Lo spazio: un bene comune senza governo globale
La Terra vista dall'orbita della Stazione spaziale internazionale. Foto: NASA
Negli ultimi anni lo spazio extra-atmosferico è tornato al centro della competizione strategica globale. L’orbita terrestre bassa è diventata infrastruttura critica per telecomunicazioni, osservazione della Terra e servizi digitali; le grandi costellazioni satellitari si moltiplicano; la Luna è di nuovo oggetto di programmi nazionali e iniziative commerciali che puntano a una presenza stabile e, in prospettiva, allo sfruttamento delle risorse.
Questa accelerazione si innesta su un impianto giuridico elaborato in un contesto profondamente diverso. Il diritto internazionale dello spazio si fonda infatti su trattati negoziati tra gli anni Sessanta e Settanta, nel pieno della Guerra fredda, quando gli attori erano pochi, quasi esclusivamente statali, e l’economia spaziale aveva dimensioni limitate. Il Trattato sullo spazio extra-atmosferico del 1967 (Outer Space Treaty) ne rappresenta il perno, con principi quali la non appropriazione, l’uso pacifico e la responsabilità internazionale degli Stati per le attività nazionali, comprese quelle private.
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Oggi, tuttavia, la centralità degli operatori commerciali, la congestione orbitale e la crescente dimensione militare e duale delle tecnologie spaziali sollevano interrogativi sulla tenuta di quell’architettura normativa. La questione non è soltanto tecnica, ma politica: riguarda il grado di cooperazione possibile in un sistema internazionale sempre più frammentato.
È in questo quadro che si colloca l’avvertimento di Frans G. von der Dunk, professore di Space Law alla University of Nebraska-Lincoln e tra i massimi esperti di diritto spaziale. A suo giudizio, il rischio di una progressiva erosione delle regole esiste e si collega a ciò che molti osservatori descrivono come la crisi di un ordine giuridico internazionale fondato su norme condivise e sulla loro effettiva applicazione.
Con von der Dunk abbiamo analizzato le ragioni del mancato aggiornamento dei trattati spaziali, i limiti strutturali del diritto internazionale nel governare attori privati sempre più potenti, le sfide poste dalla gestione del traffico orbitale e le tensioni tra interessi commerciali e bene comune nell’esplorazione lunare.
Il diritto spaziale internazionale si fonda in larga misura su trattati negoziati negli anni Sessanta e Settanta, in un contesto geopolitico ed economico profondamente diverso dall’attuale. Perché la comunità internazionale non ha aggiornato o rafforzato in modo sostanziale i trattati fondamentali sullo spazio?
"Direi che si tratta di una combinazione di fattori. Si può parlare di uno stallo politico: sebbene già a partire dagli anni Settanta il dibattito sull’adeguatezza dei trattati si sia intensificato, nessuno ha seriamente preso in considerazione la possibilità di proporne una revisione, per timore di aprire un vaso di Pandora. Il rischio percepito era che l’intero impianto potesse disgregarsi nel momento in cui ogni Stato avesse cercato di inserirvi le proprie priorità. Nessuno voleva buttare il bambino con l’acqua sporca".
A ciò si aggiungono i limiti strutturali del diritto internazionale, ancora fondato in larga misura sulla sovranità degli Stati. Sarebbe stato difficile giungere a un corpus più ampio di trattati ampiamente accettati che limitassero tale sovranità nella gestione degli attori privati spaziali, sempre più rilevanti. Gli articoli VI e VII del Trattato sullo spazio extra-atmosferico del 1967 sono generalmente considerati il canale attraverso cui disciplinare le attività private: attraverso legislazioni nazionali e regimi di autorizzazione statali. Infine, nell’attuale contesto geopolitico sempre più multipolare e conflittuale, un numero crescente di Stati potrebbe scegliere deliberatamente di mantenere questa situazione per conservare, per così dire, le mani libere".
Formalmente, chi “possiede” lo spazio extra-atmosferico? E fino a che punto si estende la libertà di azione di uno Stato in orbita o oltre?
"Nessuno "possiede" lo spazio extra-atmosferico — o, forse più precisamente, lo possiede l’umanità nel suo insieme. Il fatto che gli Stati mantengano giurisdizione e controllo giuridico sui propri oggetti spaziali e sulle attività condotte dal territorio nazionale o da entità nazionali non equivale a una giurisdizione su porzioni di spazio in quanto tali.
Il regime giuridico è sostanzialmente analogo a quello dell’alto mare: non può far parte del territorio di alcuno Stato, pur restando le navi soggette alla giurisdizione dello Stato di bandiera. Quanto alla libertà di azione, tornando alla natura del diritto internazionale pubblico, fondato sulla sovranità degli Stati — con la limitata eccezione delle norme di jus cogens, cioè principi inderogabili — è vero che, finché rispettano il diritto internazionale applicabile, gli Stati possono fare ciò che ritengono nello spazio extra-atmosferico.
La differenza rispetto all’alto mare è che in quel contesto si è sviluppato un diritto sostanziale molto più articolato, che limita maggiormente la libertà di azione. Nello spazio, invece, tale sviluppo è rimasto più contenuto. Si potrebbe definire questa situazione una versione globale della "tragedia dei beni comuni"".
L’orbita terrestre bassa è oggi centrale per comunicazioni, commercio e sicurezza, mentre crescono congestione e detriti. Gli attuali quadri giuridici sono sufficienti a governare questa espansione?
"Da una prospettiva pratica e orientata al futuro direi di no. Gli sviluppi in atto procedono troppo rapidamente perché la comunità degli Stati riesca ad affrontarli in modo adeguato e collettivo.
Sono in corso iniziative, ad esempio negli Stati Uniti e in Europa, per affrontare la gestione del traffico orbitale. La cosiddetta gestione del traffico spaziale (Space Traffic Management, STM, Ndr) è oggi un tema centrale. Tuttavia, tali sforzi si scontrano con questioni giuridiche derivanti dal paradigma della sovranità, oltre che con problematiche politiche e strategiche.
In termini ideali, si potrebbe immaginare una sorta di versione spaziale dell’Organizzazione internazionale dell’aviazione civile (International Civil Aviation Organization, ICAO, Ndr), incaricata di un sistema coerente di gestione del traffico spaziale. Realisticamente, però, non ritengo che ciò possa concretizzarsi nel breve periodo".
La Luna è tornata al centro delle ambizioni geopolitiche e commerciali. È necessario adottare nuove norme vincolanti specifiche per le attività lunari?
"Sul piano giuridico esistono obblighi, risalenti al Trattato del 1967, volti a tutelare la scienza e a consentirne la prosecuzione. Tuttavia, quando entrano in gioco interessi commerciali, si tratta di un equilibrio delicato.
L’attuale contesto geopolitico non favorisce una disponibilità a rinunciare a determinate opportunità economiche in nome di un bene comune più ampio. Vi sarebbe certamente bisogno di regole per l’esplorazione e lo sfruttamento lunare, fondate su un’intesa tra le grandi potenze, nella consapevolezza che tutti finirebbero per perdere qualora la Luna divenisse una sorta di "far west". Non sono però ottimista circa la possibilità che tale consapevolezza prevalga nel contesto attuale".
La crescente dimensione commerciale rischia di far prevalere la logica economica sulle priorità scientifiche e sul principio secondo cui lo spazio dovrebbe essere utilizzato a beneficio di tutta l’umanità?
"Il rischio esiste, e si collega a ciò che molti già definiscono la fine di un ordine giuridico internazionale fondato su regole. L’attuale quadro giuridico internazionale contiene norme che promuovono e tutelano interessi pubblici generali rispetto a eccessi di natura meramente commerciale; tuttavia, tali norme dovrebbero essere effettivamente applicate e invocate. Questo, almeno nel breve periodo, appare sempre meno probabile".
Le considerazioni di von der Dunk delineano un quadro in cui la tensione tra sovranità, interessi economici e beni comuni globali è destinata ad accentuarsi. Il diritto spaziale non è privo di principi né di strumenti; dispone di un impianto che, almeno in linea teorica, tutela l’uso pacifico dello spazio e l’interesse collettivo. Il nodo risiede nella volontà politica di rafforzarne l’applicazione o di svilupparne l’evoluzione in modo condiviso.
Nel frattempo, l’orbita terrestre bassa si affolla, la Luna diventa oggetto di strategie nazionali e industriali e la competizione tra potenze si intreccia con nuove filiere economiche. In assenza di meccanismi istituzionali più robusti, la metafora della "tragedia dei beni comuni" rischia di trasformarsi in una dinamica concreta.
La questione, in ultima analisi, non riguarda soltanto la regolazione tecnica del traffico orbitale o delle attività lunari, ma il modello di governance che accompagnerà la prossima fase dell’espansione umana nello spazio. Se prevarrà una logica frammentata e competitiva, l’erosione dell’ordine giuridico evocata dal giurista potrebbe diventare uno dei tratti distintivi della nuova geopolitica spaziale.