SOCIETÀ

What next? Quale futuro per città e territorio, dopo la pandemia /1

Pandemia, città, territorio: una riflessione urgente, un dibattito zoppo

Travolti ormai da molti mesi da un evento catastrofico per portata e durata qual è la pandemia da Covid-19, è inevitabile per lo studioso come per il singolo cittadino riflettere e dibattere, ognuno a proprio modo, su quello che sta avvenendo nel contesto in cui viviamo. C’è chi sostiene che siamo alle prese con la prima vera crisi mondiale della nostra generazione e che l’urbanistica sarà l’argomento numero uno del XXI secolo perché «cambiare il nostro modo di vivere e organizzare le città in modo ecosostenibile farà la differenza tra la distruzione e/o la sopravvivenza» (“La pandemia è una chance per ripensare gli spazi urbani: ecco la ‘Charta’ per le città post Covid”, intervista di Antonella Caroli a Peter Lorenz, Il fatto quotidiano, 21 novembre 2020). Dunque riflettere su cosa succederà del territorio è necessario e urgente. Dobbiamo essere consapevoli che questa tempesta non sarà né la prima né l’ultima a sconvolgere interi continenti: altre minacce (ambientali, climatiche, economiche, energetiche), oltre a quelle sanitarie, incombono e andranno affrontate a breve. 

Interrogarsi su quali errati comportamenti nella gestione del territorio e dei sistemi sociali possono aver generato l’attuale crisi o aver contribuito ad accrescerne la violenza, la durata, l’estensione, è un obbligo delle discipline che agiscono su tali sistemi. E ancor più urgente è prospettare studi ed azioni che pongano rimedio alle loro devastanti conseguenze ed avviino immediatamente innovazioni in grado di evitarne il ripetersi. La prospettiva di impedire il generarsi di altre crisi devastanti però non basta: occorre disegnare strategie che propongano alle future generazioni un modello di sviluppo diverso da quello attuale. Sarebbe il colmo che “tutto tornasse come prima” (come si invocava nei primi tempi di questo cataclisma) e che non si cogliesse l’occasione per una ben più ambiziosa revisione del sistema economico-sociale che è all’origine di questa deviazione e, in esso, del ruolo di città e territorio, da cui dipenderà gran parte della sostenibilità di questo modello, e quindi del nostro futuro.

Riflettere individualmente è azione necessaria ma non sufficiente a questo fine. Altrettanto indispensabile è confrontarsi e dibattere fra studiosi sui diversi aspetti coinvolti nella pandemia. Non sono univoche le interpretazioni sulle sue cause; sono insufficienti e prevalentemente settoriali le analisi che le singole discipline conducono sui processi che l’hanno generata; sono contrastanti le previsioni sugli effetti di lungo periodo; sono confuse le ipotesi sul modo in cui i sistemi sociali, economici, territoriali, ambientali reagiranno e si adatteranno per assorbire l’enorme impatto di questo uragano; sono incerte e controverse le modalità con cui si pensa nei prossimi mesi di mitigarne, contrastarne, annullarne gli effetti negativi. E ancor più incerte sono le ipotesi sui modi in cui operare negli anni futuri per promuovere una ripartenza dell’intero sistema, rimuovendo il blocco che l’ha inceppato ormai da molti mesi. Studiare, approfondire, progettare dunque è necessario; e confrontarsi lo è altrettanto.

Agli studiosi di architettura e di urbanistica, in particolare, s’impone l’obbligo di interrogarsi su cosa nella progettazione architettonica e in quella urbana, nella pianificazione urbanistica e più in generale nelle scienze del territorio ha contribuito a far sì che, ancora una volta, una malattia di origine animale (tipica del pipistrello) si trasferisse (naturalmente o artificialmente) all’uomo, diventasse letale, si espandesse oltre misura fino a diventare una pandemia non contenibile. Sebbene si stia ancora investigando sul reale processo che in Cina ha determinato il passaggio di specie fra animale e uomo, certamente permane l’ipotesi che un ruolo catalizzatore nella zoonosi lo abbiano avuto le forme intensive di agricoltura e allevamento, l’invasione degli ambienti selvatici da parte di insediamenti urbani sempre più aggressivi, il commercio incontrollato di specie selvatiche nonché l’urbanizzazione violenta e incontrollata degli ultimi decenni che ne ha accelerato la diffusione. 

La pubblicistica sui temi del territorio, fin dall’inizio coinvolta nelle riflessioni sulle cause, sulle mitigazioni, sulle reazioni a questa crisi, ha intensificato, in questi ultimi mesi, l’attenzione sul futuro del modello di produzione dello spazio urbano e rurale in atto a tutt’oggi, su quello che accadrà di questo modello alla fine dell’emergenza e sulle azioni che occorrerà intraprendere per adattarlo alle nuove condizioni che si stanno manifestando (si vedano gli ultimi numeri delle riviste Planum, EyesReg, Scienze del territorio, Urbanistica Informazioni).

Non mancano inoltre occasioni recenti e prossime di dibattito via web (webinar, convegni ecc.) organizzate da associazioni tecnico-scientifiche del settore (INU, AISRe, SIU, CenSU, Urban@it), università ecc. su questi temi, e già sono stati lanciati concorsi di progettazione che sollecitano proposte di nuovi scenari coerenti con le nuove esigenze poste dalla pandemia, per l’abitare, la mobilità, il lavoro, gli spazi verdi urbani.

Gli argomenti proposti dall’introduzione di Bertuglia, Greco e Vaio a questa serie-dibattito su La città dopo la pandemia, ben sintetizzano l’evidente centralità delle città nelle cause e negli effetti di questo sconvolgente evento, e ancor più nelle politiche con cui occorrerà guidarne la ripartenza dopo la crisi. Ed i contributi, da diversi punti di vista, a tale dibattito lo confermano largamente.

Personalmente, condivido l’auspicio di quegli osservatori e protagonisti che si augurano lo sviluppo, nella “riflessione territorialista”, non solo di un atteggiamento difensivo nei confronti delle conseguenze del virus, ma di una reazione proattiva, che consenta di cogliere l’occasione e proporre per le città e i territori un futuro sostanzialmente diverso da quello verso cui erano proiettati, nell’interesse delle prossime generazioni. 

In questi ultimi mesi, ovviamente, il dibattito, già largamente presente, si è intensificato tanto da diventare continuo, pervasivo, talora ossessivo. Eppure questa riflessione si presenta, a mio giudizio “zoppa”. Mentre sulla necessità di un progetto urbano più sostenibile e qualitativamente migliore tanto i tecnici quanto i politici e la stessa opinione pubblica si confrontano ampiamente, è carente, limitata o superficiale la discussione sul rapporto fra epidemia e governo del territorio, sulle azioni che occorrerebbe intraprendere perché la pianificazione territoriale e urbanistica affronti le gravi e colpevoli inefficienze dei processi che ci hanno portato all’attuale crisi.

Ciò è particolarmente importante se si considera che la gestione della malattia non può limitarsi a risolvere le conseguenze del virus e le multi-morbilità ad esso associate, erogando solamente assistenza sanitaria. Occorre intervenire molto più profondamente, affrontando le origini ed il vasto quadro del disagio che la accompagna, a partire dal contrasto alle disuguaglianze, di cui quelle rispetto alla salute sono solo una componente, sebbene importante. Le conseguenze dell’epidemia sono, infatti, molto diverse tra le aree geografiche, le classi sociali, le generazioni, le condizioni economiche, tanto in termini di rischio di contagio quanto – e ancora di più – in termini di gravità delle manifestazioni della malattia e in termini di accesso ai vaccini e alle cure; di qui “l’impossibilità di generalizzare soluzioni associabili ai nostri stili e luoghi di vita”. Conoscere i meccanismi di generazione di tali disuguaglianze sembra essere pertanto il primo passo per adottare politiche e azioni appropriate, come d’altra parte Bertuglia, Greco e Vaio propongono nella loro già citata introduzione a questo dibattito.

Dunque, è importante comprendere le interazioni tra le patologie sanitarie e i fattori sociali, ambientali o economici che hanno dato origine all’epidemia e che peggiorano le conseguenze della malattia (come argomentano in diversi articoli della rivista Lancet, Richard Norton e altri tra il 2017 e oggi). Si suggerisce addirittura di sostituire al termine “pandemia” quello di “sindemia”, dal greco συν (= insieme) e δήμος (= popolo), con sottinteso νόσημα (= patologia), ovvero “la concentrazione ed interazione deleteria di due o più patologie concomitanti, che influenzano sfavorevolmente il corso specifico di ciascuna e ne aumentano la vulnerabilità”.

Sta di fatto che il COVID-19 ha fatto da acceleratore e da detonatore delle crisi economiche e sociali già denunciate da lungo tempo e si può forse sperare che abbia reso più evidenti alcuni aspetti delle interazioni città-territorio-ambiente come, ad esempio, il fatto che: 

  • gli impatti si calano sui territori in modo asimmetrico e diversificato, mentre le risposte tendono ad essere uniformi; dunque è necessario disegnare non interventi standard ma azioni “su misura” rispetto alle differenziate situazioni locali ed ai caratteri distintivi delle popolazioni;
  • la capacità di risposta delle città dipende dalla loro vulnerabilità, dal mix delle loro attività di base, dalla struttura del mercato del lavoro, dalla interazione dei loro commerci; dunque azioni simili possono produrre riposte diseguali. 

Queste considerazioni vanno a rinforzare l’ipotesi che intervenire su inclusività, sostenibilità, innovazione dei sistemi urbani e sui fattori economici, sociali, ambientali del territorio, debba e possa risultare più efficace delle attuali risposte prevalentemente concentrate sugli aspetti sanitari che, in un certo senso, ne sono gli effetti. Si impongono dunque progetti e azioni per muovere verso un nuovo paradigma, che modifichi questi rapporti perversi, rendendo le città più inclusive, sostenibili, innovative.

Di qui il richiamo al rilancio di un dibattito, ad oggi carente, sul rapporto pandemia-territorio, da integrare con analisi e proposte che riportino questa relazione cruciale, insieme con il rapporto pandemia-città, al centro dell’interesse di chi ha il  

Le pandemie: catastrofi e opportunità

 

Che le città siano in prima linea nell’affrontare la crisi sanitaria prodotta dalle epidemie non è una novità: questo è sempre avvenuto nelle molte tragiche occasioni in cui periodicamente gli aggregati umani le hanno dovute affrontare. Per la stessa natura di queste crisi portate dal contatto fra gli esseri viventi, è sempre toccato ai villaggi e alle città dover rispondere ai gravissimi problemi posti dalle malattie contagiose, individuando e facendo rispettare drastiche misure per ridurne la diffusione e successivamente studiando ed attuando azioni di rilancio della loro vita economica e sociale. Dunque le città sono e saranno, in questa come nelle altre epidemie, in prima linea fra le cause ma anche fra gli interventi di risposta alla crisi, (come sostenuto anche dal Rapporto OECD Cities policy responses, luglio 2020). Le città sono infatti al centro di un dilemma fra pregiudizi anti-urbani e utopie eco-tecnologiche (come argomentava Roberto Della Seta nel suo intervento in questa sede del 10 maggio 2021). Se è vero che in termini macroeconomici occorrerà trovare il modo per salvare il capitalismo da se stesso, come sostiene chi ne riconosce gli errori ma ne ammette l’ineluttabilità, saranno le città, che del capitalismo sono la forma spaziale emblematica, a dover essere salvate da sé stesse. Ciononostante, mi sento di ipotizzare che le città continueranno a esistere e a svilupparsi, così come continuerà a resistere e crescere quella globalizzazione che, con le sue esasperazioni, ha accelerato i processi degenerativi in atto. Dobbiamo però auspicare che tanto la globalizzazione quanto la città, inevitabilmente destinate a permanere perché necessarie l’una all’altra, possano essere più correttamente orientate e soprattutto più regolamentate e meno voraci.

Da decenni sapevamo della pericolosa deriva verso cui si stava orientando la crescente urbanizzazione di tutto il pianeta; e non poche voci si erano levate – inascoltate – a lanciare allarmi sulla degenerazione fuori controllo. In un certo senso, infatti, questo paradigma è lo specchio di una globalizzazione rivelatasi “letale”, in cui possiamo pensare che, paradossalmente, i virus si stiano dimostrando delle efficacissime leve di trasformazione del ciclo naturale deviato, come sostenuto anche recentemente dall’epidemiologo Frank Snowden (intervista su Il manifesto, 9 aprile 2021, ) e come preconizzato e persino preannunciato già da alcuni anni non solo nel noto volume Spillover. L’evoluzione delle pandemie, del giornalista scientifico David Quammen, del 2012 (pubblicato in Italia da Adelphi nel 2014) ma anche nel film Contagion (2011) del regista Steven Soderbergh.

E un nuovo forte allarme, se ce ne fosse stato bisogno, sui rischi sempre più alti per il genere umano, era venuto nei primi mesi del funesto anno bisestile 2020, con gli incontrollabili incendi del bush australiano e della foresta amazzonica, o con gli uragani del 2020 e 2021, sempre più violenti e frequenti sulle coste oceaniche dei continenti. Nei confronti di così drammatiche devastazioni e dei loro effetti sull’ambiente non erano mancati i richiami alle responsabilità di una società tecnologicamente molto avanzata, come certamente è la nostra. I suoi sconvolgenti progressi si sono dimostrati però incapaci di prevedere, di evitare, o anche solo di arginare e mitigare le nefaste conseguenze dell’aggressione all’ambiente, ma soprattutto, in alcuni casi, tali effetti sono stati intenzionalmente ricercati, per favorire colpevoli interessi di soggetti potenti ed irresponsabili.

L’esplosione repentina dell’epidemia nel gennaio 2020 ha dato il colpo di grazia a questa pericolosa deriva e ci ha messi di fronte a un angoscioso quesito: come mai un uomo dotato delle immense conoscenze e capacità tecnologiche attuali non è stato in grado di percepire e poi di contenere la diffusione, in poche settimane e su scala mondiale, di un virus che ha bloccato l’intero pianeta e che rischia di paralizzarlo ancora a lungo? A tale quesito sconfortante va contrapposta una considerazione incoraggiante: questo stesso uomo è stato capace di mettere a punto in tempi incredibilmente brevi dei vaccini per sconfiggerlo, riscattandosi nei confronti dell’irresponsabilità e incapacità dei molti cui si deve l’origine e la violenza di questa bufera. Perenne dicotomia e ambiguità delle «magnifiche sorti e progressive», generatrici, allo stesso tempo, di progresso e di contraddizioni!

Oggi sono messe in dubbio le diverse ipotesi formulate nei primi mesi dell’epidemia sul luogo, le modalità e il momento in cui il virus è passato dal pipistrello all’uomo. Sta di fatto che gli spillover (“salti di specie”), da cui queste epidemie hanno sovente origine, non sono accidentali, ma sono da sempre attribuibili alla conseguenza delle attività umane e in particolare all’esplosione del fenomeno urbano. I molti scritti e dibattiti attuali sull’argomento stanno sondando i meccanismi e le azioni proprie di un sistema territoriale e sociale complesso, a cui va, in ogni caso, attribuita la responsabilità di aver amplificato, con diversi fattori di accelerazione e diffusione, le occasioni di contagio dell’uomo con i patogeni degli animali selvatici e la proliferazione degli scambi virali da uomo a uomo. Le calamità ecologiche si sono combinate dunque con gli effetti causati da sovraffollamento, velocità crescente dei trasporti, intensificazione degli scambi commerciali, inquinamento atmosferico ecc., contribuendo alla rapida diffusione di malattie che in altri tempi sarebbero rimaste circoscritte a un ambito locale. Dunque la città globale di oggi genera più facilmente di secoli fa una pandemia o (peggio!) una sindemia, come sostengono, sulla base dei loro studi sui danni nascosti degli inquinanti atmosferici, alcuni ricercatori (p. es. Francesca Dominici, della Harvard T.H. Chan School of Public Health) che ne hanno rilevato l’eccezionale presenza e gravità in grandi aree urbanizzate e fortemente inquinate (Sud della Cina, Corea del Sud, Nord Italia, le grandi capitali europee, New York, San Paolo ecc.).

Eppure c’è anche una possibilità di lettura più ottimista e più benevola dei drammatici eventi epidemici che periodicamente si sono abbattuti sulle città di interi continenti: in molti casi la discontinuità segnata da queste catastrofi ha introdotto un punto di svolta, un’occasione di innovazione e nuovo sviluppo che ha consentito alle città, nei secoli successivi, di risorgere e di svilupparsi come e più di prima. Ed è quanto dobbiamo sforzarci di riprometterci anche oggi, per assumere un atteggiamento propositivo e non catastrofista nei confronti dell’inevitabile fase di ripresa post-COVID che sembra già manifestarsi, sia pure fra molti contrasti.

Non va dimenticato, infatti, che le emergenze provocano accelerazioni della storia e le epidemie si sono sovente comportate come un enzima che ha catalizzato le contraddizioni insite nei sistemi in condizione di sviluppo esasperato. In un certo senso le epidemie hanno dato forma alla storia, perché hanno indotto il genere umano a riflettere su questioni fondamentali (come sostiene ancora Frank Snowden in Storia delle epidemie. Dalla Morte Nera al COVID-19 (LEG Edizioni, Gorizia, 2020).

Alle epidemie esplose in epoche storiche si deve l’introduzione di leggi, pratiche, abitudini sociali tendenti a intervenire sulle strutture urbane per proteggersi dal contagio. E l’effetto di ricaduta di questi provvedimenti è stato sovente il miglioramento delle condizioni di città e territori: diffusione di spazi pubblici per facilitare l’isolamento e aumentare il rapporto con la natura; migliore gestione delle acque reflue; ridisegno della viabilità e dell’edilizia abitativa per aumentare aria e luce nei quartieri malsani; freno alla densità urbana trainata dalla speculazione edilizia e dall’industrializzazione.

Queste migliorie sono il benefico effetto della reazione alle devastanti epidemie che si sono ripetute molte volte nella millenaria storia dell’uomo, dalla peste ateniese del 430 a.C. alla peste nera europea del XIV secolo, alla “spagnola” del 1919-1920, alle varie epidemie di questo inizio di millennio. Certamente la loro estensione e diffusione è avvenuta con modalità molto diverse nel tempo, in relazione ai ritmi propri della mobilità e della intensità degli scambi delle diverse epoche, dalla mobilità pedonale fino a quella aerea, e alle relazioni commerciali sempre più fitte ed estese, soprattutto a partire dalla rivoluzione industriale. Fra il 2000 e il 2019 si possono annoverare ben cinque epidemie di portata continentale: la SARS nel 2002, la “cinese” nel 2009, la MERS del 2012, l’Ebola nel 2014, diffusesi rapidamente grazie a reti di trasporto molto veloci e interconnesse, a una società sempre più urbana, a interazioni commerciali divenute mondiali. E l’ultima, per ora, la SARS-COV 2, ha superato tutte le altre per estensione, rapidità di diffusione, gravità di effetti.

Nonostante ciò, molti sono gli esempi che si possono portare, paradossalmente, a suffragio del riconoscimento delle ricadute positive sulle città, determinatesi laddove sono state ben gestite le fasi di rilancio dopo le drammatiche epidemie (Eltarabily S. e Elghezanwy D., Post-Pandemic Cities – The Impact of COVID-19 on Cities and Urban Design,).

Ben noto è il caso di Venezia, dove le epidemie di peste, importate con i traffici marittimi, hanno colpito nel 1346, nel 1423, nel 1575, dimezzando ogni volta la popolazione, senza però compromettere il suo ruolo di indiscussa potenza mediterranea. Altro caso emblematico è quello di Napoli, dove le ripetute epidemie di colera nell’800 hanno portato agli sventramenti e al progetto di risanamento (1865), e alla riqualificazione dei quartieri storici del centro con la realizzazione di piazze, strade, edifici. Ancor più evidente è la trasformazione prodotta su Parigi ad opera di Haussmann, che abbinò alle esigenze militari e ai progetti di modernizzazione della capitale gli interventi per risanare la città colpita dalle gravi epidemie di colera di metà ’800, applicando principi igienico-sanitari e portando aria e luce, ma anche fognature e grandi viali, nei densissimi quartieri centrali soffocati dalla urbanizzazione sfrenata.

Questi precedenti possono confortarci e stimolarci: le pandemie trovano nelle città, per loro natura congestionate, le condizioni ideali per la diffusione del contagio, ma proprio nelle città trovano anche le potenzialità per il manifestarsi dei sorprendenti processi di adattamento, di resilienza, di rilancio, ricordati più sopra. Sono le imprevedibili capacità di trasformazione dei sistemi urbani che nei secoli passati hanno consentito al pianeta di risollevarsi dalle calamità prodotte dalla stessa azione dell’uomo. Su queste stesse capacità dobbiamo far affidamento oggi per cogliere l’occasione della pandemia da COVID-19 (la prima a connotarsi come caratteristica del mondo globalizzato, dell’era della rivoluzione digitale; del rapidissimo processo di integrazione ambientale e sociale raggiunto negli ultimi anni) per puntare a superare la crisi del modello sociale e del modello di città, dominati, già prima della pandemia, da un mercato fuori controllo e non più in grado di garantire la crescita e la protezione dei suoi cittadini (Massimiliano Cannata, a cura di, La città per l’uomo ai tempi del COVID-19, La nave di Teseo, 2020) ed ora gravati anche dai drammatici effetti della pandemia.

Questi eventi avversi possono, paradossalmente, diventare pertanto l’occasione per introdurre una discontinuità nei processi evolutivi urbani avvitati in spirali perverse. La storia ci conferma come progetti urbani e piani siano stati fortemente influenzati dall’esperienza del contrasto al contagio. Anche la progettazione (dal disegno delle strade, alla pianificazione di infrastrutture, trasporti pubblici, spazi pubblici e parchi, alla progettazione edilizia) ne è stata influenzata così come sono stati modificati i processi di partecipazione della popolazione alla vita collettiva. Condizione per il successo, però, è stata la capacità di governare la ripartenza con lungimiranza, correttezza, mobilitazione delle risorse tecniche, finanziarie e soprattutto umane delle società coinvolte. E va ricordato che, comunque, il “dopo” non è mai stato uguale al “prima”!

 

  1. Gli effetti contingenti: l’oggi delle città

 

Da quasi due anni, particolarmente negli ambienti urbani, si stanno adottando le severe limitazioni dettate dalla necessità di interrompere le catene del contagio, che allo stesso tempo comprimono la nostra stessa natura di individui sociali. I sistemi urbani sono alle prese con isolamento, distanziamento, misure di protezione diventati una strategia per la salvezza della popolazione di tutto il mondo, ma anche un rischio incombente di danni alla personalità e alla psiche di individui e gruppi sociali. Queste misure non solo contraddicono lo spontaneo desiderio di interazione sociale proprio degli uomini, ma confliggono anche con il modo in cui le città si sono formate, sono progettate e si sono, più o meno spontaneamente, sviluppate.

L’interconnessione fra città e nelle città, che è alla base del progresso e dello stesso sviluppo economico e sociale della nostra società, si è rivelata, nello stesso tempo, la condizione privilegiata per la diffusione dell’epidemia. Dunque, si è imposta la necessità di porvi un limite. Si è così sviluppata in modo abnorme e acceleratissimo quella “quarta rivoluzione” (dopo quelle di Copernico, Darwin e Freud) che, secondo il filosofo Luciano Floridi (La quarta rivoluzione. Come l’infosfera sta trasformando il mondo, Raffaello Cortina, Milano, 2017), già ci stava portando dritti verso una “info-sfera” globale. In un mondo in cui stavano diventando labili i confini tra la vita online e quella offline e l’iper-connettività dominava molte delle nostre relazioni professionali, personali, scientifiche, didattiche ecc., si sono così venuti a rinforzare (a causa dello smart working, della didattica a distanza ecc.) i complessi ingranaggi che sono alla base del nostro presente digitale. Trainata dalla pandemia, l’info-sfera si sta sostituendo, molto più rapidamente di quanto previsto da Floridi, alla nostra realtà materiale, trasformando le componenti fisiche della città in gusci pieni o vuoti secondo criteri diversi e talora opposti a prima, fino a un vero e proprio ribaltamento: case piene, uffici vuoti; strade, treni, aerei vuoti; ospedali pieni; scuole vuote, parchi pieni. E ancora si profila il ripopolamento delle aree interne montane e rurali, abbandonate negli ultimi anni, contro la desertificazione delle aree urbane fino al 2019 in frenetica attrazione di popolazione. 

Il trasferimento di tutte le relazioni su reti telematiche sta accelerando questa rivoluzione epocale. È esploso improvvisamente il passaggio al digitale dominato dalle nanotecnologie, dall’Internet delle cose, dal cloud computing, dai droni, cambiando molte nostre abitudini consolidate. E ciò ha comportato una trasformazione non solo dei modelli di vita e di lavoro ma anche dei linguaggi e dei paradigmi del nostro substrato culturale, rendendo urgente una nuova filosofia «in quanto filosofia del nostro tempo per il nostro tempo», come sostiene Floridi. I rischi e le opportunità di queste innovazioni suggeriscono di coniugare le realtà naturali e quelle artificiali per affrontare con successo le sfide poste dalle tecnologie e l’impatto del digitale sulle nostre vite. Questa “quarta rivoluzione” ha determinato non solo un’imprevedibile occasione di accelerazione dei processi già in atto, fino a determinare un repentino mutamento del nostro approccio alla realtà, ma anche l’interruzione delle relazioni sociali, improvvisamente trasferite in toto in una sfera relazionale digitale, e l’aumento dei rischi paventati da Floridi. Anche le applicazioni telematiche alle esigenze di tracciare i cittadini e monitorare la diffusione del virus attraverso i dati e l’intelligenza artificiale, ha prodotto l’esplosione di nuove tecnologie per la tracciabilità (e la sorveglianza), fino a un anno fa ancora poco sviluppate. Nel bene o nel male, questi strumenti saranno una tra le importanti eredità dell’innovazione tecnologica generata dalla crisi da virus, con rilevanti ricadute positive sul mondo del lavoro, sull’uso delle abitazioni e degli spazi urbani, sui percorsi della didattica a distanza, ma anche con inquietanti interrogativi sui loro campi di applicazione e sulle loro evoluzioni future, nonché sui nostri diritti alla privacy. Alla fine, nella città di oggi e più ancora in quella di domani, saremo noi a controllare la tecnologia o sarà la tecnologia a controllare noi? 

Quello attuale dunque, sotto molti profili, è un momento di svolta epocale, in cui l’evento eccezionale e repentino, l’epidemia, si sovrappone agli effetti deteriori e sottovalutati, di lontana origine e continuità, prodotti dalla vorticosa urbanizzazione degli ultimi decenni e da tempo ormai accusati di “generare mostri”, modificando traiettorie che sembravano indiscutibili, rendendoci consapevoli del rischio che una degenerazione prodotta dallo stesso processo alimentato dalle nostre strategie (e il Coronavirus è una degenerazione di questo tipo) possa bloccare intere nazioni e sconvolgere il pianeta. Sorprendentemente, però, il nostro sistema socioeconomico è, ed è stato, in grado di attivare immediati strumenti di riadattamento e di parziale mitigazione dell’evento, anche se non parlerei propriamente, almeno per ora, di resilienza. In questi mesi le città offrono, infatti, un’immagine del tutto imprevedibile fino all’inizio del 2020, ma, nonostante ciò, sembrano sopravvivere, e addirittura stanno sperimentando percorsi alternativi. Potremmo rappresentarla come l’istantanea di un meccanismo inceppato e congelato, che pure si è riconvertito in pochi giorni per assicurare la sopravvivenza della specie. La decisione obbligata, per interi continenti, di sopprimere ogni contatto fra gli uomini è stata la risposta al drammatico contagio incombente e inarrestabile. E il “lavoro agile”, lo “smart working” è stato lo strumento che ha reso possibile la conciliazione fra lavoro e distanziamento fisico.

In realtà si era già evidenziata negli ultimi anni (grazie al vorticoso sviluppo della telematica) la convenienza da diversi punti di vista, a dislocare in varie sedi lo spazio di lavoro, abbandonando il luogo emblematico del lavoro terziario, il palazzo per uffici, in cui si concentrano tutti i dipendenti. Solo però la necessità di far fronte all’emergenza COVID, evitando il contatto e la concentrazione del personale in ambienti chiusi e la mobilità pendolare, ha spinto le imprese (molto riluttanti finora a farlo), a spostare il lavoro presso le case dei dipendenti. E l’adozione di questo repentino cambiamento non è avvenuta, però, con contestuale revisione delle condizioni di lavoro. Non c’è dubbio che l’adozione estesa di questa novità influirà certamente sui risultati economici delle aziende e determinerà forti effetti positivi sull’ambiente. Recenti ricerche hanno stimato che il “lavoro agile” in media ha evitato la percorrenza di decine di chilometri al giorno per dipendente, ha ridotto notevolmente i consumi di acqua e di energia, e la produzione di rifiuti, e certamente potrà dimostrare anche altre ricadute ambientali oggi difficilmente valutabili. Sul piano sociale invece il bilancio fra impatti positivi e negativi è più ambiguo: il costo a carico del dipendente dell’uso dello spazio familiare per l’attività lavorativa, la riduzione delle interazioni personali, le interferenze fra vita lavorativa e vita familiare, la condivisione di spazi non progettati per ospitare un mix funzionale producono pesanti effetti negativi lamentati da una quota molto alta di dipendenti. A fronte degli innegabili benefici costituiti della riduzione del pendolarismo, dalla più facile gestione dei compiti familiari, dal guadagno di tempo per altri impegni, i costi economici e sociali per il dipendente sono alti. Senza una adeguata contrattazione collettiva delle condizioni di questo tipo di lavoro, questa soluzione, oggi molto caldeggiata dalle imprese, avrà costi sociali molto pesanti.

La reazione a questa novità nel mondo del lavoro sta innescando nelle città nuovi fenomeni e sta attivando trasformazioni che ci mostrano un paesaggio urbano improvvisamente cambiato con una velocità e portata ipotizzata solo da pochi studi scientifici di lungimiranti e preparati ricercatori, ma soprattutto da pochi distopici romanzi e film di fantascienza quali quelli già citati. Avremmo mai potuto immaginare, fino a pochi mesi fa, la selva di edifici multipiano dei distretti terziari delle down-town di Milano, Londra, New York, improvvisamente diventare vuota e silenziosa?  Eppure è successo! 

Sorprendentemente, però, nonostante tutto, il sistema fondato sulla cultura della densità e dell’intensità degli scambi si è rivelato capace di funzionare, seppure al minimo e con riluttanza, grazie all’improvvisa capacità di adattamento alla rarefazione coatta dimostrata da quelle stesse relazioni fisiche e sociali che fino ad allora si consideravano l’elemento identitario della società urbana, il suo carattere fondativo. È un fatto che l’immagine della città e del territorio al tempo del COVID-19 è risultata del tutto imprevista e inquietante. I centri delle metropoli che fino a febbraio 2020 erano nodi e ostaggio rumoroso di flussi generati da attività di ogni genere – finanza, internet company, migrazioni, imprese multinazionali, alta velocità ferroviaria, reti di mobilità urbana –, che vi impattavano e li disegnavano in un rapporto dialettico, hanno visto invertirsi le dinamiche pieno-vuoto e svuotarsi i luoghi a più alta densità del mondo. Le città ne sono risultate completamente stravolte:

  • grattacieli per uffici vuoti e lavoratori convertiti in smart workers, rifugiati in salotti, cucine, stanze da letto affollati e rumorosi; 
  • scuole sbarrate e studenti a casa, davanti a schermi su cui piattaforme per la condivisione della didattica li mettevano in contatto con compagni e insegnanti; 
  • strade, ferrovie, aeroporti, porti percorsi non da lavoratori, viaggiatori, turisti, ma da riders e mezzi per la consegna di merci; 
  • negozi con le serrande abbassate, mercati cancellati, centri commerciali silenziosi, enormi aree di parcheggio vuote mentre i clienti ordinavano gli acquisti seduti davanti ad un PC, attraverso i siti dell’e-commerce;
  • teatri, cinema, palestre, stadi sbarrati, e artisti, atleti, attori ridotti a esibirsi senza pubblico, davanti a videocamere e telecamere; 
  • biblioteche, musei, luoghi del turismo frequentati solo da pochi addetti alla manutenzione e gestione, e visitati via streaming da migliaia di utenti virtuali;
  • ricercatori confinati nei loro laboratori e collegati alla comunità scientifica solo via web, rinunciando agli essenziali incontri fra team e agli eventi congressuali forieri di indispensabili relazioni fra gruppi di ricerca; 
  • spazi aperti, parchi, strade, piazze popolati da singoli walkers e joggers accuratamente distanziati gli uni dagli altri e resi irriconoscibili da mascherine obbligatorie;
  • relazioni sociali e parentali fisicamente interrotte e affidate ai soli collegamenti telematici.

È questa, potremmo dire, la fotografia della città e del suo territorio al tempo del COVID-19, l’identità urbana dell’anno 2020 e della primavera 2021, oggi parzialmente superata, ma senza garanzie che possa riproporsi in altri momenti futuri!

Per quanto detto fin qui, diventa quindi urgente, nella fase post-pandemica che oggi vediamo approssimarsi grazie al successo della campagna vaccinale, costruire città con maggiore attenzione all’ambiente e alle ragioni della sostenibilità e della solidarietà, e intervenire sui territori non solo per evitare che il caso si ripeta, ma soprattutto per guidare correttamente la ripartenza verso una trasformazione innovativa e non solo correttiva, come l’Unione Europea vorrebbe che avvenisse con il grande investimento del Fondo Next Generation EU da utilizzare nei ventisette Stati europei entro il 2026. Ne saremo capaci? Da questa risposta dipenderà il nostro futuro!

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