SCIENZA E RICERCA

Sperimentazione animale: un dibattito a due voci

Il 2 giugno scorso il Tar del Lazio ha dato il via libera alla ripresa del progetto LightUp, riconfermando il parere già espresso nel novembre 2019. La ricerca, condotta dall'università di Torino in collaborazione con l'università di Parma, coinvolge l'utilizzo di sei macachi ed è finalizzata a sviluppare cure per coloro che, a causa di lesioni cerebrali, sono affetti da cecità. Il ricorso agli animali per la sperimentazione ha sollevato numerose proteste, a seguito delle quali il 23 gennaio 2020 l'iniziativa aveva subito una battuta d'arresto imposta dall'ordinanza 230 del Consiglio di Stato, in cui si legge che "il Ministero deve, con massima urgenza, fornire tale prova sull'impossibilità di trovare alternativa ad una sperimentazione invasiva sugli animali". A quattro mesi di distanza, la nuova disposizione annulla la precedente e così, insieme al progetto, riprendono anche le contestazioni. Nel tentativo di fare chiarezza ed esporre i diversi pareri sulla questione, abbiamo intervistato il professor Carlo Alberto Redi, docente di zoologia dell'università di Pavia e accademico dei Lincei, e la professoressa Luisella Battaglia, docente di filosofia morale dell'università di Genova e direttore scientifico dell'istituto italiano di bioetica.

Se analizziamo la questione da un punto di vista legislativo, la sperimentazione animale è regolata da una direttiva europea del 2010, recepita in Italia con il decreto legislativo del 4 marzo 2014. Questa legge prevede quattro livelli di controllo per le ricerche che fanno ricorso a cavie animali: il comitato etico, la commissione per la sofferenza dell'animale, un protocollo per l'istituto superiore di sanità e la presenza di un veterinario che fornisca consulenza sul trattamento e sul benessere degli animali. Tuttavia, come spiega il professor Redi, quando si sviluppano progetti che implicano l'utilizzo di antropomorfi "la normativa è ancora più limitante. La situazione è paradossale perché se si sperimentasse su un umano, basterebbe presentare un protocollo a una singola commissione: il comitato etico". Dal punto di vista della scienza, dunque, "la situazione in cui ci troviamo non permette ai ricercatori italiani di svolgere adeguatamente la ricerca. Il problema è che al momento non è fattibile per molti studi utilizzare metodi in vitro". Questi metodi, tra l'altro, non solo permettono di evitare una lunga trafila burocratica, ma rappresentano anche risparmio in termini di tempo e risorse "essenziali per un ricercatore" afferma il professor Redi "perché il risparmio di tempo può aumentare la capacità di produzione scientifica. Con un animale si spende molto di più rispetto a un esperimento su colture in cellule quindi se ci fossero soluzioni alternative, il ricercatore avrebbe tutto l'interesse a utilizzarle".

Dunque, se ne può dedurre che il progetto LightUp non sarebbe stato avviato, se non fosse stato conforme ai parametri delle norme vigenti e se i risultati che esso si prefigge potessero essere raggiunti utilizzando soluzioni alternative. A questo proposito, va reso noto che il mondo della ricerca sta facendo notevoli progressi nello sviluppo di metodi per curare lesioni della retina senza dover ricorrere agli animali. Come conferma il professor Redi "si sta tentando di utilizzare staminali embrionali in vitro sviluppando organoidi, ovvero minime strutture di coltura cellulare in vitro non più bidimensionale, ma tridimensionale". Questo procedimento in futuro potrebbe sostituire gli esperimenti su cavie animali "tuttavia, allo stato attuale delle cose non mi risulta che esistano metodi alternativi per ottenere quei risultati di massimo rilievo che il progetto LightUp sta portando avanti" conclude il professore.

Di diversa opinione è la professoressa Battaglia, secondo cui "oggi noi continuiamo la solita vecchia strada sulla sperimentazione animale, dicendo che non ci sono alternative. Queste alternative non sono state cercate: ce ne sono parecchie, ma non così tante quanto avrebbero potuto essercene". In base alla legge del 1993 a tutela del diritto all'obiezione di coscienza alla sperimentazione animale, qualora studenti o ricercatori condividano questo principio, hanno diritto "ad essere destinati, nell'ambito delle dotazioni organiche esistenti, ad attività diverse da quelle che prevedono la sperimentazione animale, conservando medesima qualifica e medesimo trattamento economico". Di fatto  però, la legge "è stata disattesa" afferma la professoressa Battaglia "perché poco conosciuta e perché pochissime facoltà avevano predisposto i moduli che avrebbero dovuto essere posti a disposizione degli studenti per informarli di questa opzione".

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Riparte il progetto LightUp: l'opinione della professoressa Luisella Battaglia

Proprio a causa della mancata divulgazione della legge, la sperimentazione animale è stata considerata dagli studenti "assolutamente fondamentale, necessaria, indispensabile", sottolinea la professoressa. Questo da una parte ha contribuito a non intraprendere strade alternative di ricerca, dall'altra ha messo in luce come "nel nostro paese non ci sia la volontà, anche politica, di seguire questa strada; quindi quando si dice che non si sono alternative alla sperimentazione animale io ricordo che tutto questo risale al fatto che una legge così importante non sia stata rispettata".

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