SOCIETÀ

Crisi post pandemica: manca il lavoro o i lavoratori?

Appena due anni fa, il tema prevalente nei discorsi sul lavoro era lo spettro della disoccupazione tecnologica di massa, ossia la sostituzione dell’uomo con le macchine. Poi è arrivato il COVID-19, e il tema prevalente è diventato la disoccupazione di massa provocata dalle chiusure per pandemia. Sembra quindi lunare la piega che da qualche mese ha preso la discussione sul lavoro, almeno nel mondo anglosassone: mancano lavoratori. Le imprese, i negozi, le catene di fast food, le società di logistica, i fornitori di servizi digitali cercano personale, e non lo trovano. Quello del lavoro “è un mercato del venditore”, titola il Guardian, intendendo: il mercato in cui il pallino lo ha in mano chi vende la sua forza lavoro, non chi la acquista. Sì, c’è carenza di lavoro, ed è una buona notizia, fa eco sul New York Times l’economista del MIT David Autor. Ma il fenomeno, per quanto più eclatante in un mercato del lavoro fortemente flessibile e reattivo come quello americano (e inglese), si è visto anche in giro per l’Europa, dalla Svizzera alla Germania, diceva già in maggio l’Economist, in un articolo intitolato “Labour crunch”. Persino da noi, in un mercato del lavoro ancora piatto, dove sono in ripresa soprattutto i posti precari (a tempo determinato) e ancora in calo gli autonomi, per tutta l’estate le imprese del turismo hanno denunciato la scarsità di manodopera, incolpando sussidi e reddito di cittadinanza; e alla riapertura del campionato di calcio – per fare un esempio piccolo ma significativo - molti club hanno fatto sapere di non trovare persone disponibili per fare gli steward alle partite. Cosa sta succedendo? E c’è qualche connessione tra le varie situazioni, in Paesi così diversi?

Un elemento comune naturalmente c’è, ed è l’impatto della pandemia e dei lockdown. Quasi ovunque, sebbene in misura diversa, questo è stato accompagnato da misure di welfare, di sostegno ai lavoratori disoccupati, per le vie ordinarie (soprattutto in Europa, dove questi schemi c’erano già grazie all’eredità dei sistemi di welfare del Novecento) e straordinarie (anche in Europa, ma soprattutto in alcuni degli Stati degli Usa). Ne consegue l’altro elemento comune, stavolta di natura interpretativa: quasi ovunque i sussidi sono stati visti come presunti colpevoli della riluttanza dei lavoratori ad accettare qualsiasi lavoro e qualsiasi paga, a tornare dunque a lavorare alle stesse condizioni di prima – una interpretazione che, come vedremo, è molto spesso smentita dai fatti. Ma le differenze tra le varie situazioni sono notevoli. Tra i sistemi anglosassoni e quelli dell’Europa continentale, per la maggiore flessibilità del lavoro dei primi. Ma anche nelle condizioni di partenza dell’occupazione, con paesi come l’Italia caratterizzati da un’alta disoccupazione strutturale, spesso di lungo periodo, da una bassa occupazione di donne e giovani e da un cattivo funzionamento delle istituzioni pubbliche a sostegno dell’occupabilità (i centri per l’impiego). Inoltre, ci sono situazioni eccezionali come quella del Regno Unito, nel quale all’impatto del COVID-19 si è aggiunto quello della Brexit con il blocco dei visti per i lavoratori non specializzati, che ha causato un’enorme e improvvisa carenza di manodopera nei servizi alla persona e nei trasporti delle merci.

La situazione americana

Partiamo allora dagli Stati Uniti, dove il fenomeno è stato notato prima e dove i confronti tra gli Stati – nonché la rapida disponibilità dei dati – permettono di capire qualcosa di più (anche se, come ha onestamente ammesso il già citato David Autor sul NYT, non sappiamo ancora bene cosa sta succedendo). È certo che, al momento, “ci sono più posti che disoccupati”. Con le prime riaperture, si era già visto un alto tasso di dimissioni nel settore privato (ne avevamo parlato in questo articolo su Il Bo). Con l’estate, il fenomeno è diventato eclatante; e la carenza di manodopera si è vista di più negli Stati che non avevano introdotto i sussidi, o che li avevano fatti cessare prima. Una specie di esperimento in vitro a dimostrare che l’assistenza pubblica non può essere considerata “colpevole”, o almeno non fornisce l’unica spiegazione.

La minore disponibilità/possibilità di muoversi, sia per i migranti che per i locali, può essere una concausa; così come va indagata la sostanza, il tipo di lavori richiesto: è possibile che, in una economia che ha compiuto un balzo in avanti nella digitalizzazione, si cercavano e si cercano profili di lavoratori non presenti in abbondanza nel mercato. Ma soprattutto c’è il problema dei salari e delle condizioni di lavoro nei piani più bassi dell’occupazione: si trovano meno persone disposte ad accettare paghe da fame e condizioni dure, in termini di orari, sicurezza, qualità. Lo fanno (ossia rifiutano il lavoro) perché possono vivere sui sussidi? Non solo, dicono i dati dei confronti tra gli Stati con maggiori e minori sussidi. Non va dimenticato l’impatto della pandemia su altre due variabili, attinenti alla conciliazione tra vita e lavoro: la maggiore necessità di accudire i figli, con la chiusura di scuole e servizi in presenza, che può aver contribuito a tenere molti, soprattutto le donne, fuori dal mercato del lavoro; e anche il ripensamento personale, la valutazione del valore del proprio tempo e del proprio lavoro; la paura dei rischi per la salute, dunque del contagio sul posto sul lavoro e sui mezzi di trasporto; e la consapevolezza che, in un mercato che riprende a muoversi, forse conviene attendere e guardarsi un po’ intorno.

Nello UK: "non c’è scarsità di lavoro, c’è scarsità di salari"

Questi fenomeni sono egualmente presenti, e potenziati dall’effetto-Brexit, nel Regno Unito, dove il presidente della Independent Workers’ Union of Great Britain dice senza mezzi termini: “Non c’è scarsità di lavoro, c’è scarsità di salari”. Insomma: aumentate le paghe, e i lavori che offrite saranno accettati. Da una sponda non certo militante, lo aveva detto anche l’Economist, citando come soluzioni alla crisi da offerta di lavoro: “payment, passport and patience” - paghe, passaporti e pazienza. Sarà un effetto paradossale della pandemia, ma per la prima volta da anni il lavoro ha ripreso un minimo di potere contrattuale, poiché il mercato è più “stretto”, si può negoziare, e si sta negoziando. Il che apre molte incognite su cosa succederà dopo, poiché c’è già chi teme, o annuncia, un aumento dei prezzi. Ma se l’intera economia del “low” – bassa qualificazione, basso salario, bassa qualità delle merci e dei servizi, bassi prezzi – è terremotata, potremo assistere ad effetti interessanti sia nella composizione dei lavori che in quella dei consumi.

E in Italia?

Da noi la situazione era diversa in partenza ed è diversa negli esiti. È vero che, come dicono gli ultimi dati Istat, si è assistito a un aumento dei posti vacanti (quelli offerti dalle imprese e non “riempiti”), che sono adesso l’1,4% nell’industria e nei servizi di mercato - il livello più alto da 2010, inizio della serie storica di questa rilevazione, allora erano allo 0,7%. Ma si tratta di variazioni contenute, e di un livello non lontano da quello immediatamente pre-pandemia. Più interessante è l’analisi dei settori, dalla quale viene fuori che il fenomeno è più forte nei servizi: anche qui, le cronache dicono che spesso sono quelli a bassissima qualificazione e paga, e quelli più specializzati nel settore digitale. Ma di certo siamo lontani dal “mercato del venditore”, da una nuova posizione di forza dei lavoratori, tant’è che gli stessi dati Istat segnalano una ripresa occupazionale concentrata soprattutto sul lavoro a termine, stavolta di più nelle fasce d’età più giovani. Ma il messaggio che viene dalle notizie e dalle riflessioni statunitensi dovrebbe portare a pensarci due volte, prima di individuare colpevoli e ricette facili, e soprattutto a non insistere su un meccanico ritorno al passato: l’introduzione di un salario minimo e tutele universali, che rafforzerebbero il potere contrattuale dei lavoratori, può essere un buon incentivo anche per le imprese a aumentare qualità e produttività, nella transizione al mondo del lavoro post-pandemico.

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