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Vecchi e nuovi virus: servono nuovi farmaci e vaccini

Più di 100.000 casi in 14 mesi: la diffusione del morbillo, ha sottolineato recentemente l’Organizzazione mondiale della Sanità, ha raggiunto livelli allarmanti nella Regione Europea. Dal primo gennaio 2018, 47 dei 53 Paesi europei hanno registrato oltre ai casi citati più di 90 decessi correlati all’infezione. Qualche dato ulteriore: lo scorso anno nella Regione Europea dell'OMS ci sono stati 83.540 casi di morbillo e 74 decessi. Nel 2017 i casi erano stati 25.869 e i decessi 42; si sono registrati invece 5.273 casi e 13 decessi nel 2016. “Abbiamo osservato un’impennata senza precedenti nel numero delle persone che hanno contratto questa malattia, prevenibile, e troppi hanno perso la vita”, afferma Dorit Nitzan, Acting Regional Emergency Director presso l'Ufficio regionale per l'Europa dell'OMS. Il virus del morbillo, come quello della rosolia e molti altri, circola da tempo nel nostro Paese e in Europa. L’obiettivo è di eliminare la malattia come è avvenuto per il vaiolo qualche decennio fa, ma molteplici fattori – tra cui molta disinformazione in tema di vaccinazioni e fake news – sembrano rallentare questo processo. Oltre a questi aspetti ne vanno considerati altri, come l’emergere di nuovi virus (accanto ai “vecchi”) in aree geografiche che fino a questo momento ne erano rimaste escluse. E tra queste anche l’Europa.

Riprese e montaggio di Tommaso Rocchi

“All’esordio di questo secolo – spiega Giorgio Palù, docente all’università di Padova e presidente della Società italiana ed europea di virologia – si sono verificate epidemie da virus Hendra e Nipah che assomigliano ai virus parainfluenzali ma che hanno invece una mortalità molto elevata, dal 30 al 50%. Ci sono state epidemie di Sars e di Mers sia dal medio che dal lontano oriente e, soprattutto, infezioni trasmesse da vettori. I nuovi virus, infatti, sono per il 30% arbovirus trasmessi da mosche, zanzare, papataci e moscerini”. Questi sono molto sensibili ai cambiamenti climatici e alle variazioni di temperatura e umidità e, se si considerano le proiezioni climatiche per l’Europa che vedono un aumento delle zone calde e umide, si intuisce la ragione per cui malattie come la febbre del Nilo occidentale, Chikungunya, Dengue e febbre della Rift Valley in futuro potrebbero circolare in misura maggiore nel nostro continente rispetto ad oggi. Da considerare come fattori determinanti sono anche la globalizzazione e l’aumento dei viaggi internazionali e dei commerci. La zanzara tigre, ad esempio, vettore per malattie virali come la Chikungunya e la Dengue, è stata introdotta in Europa dall’industria di pneumatici usati, luoghi di riproduzione ideali per questi insetti. Un altro tipo di zanzara, la culex, è responsabile invece della trasmissione del virus West Nile, diffuso ormai in molte zone d’Italia: stando ai dati del Ministero della Salute, nel 2018 sono stati registrati 595 casi umani, di cui 238 si sono manifestati nella forma neuro-invasiva con 237 casi autoctoni distribuiti in sei regioni (Veneto, Emilia-Romagna, Lombardia, Piemonte, Sardegna, Friuli-Venezia Giulia) e un caso importato.

“Abbiamo circa 200 milioni di casi di Dengue all’anno e sfortunatamente il vaccino appena introdotto è scarsamente efficace. Non possediamo farmaci e nemmeno vaccini utili per trattare o prevenire questi virus emergenti. E alcuni sono pericolosi quasi quanto Ebola”. Si consideri il Crimea-Congo: è trascorso meno di un anno da quando in Spagna, nella Comunità Autonoma di Castiglia e León è stato segnalato il secondo caso di infezione, acquisito localmente. Il virus provoca gravi epidemie di febbre emorragica virale, con un tasso di mortalità dal 10 al 40%. Il paziente, poi deceduto, era stato punto da una zecca durante una battuta di caccia in un’area rurale di Badajoz (Estremadura). Il primo caso umano risaliva al 2016. La malattia è endemica in tutta l'Africa, in Medio Oriente, in Asia a sud del 50° parallelo settentrionale e nei Balcani. Fino a questo momento, non aveva mai raggiunto la penisola iberica o altri Paesi europei.  “Il Crimea-Congo appartiene alla famiglia dei  Bunyavirus ed è trasmesso da una zecca che si trova anche nelle nostre montagne e nelle regioni pedemontane. Ha causato morti in Spagna e si sta avvicinando. Si tratta di un virus che richiede attrezzature speciali per essere studiato, come i laboratori di alta protezione BSL-4 che ci stiamo sforzando di mettere in opera anche a Padova per portare a termine studi già promettenti nell’ambito di nuovi antivirali e nuovi vaccini”. Per i servizi sanitari i focolai di febbre emorragica Crimea-Congo rappresentano una minaccia oltre che per l’elevato tasso di mortalità, anche per il potenziale epidemico, per la possibilità di focolai all’interno degli ospedali e la difficoltà di trattamento e prevenzione. Ad oggi infatti viene utilizzato un antivirale, la ribavirina, che sembra avere effetti benefici sui pazienti, anche se non esiste in realtà ancora una terapia specifica: le cure agiscono sui sintomi e aiutano le funzioni vitali dell’organismo. Il paziente, dopo il ricovero, viene messo in isolamento per tenere sotto controllo l’infezione ed evitare il diffondersi della malattia.

Secondo Palù il modo migliore per affrontare qualsiasi malattia umana è quella di prevenirla e la prevenzione si basa su misure diagnostiche e sulla disponibilità di vaccini efficaci. È necessario per questo conoscere la diffusione di queste patologie e studiarle soprattutto all’interfaccia animale-uomo, uomo-ambiente perché è dall’animale che questi virus si trasmettono. “Serve fare ricerca, di continuo, per perfezionare i farmaci esistenti, dato che attualmente ad esempio non se ne possiedono per trattare Dengue, Crimea-Congo, Sars, Mers e per i virus dell’encefalite da zecca, presente anche nelle nostre regioni”.  

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