CULTURA

Stelle minori, intervista a Mattia Signorini

A metà tra L’attimo fuggente e La verità sul caso Harry Quebert di Joël Dicker, il nuovo romanzo di Mattia Signorini Stelle minori (Feltrinelli, Narratori, 2019) ha più di qualche affinità con la narrativa inglese e americana. Per nulla ombelicale e senza troppi indugi nella ricerca di un particolare stile, l’autore racconta una storia che mette insieme trama (è un page-turner, è il caso di dirlo), riflessioni esistenziali (ma mai troppo) e la voglia di raccontare una generazione, pressappoco la sua, classe 1980.

Siamo a Padova ai giorni nostri e Zeno incontra nuovamente Agata, che è stata la sua ragazza e insieme alla quale, e ad altri pochi amici, ha lavorato una decina di anni prima al progetto di una rivista letteraria, il “Boris Vian”, sotto la guida dell’affascinante professore, e scrittore, Nicola Sceriman. Solo che allora qualcosa di terribile era accaduto, Sceriman era morto, e i due si portano ancora dentro verità mai confessate.

Al di là dei colpi di scena, che costellano la narrazione senza però mai scadere nell’artificio, Signorini (alla sua quinta prova di romanziere) apre uno squarcio sui pensieri profondi di una generazione ingiustamente tacciata di superficialità. Sicuramente c’è una ricerca della verità, non solo dei fatti – quella che nel romanzo si palesa solo all’ultima riga –, ma soprattutto delle intenzioni: in un mondo almeno doppio come il nostro, in cui Facebook, Instagram & Co. permettono di crearsi altrettanti alter ego, l’autore cita Tocqueville: “La fede nell’opinione comune sarà la nuova religione e la maggioranza ne sarà il profeta” e cerca invece di portare al centro, come la letteratura ancora può fare, l’individuo: “Ci sforziamo di aderire all’idea che abbiamo di noi, a quella che chiamiamo la nostra identità. Non sempre ci riusciamo”, chiosa la voce narrante, Zeno, che non a caso è un pensatore solitario.

Tra le righe è un continuo tornare ai grandi: Salinger, Bulgakov, Calvino, King, o l’Ecclesiaste ispirano un pensiero, disvelano una frustrazione, accolgono l’animo come un rifugio sempre aperto. L’altro grande tema è infatti la scrittura: quella che ha portato Nicola Sceriman alla notorietà seguita dall’oblio, quella che Agata insegue e che non appartiene a Zeno, che, infine, diviene il narratore involontario della storia, materialmente battendo furiosamente sui tasti, in una corsa contro il tempo. La scrittura crea o ricrea? “È il modo più diretto per guardarsi allo specchio” dice Agata a Zeno, e lui ribatte: “Preferisco le finestre agli specchi”. Come quella aperta sulle costellazioni di stelle secondarie, quelle oscurate dalle più luminose, che però “non sono stelle minori” e che, in fondo, sono Zeno, Agata, Sceriman e tutti noi.

Così eravamo noi, stelle minori. La nostra luce era nascosta da un’altra più luminosa. Eppure volevamo splendere a ogni costo

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