentamente
L’EIGE misura la disparità tra uomini e donne con un indice globale che si compone di variabili in sette diversi settori: lavoro, denaro, conoscenza, tempo, potere, salute e violenza. A 100 punti corrisponderebbe una completa parità tra uomini e donne, ma nonostante a livello di EU sia cresciuta, la quota del 2025 è pari solamente a 63,4 punti. Sebbene si tratti di un aumento di 10,5 punti rispetto al 2010, al ritmo attuale ciò significa che siamo ancora lontani mezzo secolo dalla piena parità di genere.
Nel settore del lavoro il punteggio raggiunto dall’EU nel suo complesso è 69,3: un po’ meglio della media complessiva, ma ancora lontano dalla piena parità. Anche in questo settore, l’EIGE registra un miglioramento: dal 2015 l’incremento è stato di 0,4 punti ogni anno. Ma questo significa che, di questo passo, per raggiungere la parità servirebbero ancora 70 anni.
In questo particolare indice non conta solo la disparità di retribuzione. A incidere sono anche il reale accesso al mondo del lavoro delle donne frenato da “responsabilità di cura, norme culturali e stereotipi di genere che continuano a scoraggiare le donne a praticare certe professioni o avanzare nella propria carriera”, si legge nel rapporto.
Troppo poche le italiane che lavorano
Per quanto riguarda l’Italia, il punteggio nel settore lavoro è 61,9. Per questo motivo, si legge nel rapporto, il “percorso per la parità sarà ancora più lungo” rispetto ai 70 anni previsti per la media europea: il gap da colmare, infatti, è più grande.
Uno degli ostacoli maggiori è proprio l’accesso al mondo del lavoro. Secondo i dati dell’EIGE, sul fronte della partecipazione al mondo del lavoro l’Italia si colloca proprio in ultima posizione, con un punteggio di 69 contro una media di 82,5 punti.
Oltre agli aspetti culturali e agli stereotipi, ci sono fattori strutturali e di scelta politica che portano a questo risultato, come “la mancanza di servizi di assistenza all'infanzia a prezzi accessibili e di opportunità di lavoro flessibili”. Ovvero, il riferimento è alla ben nota situazione per cui gli asili nido pubblici sono troppo pochi rispetto alle esigenze reali. E quelli privati costano troppo, con il risultato di spingere le madri a lasciare il lavoro. Inoltre, la scarsa duttilità degli orari di lavoro per renderli compatibili con la gestione dei figli e, in generale, con altre attività di cura che, comunque, continuano a pesare in maniera sproporzionata sulle spalle delle donne, sono un altro fattore che frena l’impiego femminile in Italia.
Meno soldi significa meno libertà
Guadagnare di meno significa anche dipendere economicamente da qualcun altro. All'interno delle coppie eterosessuali, questo significa dipendere economicamente dal partner maschio, con evidenti ricadute sulla limitazione alla libertà delle donne. Su questo fronte la situazione europea è andata migliorando nel corso degli ultimi anni, con un indice che si è assestato su 76,1 punti: nove punti in più rispetto al 2010.
Questo indicatore è ottenuto misurando i redditi medi annui di donne e uomini occupati, in combinazione con il divario pensionistico di genere. E mostra la percentuale in cui il reddito pensionistico medio delle donne è superiore (molto raramente) o inferiore a quello degli uomini. Il reddito pensionistico prende in considerazione le pensioni ordinarie previste dai piani pensionistici individuali. In questo modo, l’indice cerca di dare un’informazione che copra non solo la vita lavorativa attiva, ma anche quello che ci si può aspettare una volta ritiratesi dal mondo del lavoro.
Per quanto riguarda l’Italia, siamo in una posizione più bassa della media europea, seppure di poco: 75,4 punti.
In Europa, c’è da sottolineare anche il passo indietro molto consistente su questo fronte dell’Ungheria. Per quanto riguarda il settore del denaro, dal 2020 ha perso 3,9 punti. Gli unici altri paesi a registrare una contrazione di questo indice sono Romania, Croazia, Portogallo e Danimarca, ma con una perdita massima di un punto mezzo.
In termini di guadagni annui, normalizzando i dati tra tutti i paesi membri salta fuori che il valore mediano per le donne è pari a 23.000 euro, contro i 29.960 degli uomini. Una differenza di quasi 7.000 euro.
Divario anche nel rischio povertà
Per meglio comprendere in che modo il divario economico tra donne e uomini si insinui nella vita delle singole cittadine, EIGE ha monitorato altri due indici che sono estremamente rivelatori. Il primo è quello che riguarda il divario a livello pensionistico. Le pensioni delle donne europee sono mediamente il 25% inferiori rispetto a quelle degli uomini. A determinarlo è una combinazione di disuguaglianza nei salari e la tendenza per le donne a lavorare di meno, dovuta a tutti i fattori di cui abbiamo scritto sopra. I divari più elevati si registrano a Malta (40%) e nei Paesi Bassi e in Austria (entrambi al 36%). I divari di genere più bassi si registrano in Estonia (6%), Slovacchia (8%) e Repubblica Ceca e Slovenia (entrambi al 10%).
Il secondo è il rischio di povertà lavorativa nelle famiglie monoparentali. Cioè, quanto una famiglia composta da un solo genitore rischia di non farcela a superare la soglia della povertà. Nel 2024, le donne europee maggiori di 16 anni a rischio era il 16%, contro il 13% degli uomini. Se le indagini sulla povertà a livello familiare rischiano di nascondere le disuguaglianze, questo indice al contrario le vuole sottolineare e ci aiuta a vederle meglio.
Sul punto del rapporto tra genere e povertà, tuttavia, l’EIGE sottolinea che c’è necessità di un surplus di indagine e ricerca, perché “dati comparabili a livello UE, raccolti secondo standard comuni, sono in gran parte non disponibili a livello individuale, limitando la possibilità di una misurazione della povertà completamente disaggregata e sensibile al genere”. Ciononostante, il quadro per quanto indicativo è piuttosto allarmante.
Serve un’accelerazione
"L'Europa ha fatto progressi, ma troppo lentamente”, ha commentato Carlien Scheele. Il rapporto dell’EIGE mostra che rispetto al passato recente ci sono più donne che lavorano, “ma non abbastanza sono impiegate in lavori ben pagati né ai tavoli più importanti, dove si stabiliscono i bilanci".
Dal rapporto emerge che le politiche europee che mirano alla parità di genere sono essenziali per raggiungere gli obiettivi. Come abbiamo visto, senza lo sforzo della politica, i tempi per eliminare il divario sono troppo lunghi e lasciano indietro almeno due o tre generazioni di donne. Serve uno sforzo maggiore, ha sottolineato Scheele, per passare “dal progresso sulla carta alla parità di genere nella vita delle persone”. E la parità retributiva ed e economica è uno dei passi essenziali.