SOCIETÀ

Verso le elezioni europee: il Regno Unito

Tra poco più di due settimane i cittadini britannici saranno chiamati al voto per il più imprevisto degli appuntamenti elettorali: le elezioni europee del 26 maggio prossimo. Un voto che appena a metà marzo sembrava improbabile e che costringe partiti e candidati a una campagna elettorale da organizzare in fretta e furia. Sono infatti passati quasi tre anni dal referendum il cui risultato aveva sorpreso il mondo e fornito un’indicazione chiara: la Brexit. In questo lungo periodo si è assistito a uno stillicidio di scenari, a un governo May ormai in crisi perenne e a un lungo negoziato sull’uscita dall’Unione Europea che al momento ha portato soltanto a un rinvio della data ultima per l’uscita stessa. La deadline iniziale era infatti prevista per il 29 marzo scorso, ma l’impossibilità di raggiungere un compromesso accettabile per tutte le parti ha fatto rinviare la nuova scadenza al 31 ottobre prossimo, obbligando di fatto il Regno Unito a partecipare alle elezioni europee

Nei quasi tre anni trascorsi dal referendum è successo di tutto. Per prima cosa, David Cameron si è dimesso dalla carica di primo ministro, avendo perso il referendum su cui aveva scommesso il proprio destino politico. Il Partito Conservatore, dopo aver indicato Theresa May quale nuovo premier e aver portato il Paese al voto anticipato nel 2017, garantendosi una netta maggioranza, è andato avviluppandosi in una tremenda lotta interna tra Hard Brexiters Soft Brexiters, che ha portato a un indebolimento definitivo della premier, a continui rimpasti di governo e a mozioni e contro-mozioni parlamentari che hanno monopolizzato l’intera attività dell’esecutivo.

 

Dall’altra parte, anche l’opposizione laburista è sembrata perdersi in tatticismi e conflitti interni: a fronte di una base elettorale e parlamentare nettamente pro-UE, vi è l’attuale classe dirigente e soprattutto il leader Corbyn che sono sempre stati solo tiepidamente europeisti. Quest’ultimo ha sì proposto un piano bipartisan atto a procedere verso un’uscita soft, ma è sembrato più che altro voler approfittare del lungo logoramento dei Conservatori nell’intento di andare a elezioni anticipate, vincerle e solo allora gestire direttamente la situazione. Un piano che sembrava realizzarsi in ogni dettaglio ma che l’imprevisto voto europeo potrebbe complicare

Le elezioni del 26 maggio sembrano infatti annunciarsi come un nuovo test sulla Brexit e rispetto alle Politiche del 2017 lo scenario è profondamente cambiato. Appena due anni fa, il classico bipartitismo britannico portava i due maggiori partiti ad assommare oltre l’80% dei consensi. Ora, invece, i Conservatori sono dati dai sondaggi ai minimi storici (attorno al 15%), i Laburisti sono oltre il 20%, ma stimati in calo nelle ultime settimane. È vero che il voto europeo, basandosi su un sistema proporzionale puro applicato a livello nazionale, tende a premiare i partiti “terzi” (nel 2014, primo partito fu lo UKIP con il 26,6%), ma le stime attuali rappresenterebbero un collasso storico per i due partiti mainstream.

Chi sembra destinato al successo è il neonato Brexit Party, fondato appena pochi mesi fa dall’ex leader dello UKIP Nigel Farage, colui che fu il vero vincitore del referendum del 2016. Subito dopo l’esito di quella consultazione, sorprendendo molti, Farage decise di dimettersi da leader dello UKIP e di lasciare la politica attiva, dichiarando raggiunto il suo “obiettivo politico di una vita”. Secondo i detrattori non fu soltanto una mossa volta a uscire da vincitore ma anche quella di non assumersi responsabilità nella gestione dell’uscita dall’Unione Europea. Sia come sia, passati appena due anni, e vista la crisi politica in cui è precipitato il governo, Farage ha fiutato di nuovo odore di vittoria e in pochi mesi ha fondato un nuovo soggetto politico, dal nome che sintetizza l’unica proposta offerta: Brexit. Farage ha raccolto fuoriusciti hard Brexiters dallo UKIP e dal Partito Conservatore, ed è subito schizzato in alto nei sondaggi, che attualmente gli accreditano ben il 25% dei consensi

Speculare alla nuova creatura di Farage è un altro nuovo movimento politico, il Change UK, che invece propone di restare nell’Unione Europea attraverso l’indizione di un nuovo referendum. Si tratta di un partito nato appena due mesi fa, guidato dalla deputata Heidi Allen (eletta nel 2017 coi Conservatori) e che è composto da fuoriusciti europeisti provenienti da tutti i partiti e da esponenti della cosiddetta “società civile”. È accreditato del 10% e, dopo una partenza in sordina, è dato da tutte le rilevazioni in lieve e costante crescita. La posizione solidamente europeista sembra fare bene anche ai Lib-Dem, anch’essi dati attorno al 10% e attualmente guidati dal “grande vecchio” dei liberali britannici Vince Cable. Sul fronte europeista sono sia i Verdi che il Partito Nazionalista Scozzese, che dovrebbero entrambi poter eleggere alcuni loro rappresentanti al Parlamento Europeo. Fieramente contro l’Unione Europea è ovviamente lo UKIP, che però sembra soffrire l’abbandono di Nigel Farage, la recente fuoriuscita di altri suoi numerosi esponenti verso il Brexit Party e in generale proprio l’attrattività anche mediatica che la nuova creatura di Farage sembra suscitare. Inoltre, il nuovo leader Gerard Batten sembra aver portato il partito troppo a destra e su posizioni assai radicali. I suoi consensi sono stimati attorno al 5% dell’elettorato.

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