SOCIETÀ

L'Africa e la democrazia a rischio

Nel continente africano è in corso “un progressivo deterioramento della democrazia” rispetto a dieci anni fa, con bruschi passi indietro anche sul fronte della sicurezza, del rispetto dei diritti umani, della partecipazione, dell’inclusione. A registrare il peggioramento di questi capisaldi politici e sociali è il rapporto 2022 sulla “governance africana”, l’Ibrahim Index of African Governance (IIAG), stilato appunto dalla Fondazione Mo Ibrahim (un ricco imprenditore sudanese che dal 2007 promuove la democrazia e la responsabilità politica in Africa), appena pubblicato, ma basato su dati raccolti fino alla fine del 2021. Come dire: la situazione oggi, con tutta probabilità, è ancor peggiore. «Le violenze contro i civili e i disordini politici sono aumentati in tutta l’Africa dall’inizio della pandemia, con i governi che spesso hanno usato le restrizioni per reprimere il dissenso», è scritto nel rapporto, che viene pubblicato ogni due anni. Tra le cause indica le drammatiche conseguenze della crisi climatica, che continua a provocare siccità (soprattutto nella regione del Corno d’Africa) e devastanti inondazioni, mettendo a rischio la vita di milioni di persone. E la guerra in Ucraina, che ha prodotto una profonda carenza di materie prime e una conseguente impennata dei prezzi al consumo.

Agenda 2063: obiettivi sempre più lontani

L’Ibrahim Index si concentra su 4 categorie principali (sicurezza e stato di diritto, partecipazione e diritti umani, opportunità economiche sostenibili e sviluppo umano) e su 16 specifiche sottocategorie. Tutti i dati sono raccolti da fonti che la Fondazione stessa certifica come “indipendenti”. La fotografia che ne esce è inquietante. Secondo lo stesso Mo Ibrahim, che ha presentato il rapporto, l’attuale insicurezza generale e l’arretramento delle conquiste democratiche potrebbero rappresentare una seria minaccia per il futuro: «Se non affrontiamo rapidamente questa tendenza, gli anni di progresso a cui abbiamo assistito potrebbero andare persi e l’Africa non sarebbe in grado di raggiungere a tempo debito gli obiettivi di sviluppo sostenibile fissati dalle Nazioni Unite e dall’Agenda 2063 dell’Unione africana». Il riferimento all’Agenda 2063 è un monito ben preciso: si tratta del piano operativo, siglato nel 2015 ad Addis Abeba dall’Assemblea dei capi di Stato e di governo dell'Unione africana, che disegna la “traiettoria di sviluppo” per il continente africano, con l’obiettivo di trasformarlo, a lungo termine, nella “potenza globale del futuro”. Un piano ambizioso che fissa alcuni traguardi prioritari e condivisi, tra i quali l’integrazione politica degli Stati (fino a creare un’Africa confederata), l’indipendenza politica dalle potenze straniere, lo sviluppo economico (che dovrebbe tendere ad avvicinarsi quanto più possibile all’eliminazione della povertà), il miglioramento della democrazia e dei sistemi giudiziari, l’instaurazione della pace e della sicurezza, oltre a sostenibilità, istruzione e servizi di base di qualità, uguaglianza di genere, inclusività e l’istituzione di una serie di istituzioni finanziarie comuni (come la Banca centrale africana, una Banca africana per gli investimenti, una Borsa panafricana e un Fondo monetario africano). Per non parlare dei progetti infrastrutturali, come la rete di treni ad alta velocità che dovrebbe collegare tutte le capitali del continente. Sembra di sfogliare un bel libro dei sogni, che oggi si scontra con una realtà assai più amara.

Il drammatico aumento dei colpi di stato

«Questi sono tempi difficili», ha messo in guardia Mo Ibrahim. «Oggi più che mai dev’essere rinnovato l’impegno a rafforzare la governance, prima di perdere tutti i progressi raggiunti in questi ultimi dieci anni. Il nostro continente è esposto in modo univoco agli impatti convergenti dei cambiamenti climatici, più recentemente della pandemia, e ora anche all’impatto indiretto della guerra Russia-Ucraina. I governi devono affrontare la continua mancanza di prospettive per i nostri giovani, il peggioramento degli indicatori sull'insicurezza alimentare, la mancanza di accesso all’energia per quasi metà della popolazione complessiva, il peso del debito più pesante e soprattutto i crescenti disordini interni. I colpi di stato sono tornati ad aumentare, e la deriva antidemocratica si sta diffondendo. I governi dovrebbero concentrarsi sulla promozione di istituzioni forti e una buona leadership: sarà fondamentale non soltanto per affrontare le crisi attuali, ma anche per le sfide che ci attendono».

I risultati dell’IIAG 2022 non soltanto non fanno ben sperare, ma raccontano una realtà diametralmente opposta rispetto a quegli obiettivi. Segni evidenti di arretramento sono stati registrati nelle aree “sicurezza e stato di diritto”, e “partecipazione e diritti umani”. Con un impressionante aumento negli ultimi anni dei colpi di stato ad opera di figure militari, spesso sostenute da gruppi di radice islamista: dal Burkina Faso (due colpi di stato nel 2022, uno a gennaio, l’altro a settembre) al Mali (nel maggio dello scorso anno la giunta militare al potere ha sostenuto di aver sventato un nuovo golpe ad opera di ufficiali dell’esercito sostenuti da un non precisato stato straniero). Poi in Guinea, in Ciad, nel Sudan. E spesso nemmeno gli stessi generali riescono a garantire una qualche forma di sicurezza e di stabilità, il che si traduce in scontri con la popolazione, con il solito tributo di morti, da contare a centinaia, quando va bene. La piaga del terrorismo islamico in Africa è stata pubblicata a fine anno dalla rete radio-tv turca, TRT World, che descrive così la situazione di caos e d’insicurezza. «Il gruppo terroristico Al Shabab, affiliato ad Al Qaeda, che ha combattuto il governo in Somalia per anni, ha continuato a devastare il paese. Hanno continuato a piazzare esplosivi su strade e auto che hanno ucciso e ferito centinaia di civili. I gruppi terroristici hanno continuato a operare anche nel nord della Nigeria, nella regione del Sahel e nel nord del Mozambico, infliggendo dolore alle comunità. Nel frattempo, a marzo, una banda in Nigeria ha attaccato un treno e ha preso in ostaggio diversi passeggeri, chiedendo un riscatto. Il rapimento a scopo di riscatto è diventato comune in Nigeria. Nella regione dei Grandi Laghi, migliaia di persone hanno continuato a fuggire dalle loro case nel Congo orientale (Repubblica Democratica del Congo) a seguito di nuovi scontri tra i ribelli dell’M23 e l'esercito congolese. La RDC accusa il Ruanda di sostenere i ribelli, cosa che Kigali nega».

Intanto continua a crescere anche il “peso” delle forze straniere negli stati africani. La Russia ha in atto diversi accordi di cooperazione militare (con Mali, Repubblica Centrafricana, Libia, Sudan, Mozambico), con vendita di armi e addestramento delle forze armate locali, addirittura con schieramento di truppe, spesso mercenari del gruppo Wagner, nei luoghi di crisi (e proprio nella Repubblica Centrafricana si segnalano scontri in queste ore con le milizie ribelli per il controllo delle miniere d'oro). Un’influenza radicata, spesso sotterranea, emersa tuttavia con chiarezza dopo l’invasione in Ucraina decisa da Putin: la risoluzione Onu dello scorso aprile, che ha sospeso l’adesione della Russia al Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite, ha ricevuto il voto contrario di 9 stati africani, ma altri 24 si sono astenuti, e ulteriori 11 non hanno partecipato al voto (qui l’elenco): 44 paesi su 54 totali. E se da un punto di vista militare la presenza della Russia è la principale, da quello commerciale è la Cina a farla da padrona: con Xi Jinping che ancora nel 2018 aveva annunciato la consegna di 60 miliardi di dollari in aiuti e prestiti agli stati africani senza chiedere “contropartite politiche”.

Mauritius e Seychelles in testa alla classifica

Questo, in grandi linee, il quadro che emerge dalla ricerca, che tuttavia mette in risalto anche alcuni lati positivi: dal 2012 a oggi emergono importanti progressi nella costruzione di infrastrutture in tutto il continente, una maggiore uguaglianza per le donne e un progresso nella salute, nell’istruzione e nella sostenibilità ambientale. In cima alla classifica generale, dunque l’eccellenza nella “governance” prendendo in considerazione la somma di tutti gli indicatori, c’è la Repubblica di Mauritius, stato insulare africano nell’oceano indiano, territori di straordinaria bellezza, ex colonia del Regno Unito (indipendente dal 1968), con un’economia fondata soprattutto sul turismo e sulla coltivazione della canna da zucchero, e con un Pil in netta crescita dopo la brusca frenata del 2020, quando la pandemia paralizzò viaggi e spostamenti. In seconda posizione c’è un’altra perla del turismo, Seychelles, che ha ottenuto punteggi altissimi nella categoria “sviluppo umano”. Al terzo posto c’è invece una clamorosa incongruenza: la Tunisia, che sta vivendo ore drammatiche, con una crisi economica che taglia le gambe alla popolazione, e un presidente autocrate, Kais Saied, che dopo aver deposto, nel 2021, il capo del governo e licenziato i ministri della Difesa e della Giustizia (per eccesso di casi di corruzione, si era giustificato), ha sospeso l’attività del Parlamento assumendo lui stesso la guida del potere esecutivo. Successivamente, a luglio 2022, ha varato una nuova Costituzione nella quale s’instaura un iper-presidenzialismo, con il Parlamento e la magistratura costretti a un ruolo assai marginale. Nel secondo turno delle elezioni politiche, pochi giorni fa, c’è stata la conferma della clamorosa protesta dei tunisini contro il presidente Saied: che, semplicemente, si sono rifiutati di partecipare al voto: l’affluenza si è fermata per la seconda volta consecutiva all’11%. Una partecipazione talmente scarsa che non ha alcun senso parlare di democrazia. Ancor meno dopo la notizia, delle scorse ore, dell’arresto di un funzionario dell’UGTT, il potente sindacato dei lavoratori tunisini (oltre un milione di iscritti) che si è schierato apertamente contro l’operato del presidente, intenzionato a varare le rigidissime misure di austerity imposte dal Fondo Monetario Internazionale in cambio dell’erogazione di un prestito da 1.9 milioni di dollari. È evidente che la Tunisia, nel prossimo rapporto Ibrahim, rischia di scivolare in basso.

Emergenza in Nigeria: anche le elezioni sono a rischio

Sul fondo della classifica troviamo il Sud Sudan (martoriato dalla guerra civile, dove Papa Francesco arriverà domani, dopo aver fatto tappa nella Repubblica Democratica del Congo, nel suo “pellegrinaggio di pace”), preceduto, a risalire, da Somalia, Eritrea, Congo, Sudan, Repubblica Centrafricana, Camerun, Burundi, Libia e Guinea Equatoriale. Altra sorpresa, sempre dovuta all’evoluzione delle “crisi” nel 2022: in questo elenco non figura la Nigeria, che sta vivendo una drammatica escalation di violenza, soprattutto nel sud-est del paese per mano di gruppi armati secessionisti che stanno addirittura mettendo a rischio il regolare svolgimento delle prossime elezioni presidenziali, previste per il 25 febbraio. Dall’inizio del 2021 a oggi sono stati uccisi più di cento agenti di polizia. I media locali attribuiscono la responsabilità di questi assalti al variegato gruppo Ipob (Indigenous People of Biafra) o al suo braccio armato, l’Eastern Security Network (ESN). Per non parlare della piaga dei sequestri di persona. Ma la violenza urbana è diffusa ormai ovunque, come rileva l’ISS (Institute for Security Studies): «Banditi e bande sono diffusi nel Nord Ovest; gli agitatori separatisti stanno causando conflitti nel sud-est; una crisi di pastori-agricoltori è in corso negli Stati centro-settentrionali. Le due fazioni di Boko Haram si sono espanse dagli stati del Nord Est al Nord Ovest e al Nord Ovest Centrale. La corruzione e l’abuso della spesa per la sicurezza aggravano la crisi della sicurezza in Nigeria. I fondi sono forniti ai funzionari governativi federali, statali e locali che sono liberi di erogare a loro discrezione. Transparency International stima che le “spese segrete e non contabilizzate in contanti” ammontino a oltre 670 milioni di dollari l’anno».

La situazione del continente africano appare, nel suo complesso, drammatica. Ne è una riprova la mancata assegnazione, negli ultimi due anni, del premio annuale che la Mo Ibrahim Foundation ha deciso di attribuire al leader africano, purché democraticamente eletto, che più si è battuto per il rispetto dello stato di diritto, che più ha dato prova di “buon governo”. Dal 2007 a oggi il riconoscimento, che comporta una “ricompensa” di 5 milioni di dollari, è stato assegnato soltanto 6 volte. L’ultima volta è stata nel 2020, con il premio conferito al presidente del Niger, Mahamadou Issoufou. Dalle parole di Mo Ibrahim, intervistato pochi giorni fa dalla Reuters, trapela amarezza: «Non abbiamo causato il cambiamento climatico, ma ne siamo colpiti. Non abbiamo iniziato la guerra in Ucraina, ma ne siamo colpiti. Non abbiamo colpe per la diffusione del Covid, ma ne siamo colpiti. Poi abbiamo dei casi di malgoverno. E di questo siamo responsabili».

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