Vpn: uno strumento pensato per la privacy che può permetterci di scoprire “nuovi mondi”
Schema di funzionamento di una VPN - realizzato con NotebookLM
Immaginiamo di spedire una cartolina: parte da casa nostra, attraversa centri di smistamento, mani sconosciute, uffici postali, e infine arriva al destinatario. Chiunque la intercetti lungo il percorso può leggerne il contenuto. Ogni volta che ci colleghiamo a Internet accade qualcosa di simile: i nostri dati partono dal nostro dispositivo, il punto A, e viaggiano attraverso una rete di nodi, router, provider e server intermedi prima di raggiungere il sito o il servizio a cui vogliamo accedere, il punto B.
Lungo questo tragitto invisibile, ci sono molti più occhi di quanto immaginiamo. Il fornitore di connettività, i gestori delle reti Wi-Fi pubbliche, intermediari tecnici e, in alcuni contesti, governi o attori malevoli possono osservare, registrare o analizzare informazioni sulla nostra connessione: quali siti visitiamo, da dove ci colleghiamo, a che ora, per quanto tempo. È in questo spazio, tra il punto di partenza e quello di arrivo, che si gioca una parte cruciale della nostra privacy digitale. Ed è qui che entrano in gioco le Virtual Private Network (Vpn), o reti private virtuali.
Perché si parla di VPN e cosa fanno davvero
Nel dibattito pubblico le Vpn vengono spesso associate all’idea di aggirare blocchi online: guardare partite non disponibili nel proprio Paese, accedere a cataloghi di streaming diversi, superare limitazioni geografiche. Questa associazione nasce dal loro funzionamento. Una Vpn crea un tunnel cifrato: la connessione entra in questo canale protetto e ne esce da un altro punto della rete, che può trovarsi in un altro Paese. Agli occhi del punto B l’origine del traffico non è più il nostro dispositivo, ma il server di uscita.
Ridurre però le Vpn a uno strumento per “fingere di essere altrove” è limitante. Le VPN nascono e sono tuttora utilizzate in ambito aziendale per permettere a dipendenti e collaboratori di accedere in modo sicuro alle reti interne da remoto, proteggendo documenti, dati e sistemi sensibili. Ed è per questo che nascono, a metà degli anni ‘90, con l’intenzione di estendere una rete privata oltre i confini fisici di un ufficio mantenendo un livello di sicurezza elevato. Lo stesso principio vale per l’uso quotidiano: cifrare il traffico e ridurre le informazioni esposte lungo il percorso tra A e B significa aumentare la protezione della propria navigazione, soprattutto su reti non sicure.
Le Vpn non sono neutre (né gratuite per magia)
Una Vpn non è una soluzione etica e rispettosa della privacy calata dall’alto. È un servizio offerto da aziende private che mettono a disposizione infrastrutture complesse: server distribuiti nel mondo, banda, sistemi di cifratura, manutenzione continua e personale tecnico. Tutto questo ha un costo reale. Gestire una Vpn significa farsi carico del traffico di migliaia o milioni di utenti, garantendo prestazioni e sicurezza.
Da qui la domanda inevitabile: come fanno alcune Vpn a essere gratuite? La risposta è che, spesso, il modello economico si sposta sui dati. Quando tutto il traffico passa attraverso i server del provider, quest’ultimo si trova in una posizione privilegiata per osservare metadati come orari di connessione, durata, Paese di origine, tipo di dispositivo e, in alcuni casi, i servizi utilizzati. Anche senza accedere ai contenuti, queste informazioni hanno valore commerciale. In molte Vpn gratuite la monetizzazione passa da profilazione, analisi di mercato o rivendita dei dati a terzi. La fiducia non scompare, si concentra: invece di molti intermediari, se ne crea uno solo, centrale.
Per questo è spesso preferibile orientarsi verso Vpn a pagamento, valutando non solo il prezzo ma anche le opzioni offerte, la trasparenza sulle politiche di logging, la giurisdizione dell’azienda e la facilità d’uso. Molti servizi oggi integrano funzioni che vanno oltre il semplice cambio di IP e operano come veri filtri del traffico.
Un esempio è il DNS blocker. Il DNS è il sistema che traduce i nomi dei siti in indirizzi IP. Un DNS blocker interviene su questo passaggio impedendo la risoluzione di domini associati a tracciatori pubblicitari, reti di advertising invasive, malware o phishing. La connessione viene bloccata prima ancora di essere stabilita. Lo stesso meccanismo può essere applicato ad altre categorie: contenuti per adulti, gioco d’azzardo, social media o siti specifici, a seconda della configurazione. È uno strumento usato per il parental control, per ridurre le distrazioni o per aumentare la sicurezza su dispositivi condivisi.
Come fanno i servizi a capire che usiamo una VPN
Una VPN protegge il contenuto del traffico, ma non rende invisibili. Molti servizi riescono a riconoscerne l’uso analizzando alcuni segnali. Il primo è l’indirizzo IP: i server VPN sono spesso ospitati in data center e condivisi da molti utenti, il che li rende facilmente identificabili. Esistono poi analisi comportamentali, come cambi improvvisi di Paese o accessi simultanei da luoghi distanti. Infine, database commerciali e blacklist raccolgono elenchi di IP associati a VPN e proxy. Il risultato è che alcune piattaforme limitano o bloccano l’accesso quando rilevano queste connessioni.
VPN fatte in casa: più controllo, più responsabilità
Un’alternativa ai servizi commerciali è costruire una VPN personale. Richiede un server, spesso una macchina virtuale in cloud o un dispositivo sempre acceso, software come OpenVPN o WireGuard e una gestione attenta della rete: porte, DNS, aggiornamenti di sicurezza. È una soluzione che riduce la fiducia in terze parti, ma non offre anonimato né la comodità e la ridondanza delle VPN commerciali. Anche qui il costo esiste, in termini di tempo, competenze e infrastruttura.
Navigare da un altro Paese: l’effetto realtà parallela
C’è un esperimento semplice ma rivelatore che chiunque utilizzi una VPN può fare: cambiare Paese di uscita della connessione e osservare cosa succede. Nel giro di pochi secondi, la navigazione può assumere i contorni di una realtà parallela.
La prima differenza è evidente: la pubblicità. Annunci, promozioni e contenuti sponsorizzati si adattano immediatamente alla nuova posizione geografica, riflettendo priorità commerciali, sensibilità culturali e mercati locali. Ma il cambiamento più significativo riguarda spesso qualcosa di meno visibile e più delicato: i risultati dei motori di ricerca.
Google, Bing e altri servizi personalizzano le risposte anche in base al Paese da cui ci si collega, applicando leggi nazionali, regolamenti locali e, in alcuni casi, forme di censura. Un esempio noto riguarda Wikipedia, che in Paesi come la Cina è bloccata e quindi assente o fortemente penalizzata. Cercando una voce storica o politica da un server cinese, il risultato semplicemente non compare, oppure viene sostituito da fonti approvate dalle autorità.
Un altro caso emblematico è quello di contenuti legati ai diritti civili o a eventi politici sensibili. Termini, nomi o proteste che in Italia restituiscono articoli di testate internazionali, report di ONG o pagine enciclopediche, possono risultare invisibili o difficili da trovare in Paesi dove l’accesso a quel tipo di informazione è limitato per legge o per prassi.
E non è un fenomeno limitato ai regimi autoritari. Anche in Occidente esistono forme di censura e restrizione: oscuramenti per copyright, rimozioni legate al diritto all’oblio, limiti su contenuti estremisti o decisioni delle piattaforme private. La differenza è nel metodo, non nell’effetto finale. Usare una VPN rende evidente una realtà spesso ignorata: Internet non è un unico spazio neutro e globale, ma una somma di reti locali, ciascuna con le proprie regole, confini e zone d’ombra.