SOCIETÀ

Giornata mondiale dell’AIDS: in Italia le diagnosi HIV sono stabili, ma troppo tardive

Stabile l’andamento delle infezioni da HIV nel nostro paese, secondo l’Istituto Superiore di Sanità che ha presentato i dati relativi al 2024. Sono 2.379 le nuove diagnosi registrate, pari a un’incidenza di 4 casi ogni 100.000 residenti, in linea con quella dell’anno precedente. L’incidenza delle nuove diagnosi è diminuita dal 2012 al 2020, poi è aumentata dal 2021 al 2023, per stabilizzarsi nel 2024. Una stabilità che, tuttavia, non va letta come un segnale rassicurante: il problema più rilevante resta infatti l’ampia quota di diagnosi tardive. Nel 2024, quasi il 60% delle nuove diagnosi è avvenuto in fase già avanzata, quando la  condizione clinica è già grave, addirittura quando le persone sono già in fase di AIDS. Complessivamente, nel nostro paese, la stima del numero complessivo di persone che vive con l’infezione da HIV in Italia è intorno a 150.000. Parliamo di numeri complessivamente migliori della media europea (5,3 casi per 100.000 persone in Europa centrale e 5,9 in Europa occidentale);  e decisamente migliori rispetto alle regioni dell’Europa orientale (27,2 casi per 100.000 residenti). 

Dal 2015 ad oggi, le diagnosi tardive sono aumentate costantemente. Nello scorso anno, per esempio, il 66,5% delle nuove diagnosi in uomini eterosessuali è stato fatto in fase tardiva; nelle donne eterosessuali il dato si attesta al 61% mentre negli uomini omosessuali è al 53,2%. 


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La situazione più grave riguarda le persone over 50 eterosessuali, la popolazione più difficile da raggiungere proprio perché non si percepisce a rischio. Una popolazione che, per questa ragione, non ricerca attivamente informazioni né è mai stata protagonista di campagne informative efficaci, aggiornate e non stigmatizzanti. E se è vero che le diagnosi tardive non sono una condanna come anni fa, la qualità della vita ne risente comunque. Ma, soprattutto, le diagnosi tardive rappresentano un vero fallimento sanitario perché sono il risultato di una comunicazione e una narrazione, oltre che di prassi sanitarie, evidentemente non più adeguate. L’HIV in Italia rimane un tema ancora segnato dallo stigma e da scarsa informazione, soprattutto fuori dalle grandi aree urbane, per cui molte persone non si percepiscono a rischio, non conoscono i servizi disponibili o evitano di rivolgersi al sistema sanitario per timore di giudizi. 

Prevenzione e monitoraggio delle infezioni da HIV e dell’AIDS

La trasmissione sessuale rimane la causa principale di contagio ed è quella che sta dietro l’87,6% di tutte le nuove diagnosi. I più colpiti sono gli uomini che fanno  sesso con altri uomini (41,6%), una categoria epidemiologica ben più allargata della componente che si dichiara apertamente omosessuale. Seguono le persone eterosessuali, uomini (27,9%) e donne (18,1%). L’età alla diagnosi si sta progressivamente alzando: la mediana è di 41 anni, e le fasce over 50 costituiscono una porzione crescente dei nuovi casi. Fra le persone straniere, che rappresentano il 35,9% delle diagnosi, l’età mediana è più bassa (36 anni), ma anche qui si osservano segnali di ritardo diagnostico.

Significativo è il dato relativo al motivo che porta le persone a fare il test. Quasi la metà di chi lo fa, ci arriva solo dopo la comparsa di sintomi correlati all’infezione, e dunque non per prevenzione o consapevolezza del rischio. Solo una persona su cinque fa il test in seguito a comportamenti sessuali a rischio di infezione. Di conseguenza, il ritardo diagnostico riguarda un po’ tutti i gruppi di persone con comportamenti sessuali diversi tra loro.


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In Italia il monitoraggio di HIV e AIDS è un processo che coinvolge ospedali, Regioni e Istituto Superiore di Sanità. Le segnalazioni dei casi di AIDS vengono raccolte dal 1982, anno dell’inizio dell’epidemia a livello globale,  e dal 1987 confluiscono nel Registro Nazionale gestito dal Centro Operativo Aids (COA), struttura che coordina la sorveglianza italiana su HIV e AIDS presso l’Istituto Superiore di Sanità, che gestisce il Registro nazionale AIDS e, incrociando i dati con quelli di Istat, produce i report e invia le informazioni al centro europeo per il controllo delle malattie, l’ECDC. Per l’AIDS, la notifica resta obbligatoria e nominativa. 

Per l’HIV la sorveglianza è stata formalizzata nel 2008 e oggi copre l’intero Paese. Ogni nuova diagnosi di HIV viene registrata in forma anonima attraverso una scheda inviata dalle strutture cliniche alle Regioni e poi all’ISS, che incrocia i dati, corregge il ritardo di notifica e aggiorna le statistiche nazionali. 

L’andamento delle diagnosi sul territorio italiano

Nel 2024 le incidenze più alte sono state osservate nelle Regioni del Lazio, Toscana ed Emilia-Romagna. Le province con il maggior numero di nuove diagnosi sono state Roma, Milano, Torino e Napoli, seguite da Bologna. Queste città insieme registrano una quota significativa dei casi nazionali. Roma e Milano confermano anche le incidenze più alte nelle rispettive regioni. 

Un’indicazione utile a capire come contrastare questo andamento a livello locale arriva però proprio da Bologna. Se è vero che il capoluogo emiliano rimane tra i territori italiani con il numero più elevato di diagnosi in termini assoluti, è anche la Provincia con la quota più bassa di diagnosi tardive di tutta la regione. Un fatto di segno positivo sottolineato dalle realtà cittadine molto impegnate in una continua attività di advocacy e promozione della salute attraverso una corretta informazione. 

Come raccontano sui propri canali social e web, proprio in occasione di questa Giornata mondiale contro l'AIDS 2025, da anni, infatti, il BLQ Checkpoint di Plus, Cassero Salute e in generale la comunità LGBTQIA+ offrono una serie di servizi comunitari non stigmatizzanti, in grado di intercettare persone che, altrove, non si rivolgerebbero alle strutture sanitarie tradizionali. Servizi come il PrEP Point, centro di riferimento regionale per la prevenzione dell’HIV, offrono test rapidi, counselling e percorsi di prevenzione in ambienti che sono percepiti dalle persone che si avvicinano come accoglienti e peer-to-peer. La PrEP, che è gratuita in Italia, è un protocollo farmacologico che viene prescritto da una infettivologa e rappresenta uno strumento chiave nella prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili. Eppure è ancora poco conosciuta nelle fasce più vulnerabili, come gli over 50 eterosessuali.

Quadro globale preoccupante per i disinvestimenti sulla prevenzione

Il caso bolognese può essere un esempio virtuoso di come si possa lavorare sulla prevenzione con un approccio dal basso, perché l’HIV è prima di tutto un fenomeno sociale e come tale va affrontato. La prevenzione e l’informazione rimangono dunque cruciali e anzi vanno intensificate soprattutto in un quadro globale che rischia di peggiorare. 

I tagli ai grandi programmi internazionali di prevenzione e le politiche di sorveglianza mirata su categorie considerate “a rischio”, come quelli decisi dall’amministrazione Trump, stanno già indebolendo la capacità di molti Paesi di intercettare le nuove infezioni. Le conseguenze si vedono soprattutto nelle comunità più fragili, nei contesti dove l’accesso al test e alle cure dipende ancora da fondi esterni o da reti associative vulnerabili alla volatilità politica. È un campanello d’allarme che riguarda anche noi: mantenere alta l’attenzione, investire nella prevenzione e lavorare per abbattere lo stigma che ancora circonda la salute sessuale non è un’opzione, ma una necessità. Perché se l’HIV oggi è curabile, l’indifferenza – e la disinformazione – continuano, al contrario, a essere i suoi più grandi alleati.

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