SOCIETÀ

La triste e dolorosa parabola del Nicaragua

La parabola triste, dolorosa, del Nicaragua e del suo dittatore Daniel Ortega è drammaticamente impressa nei numeri che hanno accompagnato, domenica scorsa, la sua quarta elezione a presidente del paese centroamericano. Una vittoria annunciata, scontata, alla luce dell’eliminazione sistematica di chiunque abbia deciso, da anni, di opporsi allo strapotere della famiglia Ortega: arrestati, costretti all’esilio, perfino assassinati dalla polizia nicaraguense, come gli studenti (ma non solo) nella rivolta dell’aprile 2018. Degli aspiranti candidati alla carica di presidente, 7 sono attualmente in carcere, arrestati prima di aver potuto presentare domanda formale al Consiglio Supremo Elettorale del Nicaragua (Cse), comunque controllato interamente dal clan del dittatore. Dunque i numeri: quelli ufficiali, forniti dal Cse, dicono che Ortega (e sua moglie, Rosario Murillo, la “co-presidente”) ha vinto con il 75,92% dei voti, e un’affluenza del 65,3%. Quelli ufficiosi, forniti da tutte le ong che hanno tentato di seguire le elezioni, come l’osservatorio indipendente Urnas Abiertas, o l’Observatorio Ciudadano, dicono invece che l’astensione è stata superiore all’81%. «Violenze politiche e intimidazioni sono state segnalate in tutti i dipartimenti del Paese e nel 78% dei comuni», spiega Olga Valle, di Urnas Abiertas. «Agenti di squadre paramilitari hanno presidiato i seggi elettorali fermando gli elettori, minacciandoli e pretendendo da loro di mostrare all’uscita una foto del voto». «È la più grande frode elettorale della storia del Nicaragua», ha commentato Sérgio Ramírez, scrittore, primo sudamericano a vincere il premio Cervantes per la letteratura in lingua spagnola, costretto a fuggire in Spagna per evitare un ordine di cattura (con l’accusa di cospirazione e incitamento all’odio e alla violenza).

Non un dissidente qualsiasi: Ramírez è stato prima membro della giunta di governo che si è insediata in Nicaragua dopo la rivoluzione sandinista del 1979 (che riuscì a porre fine alla dittatura della famiglia Somoza), e dal 1985 al 1990 è stato vicepresidente del primo governo di Daniel Ortega. Poi, nel 1995, il definitivo abbandono al Fronte sandinista di liberazione nazionale (Fsln): da allora, è diventato un nemico. Non l’unico, com’è naturale. Lo scorso agosto, scrive il New York Times, l'unico partito di opposizione rimasto attivo era Citizens for Liberty, un movimento di destra che secondo alcuni analisti avrebbe avuto il permesso di presentarsi per dare almeno l'impressione di una competizione leale. Poi però la commissione elettorale ha annunciato che il partito era stato chiuso: «Non ho nemmeno finito di guardare il notiziario», ha detto Kitty Monterrey, la presidente del partito. «Ho preso i miei passaporti e sono scappata. Non mi sono guardata indietro».

Il sogno infranto dei sandinisti

Da rivoluzionario a dittatore, il passo non è mai breve. Soprattutto se a compierlo è un personaggio che oltre quarant’anni fa era considerato un “faro” per gli oppressi, esempio e simbolo per quanti, nel mondo, avevano deciso di battersi contro i totalitarismi, accendendo passioni, entusiasmi, speranze. Dopo la cacciata nel 1979 del dittatore Anastasio Somoza (poi assassinato in Paraguay nel settembre del 1980), ultimo di una dinastia che governava il Nicaragua (con il sostegno americano) dal 1936, il Frente Sandinista de Liberación Nacional avviò un processo di transizione che si concluse nel 1985 con un trionfo alle elezioni (e con la prima presidenza Ortega). E fu allora che il Nicaragua diventò un tassello della Guerra Fredda, con gli Stati Uniti che temevano, dopo Cuba, la nascita di un’altra enclave comunista e che perciò applicarono durissimi embarghi, che spinsero Ortega tra le braccia dell’Unione Sovietica. Il Presidente del Nicaragua si trovò a fronteggiare gli assalti dei Contras, guerriglieri di destra armati e finanziati dalla Cia, che avevano proprio l’intento di minare, con attentati e spettacolari azioni militari, il Frente Sandinista. Dopo aver perso le elezioni nel 1990 (fu eletta presidente Violeta Chamorro, appoggiata dagli Stati Uniti), nel 1996(vinse l’ex sindaco conservatore di Managua, Arnoldo Alemáne) e nel 2001 (sconfitto dal candidato della destra e presidente degli industriali, Enrique Bolaños), Ortega tornò alla presidenza nel 2007 e da allora non l’ha più lasciata (nel 2009 fece anche modificare la Costituzione per togliere il limite massimo di due mandati presidenziali).

Da allora Ortega ha preferito evitare il rischio di perdere nuovamente il potere: andando a ridurre progressivamente gli spazi di democrazia, eliminando contrappesi e controlli legali sull’operato del presidente e reprimendo, con ferocia sempre più esplicita, qualsiasi forma di dissenso. Per dire: soltanto nell’ultimo anno sono 40 gli oppositori finiti in carcere (con El Pais che lo scorso giugno titolava: «Nicaragua, el “gulag” centroamericano». L’ultimo dei suoi avversari politici, Cristiana Chamorro, figlia della ex presidente Violeta, è dallo scorso giugno bloccata agli arresti domiciliari perché accusata di riciclaggio. Ortega e sua moglie, Rosario Murillo, sono inseparabili. E lei, amante della poesia e dell’arte, una passione per l’esoterismo, seguace del predicatore indiano Sai Baba, è rigorosamente al fianco del marito nella guida del paese: lei è la portavoce del “governo”, lei che va in tv a difendere il Paese con discorsi appassionati intrisi di riferimenti biblici, predicando “amore e riconciliazione”, mentre definisce gli oppositori come “vampiri assetati di sangue”, capace di scontri epici con vescovi e sacerdoti, definiti a seconda delle circostanze “terroristi”, “lupi disgustosi” o “figli del diavolo”. La chiamano “la bruja”, la strega. C’è chi sostiene che sia lei, alla fine, a decidere.

I rivoluzionari di ieri sono i dittatori di oggi

 Scrive Claudia Herrera-Pahl, che dirige la sezione online spagnola dell’emittente tedesca Deutsche Welle: «Il Nicaragua è un Paese allo sbando, una nazione dove i rivoluzionari di ieri sono i dittatori di oggi, dove i sostenitori dell’ex dittatore Anastasio Somoza, poi diventati ribelli Contra, sono oggi gli scagnozzi di Ortega. Il Nicaragua ha da tempo rinunciato alla sua resistenza agli autocrati. Circa 100.000 persone hanno lasciato il piccolo Paese negli ultimi anni, compresi molti intellettuali e giornalisti che stanno cercando di condurre la battaglia dall'estero. Ma non hanno un grande impatto. E la repressione ha messo a tacere il movimento studentesco tre anni fa». Già nel 2019 un rapporto della ong Human Right Watch aveva messo in rilievo la brutale reazione contro le manifestazioni degli studenti: oltre 300 morti, 600 arresti e duemila feriti, con gli ospedali pubblici che rifiutavano di curare i manifestanti. Per non parlare delle torture, dalle percosse al  waterboarding, dalle scosse elettriche agli stupri, riservati a chi osava opporsi. 

Una parabola quasi surreale quella di Ortega, che sta creando non poco imbarazzo anche tra i suoi più fidati alleati, a partire dai membri del “Gruppo Puebla”, che riunisce i leader progressisti dell’America Latina. Come Luiz Inácio “Lula” Da Silva, ex presidente del Brasile e attualmente in lizza per le elezioni dell’ottobre 2022 (con i sondaggi che lo danno in testa, quasi al 50%, contro il 23% di Bolsonaro). Lo scorso agosto Lula aveva pubblicamente suggerito a Ortega di non abbandonare la democrazia, aggiungendo una frase che andrebbe scolpita nelle memorie: «Ogni volta che un governante comincia a credersi essenziale e insostituibile, in quel paese nasce un po' di dittatura». Anche Pepe Mujica, ex presidente dell’Uruguay, aveva firmato con altri 140 intellettuali una lettera-appello contro la deriva del regime sandinista: «E’ difficile sapere se Daniel Ortega si è ammalato di potere o se si è ammalato per mantenere il potere, o entrambi. Ma questo ormai, nella pratica, non ha molta importanza», aveva commentato Mujica, amareggiato. Unica eccezione, all’interno del Gruppo Puebla, Evo Morales, ex presidente della Bolivia, che si è congratulato con “il popolo nicaraguense e il fratello Daniel”.

Le sanzioni americane, la condanna dell’UE

Le reazioni straniere non sono state tenere con il dittatore, che dopo aver soffocato qualsiasi indipendenza nella stampa locale, non aveva consentito nemmeno a quella internazionale, soprattutto americana, di metter piede in Nicaragua per dar conto delle elezioni. Il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, ha parlato di «elezione farsa né libera né giusta», chiedendo l’immediato rilascio degli oppositori e minacciando di utilizzare «tutti gli «strumenti diplomatici ed economici» per fare pressione su Ortega e Murillo. In una nota, firmata da tutti i paesi membri, l’Unione Europea ha accusato Ortega di «incarcerazione sistematica, molestie e intimidazioni nei confronti di oppositori, giornalisti e attivisti. Le ultime elezioni completano la conversione del Nicaragua in un regime autocratico». Canada, Cile, Costa Rica, Spagna e Gran Bretagna hanno chiesto la liberazione dei leader dell’opposizione detenuti. «Le elezioni in Nicaragua non sono state né libere, né eque, né competitive», ha ribadito Jose Manuel Albares, ministro degli Esteri spagnolo.

La reazione di Ortega è stata sprezzante: «I miei avversari sono demoni e terroristi. Il Nicaragua è sotto la minaccia e le aggressioni dell'impero yankee. E l’Unione europea ha un parlamento nel quale fascisti e nazisti sono in maggioranza». Poi, in una dichiarazione trasmessa domenica sera dalla tv nazionale, ha commentato: «Queste elezioni sono, grazie a Dio, un segno, un impegno della stragrande maggioranza dei nicaraguensi a votare per la pace. Stiamo seppellendo la guerra e diamo vita alla pace». E sugli oppositori incarcerati: «Non sono nicaraguensi, non hanno patria». Sostegno esplicito a Ortega, e riconoscimento del voto di domenica scorsa, è arrivato soltanto da Cuba, Venezuela e Russia. Il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, ha definito “inaccettabile” la richiesta degli Stati Uniti di non riconoscere il risultato elettorale. José Miguel Vivanco, responsabile per le Americhe di Human Rights Watch, ha definito la repressione di Ortega «un film horror al rallentatore». Il Nicaragua è uno dei paesi più poveri dell’America Latina. Su una popolazione di 6 milioni di persone, circa il 30% vive sotto la soglia di povertà. La malnutrizione cronica colpisce il 17% dei bambini di età inferiore ai 5 anni.

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