SOCIETÀ

Perché l'Italia non cresce

La crescita del Prodotto Interno Lordo (Pil) dell’Unione Europa nel 2019 è stata, complessivamente, dell’1,4%. Non è un risultato brillante, ma certo è positivo. Fanalino di coda è l’Italia, con una crescita dello 0,1%. Ancora una volta, verrebbe da dire. Perché sono più di trent’anni che ogni anno il nostro paese registra una crescita del Pil inferiore di circa un punto percentuale alla media europea

Le previsioni è che la forbice si allargherà in questo 2020: se la crescita europea, secondo il commissario agli affari economici Paolo Gentiloni, sarà a fine anno dell’1,2%, il Pil italiano sarà negativo. Probabilmente dello 0,3%. Se questo fosse vero ci troveremmo di fronte a una forbice tra Italia ed Europa che tende ad allargarsi, dall’1 all’1,5%

Perché l’Italia da trent’anni e più cresce meno dell’Europa? Perché la forbice non diminuisce e, al contrario, si allarga?

Il tema economico nel nostro paese, quand’anche riesce a catturare l’attenzione della politica e dei media, punta quasi sempre sul contingente. Sulle cause prossime e superficiali. Raramente su quelle remote e profonde. Quelle che una volta venivano definite strutturali. 

Quelle poche persone che in questi trent’anni si sono occupate di questa cause strutturali proponendo previsioni che si sono, ahinoi, puntualmente verificate sono state definite, in maniera denigratoria, Cassandre: un titolo (perché tale è) sofisticato che in chiave pop che si è trasformato in tempi recenti in “gufi”. Senza tener conto che Cassandra, figura che nella mitologia greca aveva la dote della profezia, le sue tragiche previsioni le ha “azzeccate” tutte. Era figlia di Ecuba e di Priamo, re di Troia. Alla nascita di Paride la profetessa mise tutti sull’avviso: attenzione, perché il neonato porterà alla distruzione della nostra città.

Per quanto le sue profezie fossero esatte, Cassandra fu quasi sempre invisa ai suoi concittadini, che tutto volevano ascoltare tranne che la verità. Le cose non sono granché cambiate in Italia in tempi più recenti.

Ebbene, tra le poche Cassandre che hanno previsto il declino relativo dell’economia italiana indicando le cause strutturali che il paese sembra per nulla intenzionato a individuare e a rimuovere c’è Sergio Ferrari, che ha a lungo lavorato all’ENEA (Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l'energia e lo sviluppo economico sostenibile) e ha costantemente monitorato le capacità competitive del nostro paese dal punto di vista tecnologico. Noti (agli esperti, almeno) sono gli Osservatori sulla competizione tecnologica che ha per molti anni coordinato, pubblicando una serie di rapporti che si sono interrotti nel 2007 per mancanza di copertura economica (sì, in Italia succede anche questo).

Ma i fatti, prima delle opinioni. Primo fatto: nel secondo dopoguerra l’Italia si è trasformato da paese a economia agricola a paese industriale, con una forte vocazione   all’esportazione. Oggi è la seconda manifattura d’Europa, dopo la Germania. 

Secondo fatto: oggi l’economia trainante a scala mondiale è quella definita “della conoscenza”. Le merci che hanno il maggior valore aggiunto e sono protagoniste degli scambi internazionali sono quelle il cui valore è dato non solo e non tanto da quello delle materie prime e da quello del valore del lavoro (degli uomini o delle macchine) per trasformarli, ma anche e soprattutto dal valore di conoscenza (scientifica, ma non solo) che hanno introiettato. Esempio: i nostri cellulari costerebbero quasi nulla se il loro valore fosse dato dalle materie prime che contengono e dal lavoro necessario per assemblarli. Costano tanto per la conoscenza informatica, altissima, che contengono.

Terzo fatto: la specializzazione produttiva dell’industria del nostro paese è nelle basse e medie tecnologie, dove siamo esportatori netti, mentre c’è scarsa vocazione per e alte tecnologie, settore in cui siamo importatori netti. Tornando al nostro esempio, utilizziamo in massa i cellulari, ma non ne produciamo uno solo.

Quarto fatto: fino a metà degli anni Ottanta del secolo scorso l’economia italiana è cresciuta a ritmi sostenuti – seconda, forse, solo a quella del Giappone – poi i rapporti con il resto d’Europa e gran parte del mondo avanzato si sono invertiti. L’Italia è stato uno dei paesi che è cresciuto di meno al mondo. Ancora oggi abbiamo un Pil inferiore a quello della crisi del 2007/2008. 

Ora veniamo all’interpretazione dei fatti. A partire dalla metà degli anni ’80 del secolo scorso la platea del mondo industrializzato si è enormemente allargata. Sulla scena sono apparsi nuovi e grossi paesi: la Cina, ma non solo la Cina. Almeno una dozzina di paesi del sud-est asiatico, ma anche altre economie emergenti in Sud America e persino in quello che veniva definito il continente dormiente, l’Africa. 

Nel nuovo contesto, definito di “nuova globalizzazione”, il ruolo dell’Italia è cambiato. Non siamo più il più povero tra i paesi ricchi. Molto più poveri di noi, in termini sia relativi che assoluti, da trent’anni a questa parte ci sono altri paesi competitori. Questo cambiamento di ruolo è stato determinante. Perché nella fase precedente, quando eravamo i più poveri tra i ricchi, potevamo sfruttare la leva del basso costo del lavoro per rendere competitive le nostre merci a piccola e anche a media tecnologia. Parliamo dell’industria e dei beni industriali, ma analogo discorso vale per i servizi.

Inoltre abbiamo perso anche la seconda leva. Perché per alcuni decenni abbiamo potuto contare sulle “svalutazioni competitive della lira”: la nostra moneta era debole e quando non era debole lo veniva resa artificialmente a piacere. Poi siamo entrati prima nel sistema dei cambi fissi poi nell’area euro: e ci siamo ritrovati con una moneta forte e non svalutabile a piacer nostro. 

Grazie alla leva del basso costo del lavoro e a quella della moneta debole, per un quarto di secolo almeno – dalla metà degli anni ’50 alla fine degli anni ’70 – l’Italia ha prosperato. Ma da trent’anni non abbiamo più le due leve principali per rendere competitive le nostre merci e i nostri servizi a basso tasso di conoscenza aggiunto.  

Inutilmente poche ma preveggenti Cassandre, come Sergio Ferrari, da tre decadi sostengono che questa condizione porti a un’inevitabile declino e che per interromperne la spirale abbiamo una sola opzione: cambiare la specializzazione produttiva del sistema paese e puntare sulla produzione di merci e di servizi ad alto tasso di conoscenza aggiunto

Tutto questo non solo non è stato fatto, ma non è stato neppure preso in considerazione. Non è diventato neppure oggetto di dibattito. Abbiamo preferito il sempre meno lento e il sempre meno opulento declino.

Si poteva fare diversamente? Certo che . Gli esempi sono molti, a partire dalle economie una volta emergenti ma ormai emerse del sud-est asiatico. Prendiamo il caso della Corea del Sud, un paese più piccolo del nostro. Ma potremmo citare anche la Finlandia e altri paesi in Europa. A partire dal 1980 o giù di lì, la Corea del Sud ha deciso di puntare sull’economia della conoscenza. Partendo dalla base: l’educazione e la ricerca scientifica. Quaranta anni fa la Corea vantava un numero relativo di laureati inferiore a quello dell’Italia: oggi oltre il 70% dei giovani sudcoreani (tra i 25 e i 34 anni) è in possesso di una laurea. Record mondiale. Così come costituiscono un record mondiale gli investimenti relativi in ricerca scientifica: all’incirca il 4,5% annuo. Con queste premesse la Corea è diventata un paese all’avanguardia nell’economia della conoscenza e il suo Pil è quello che è cresciuto di più al mondo dopo quello della Cina.

L’Italia, invece, vanta il minor numero di laureati tra i suoi giovani di tutta l’area OCSE, con una o due eccezioni: appena il 24% dei suoi giovani tar i 25 i 34 anni è in possesso di un diploma di laurea. Quanto agli investimenti in ricerca e sviluppo (R&S), siamo tra i fanalini di coda in Europa: il nostro stentato 1,3% di investimenti rispetto al Pil è poco più della metà della media europea e mondiale ed è addirittura meno di un terzo rispetto a quella della Corea del Sud.

No, non è un caso se non abbiamo né pensato né tantomeno realizzato un cambiamento di specializzazione produttiva. Ci siamo aggrappati con le unghie al vecchio sistema pensando che il dumping sociale (bassi stipendi, meno diritti dei lavoratori) potesse preservare lo status quo. Una scelta perdente da ogni punto di vista. 

Il cambiamento di specializzazione produttiva non avviene con le solo forze di mercato. Ce lo insegnano Mariana Mazzucato e la storia di molte economie di successo: occorre l’intervento dello stato che guidi e investa nell’innovazione.

Molti governi di diverso colore politico si sono succeduti in Italia in questi quarant’anni: ma tutti hanno sostanzialmente eluso la scelta inevitabile consigliate dalle nostre rare ma lucide Cassandre.

È ora che finalmente la loro voce vanga ascoltata. Nella speranza che non sia troppo tardi.

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