UNIVERSITÀ E SCUOLA

Turchia e libertà d'espressione: ecco i numeri

79.774 arresti, 5.822 accademici rimasti senza lavoro, più di 3mila scuole e università chiuse: sono questi i dati che arrivano dalla Turchia a pochi giorni dalla rielezione di Recep Tayyip Erdoğan.

Con il 52,5 % dei voti alle elezioni del 24 giugno scorso, Erdoğan ha così ipotecato la sua presidenza fino al 2023. Dopo il colpo di stato che tentò di destituirlo quasi due anni fa ora la sua posizione ha assunto una nuova legittimazione (per quanto le opposizioni parlino di voto truccato). Proprio da quel colpo di stato fallito, però, il rieletto presidente ha iniziato a mutare la sua politica.

La libertà di espressione in Turchia infatti, è spesso minata da interventi diretti del presidente. Secondo un rapporto stilato da Turkey Purge, dal 15 luglio 2016 ad oggi, sono 319 i giornalisti arrestati e quasi 6mila gli accademici che hanno perso il lavoro per decreto governativo.

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Già nell’ottobre scorso infatti, il presidente Erdoğan di fatto stava amministrando il paese attraverso la promulgazione di decreti governativi, 28 dei quali erano stati legittimati dallo stato d’eccezione e tramite i quali aveva destituito circa 150mila funzionari pubblici. Nel corso dei mesi i numeri sono sensibilmente aumentati.

Il progetto Turkey Purge cerca di dare una panoramica totale sulla libertà d’espressione in Turchia, rendendo fruibili tutti i decreti legge governativi.

Concentrandosi su quelli che riguardano gli accademici si può notare come, dal 15 luglio 2016, siano stati 9 i decreti che hanno di fatto destituito un totale di 5.822 persone.

Inoltre, immediatamente dopo il colpo di stato fallito, il governo turco ha pubblicato un decreto tramite il quale ha ordinato la chiusura di 15 università e 800 dormitori per gli studenti in tutta la Turchia. La chiusura di queste università ha quindi portato 61.382 studenti (fonte dati turkeypurge.com) in una sorta di limbo accademico.

Uno dei motivi per cui il presidente Erdoğan ha attuato queste restrizioni è stata la petizione con cui, nel febbraio 2016, un gruppo di accademici riuniti sotto la sigla di Academics for Peace, denunciava i crimini di Stato contro la popolazione curda. 

In una lunga intervista a Il Bo Live Asli Vatansever, assegnista di ricerca all’università di Padova, ha raccontato la sua storia e di come, da quando il decreto legge 686  è stato pubblicato con all’interno il suo nome, la sua vita in Turchia si è fatta più difficoltosa, tanto da non poter prendere in considerazione un ritorno nel suo paese d’origine.

Asli quindi è una delle firmatarie della petizione “We Will not be a party to this crime!”, documento firmato da più di 2mila persone. Dal giorno della firma diverse di loro sono state licenziate dal lavoro ed i loro passaporti confiscati.

In 498 sono stati rimossi dai loro incarichi pubblici per decreto legge, in più di 100 sospesi da qualsiasi compito amministrativo e molti altri costretti a lasciare il lavoro. La maggior parte di questi erano ricercatori (157), in 119 erano assistenti di professori, in 91 erano professori fino ad arrivare a semplici laureati e insegnanti.

La statistica che riguarda i firmatari della petizione, racchiusi nella sigla Academics for Peace, naturalmente fa parte della più ampia categoria degli accademici destituiti da decreto governativo.

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