CULTURA

Un evangelista e il suo DNA. Barbujani e il mistero delle reliquie di San Luca

Cosa ci fa un genetista ai controlli doganali dell’aeroporto di Aleppo, nel 1999, dissimulando nonchalance mentre nasconde in fondo allo zaino una busta piena di strisce di carta assorbente, intrise di sangue? La risposta, per quanto improbabile, è questa: sta lavorando alla soluzione di un mistero agiografico che riguarda addirittura l’evangelista Luca; o meglio, le sue spoglie, conservate da secoli nella Basilica di Santa Giustina, a Padova.

Un evangelista e il suo DNA: Una storia di reliquie e di scienziati (Laterza, 2026) di Guido Barbujani, genetista e docente all’università di Bologna, è il racconto di un’impresa scientifica reale, a metà tra un giallo e un romanzo d’avventura, la cui trama ha a che fare con il culto delle reliquie nella tradizione cristiana.
Non una tradizionale opera di divulgazione, quindi, ma una narrazione in prima persona che unisce storia, ricerca, ricordi di viaggio e riflessioni sul senso e il significato dell’attività scientifica; tante diverse anime che si alternano in maniera un po’ discontinua, ma che alla fine trovano un equilibrio grazie alla dimensione investigativa che attraversa tutta l’opera e al tono vivace, accessibile e a tratti umoristico che la caratterizza.

Secondo le fonti antiche, le reliquie di San Luca – nato in Siria e morto in Grecia – vennero trasferite da Costantinopoli a Padova tra il 361 e il 363 d.C., per aggirare il rischio che l’imperatore Giuliano l’Apostata ne ordinasse la distruzione. Ma con quale grado di certezza era possibile affermare che lo scheletro conservato a Santa Giustina – peraltro incompleto, perché privo della testa – appartenesse davvero all’evangelista in questione?

Questa è la domanda che la diocesi di Padova aveva rivolto alla fine degli anni Novanta a un gruppo interdisciplinare di esperti ed esperte – tra cui archeologi, botanici, antropologi, palinologi e genetisti, appunto –, incaricati di condurre le indagini scientifiche necessarie a ricostruire la storia di quelle ossa. La ricerca in questione avrebbe condotto l’autore fino in Siria; qui, attraverso varie peripezie, sarebbe riuscito a recuperare alcuni campioni di sangue raccolti dalle persone locali.

Il compito di Barbujani, infatti, era quello di estrarre il DNA antico dai resti conservati a Padova – un’operazione che lo avrebbe reso, di fatto, un “distruttore di reliquie”, poiché avrebbe comportato la polverizzazione dei due denti ritrovati accanto allo scheletro – per confrontarlo con quello delle popolazioni moderne di Siria, Grecia e Turchia.

Barbujani racconta ogni fase di questo lavoro in maniera chiara e mai pedante, soffermandosi sulle potenzialità del DNA antico, sui suoi limiti e sulle difficoltà tecniche che comporta lavorarci. Se conservato adeguatamente, il materiale genetico può sopravvivere per secoli e, dopo tutto quel tempo, fornire informazioni preziose sulla persona a cui apparteneva. Confrontando il codice genetico di due individui è possibile, per esempio, stimare l’epoca in cui è vissuto il loro ultimo antenato comune e la loro distanza geografica. Allo stesso tempo, però, i risultati tratti da questo tipo di analisi vanno interpretati con cautela, perché comportano sempre un margine di incertezza che si può ridurre, ma non eliminare del tutto. Inoltre, il DNA antico è fragile e facilmente contaminabile, per cui va trattato con estrema attenzione.

A complicare ulteriormente il lavoro sullo scheletro di San Luca, c’erano anche la presenza di resti di animali nella tomba e la dubbia origine della cassa di piombo che conteneva il corpo. Ogni scoperta, racconta l’autore, apriva altre domande a cui solo la collaborazione interdisciplinare tra studiosi diversi poteva offrire qualche speranza di risposta.

In questo senso, con la sua opera Barbujani coglie anche l’occasione per esplicitare gli obiettivi, il funzionamento e, soprattutto, i limitidel metodo scientifico, che spesso deve procedere a tentativi, attraverso la continua formulazione e falsificazione delle ipotesi e la capacità di accettare che ogni risultato, per quanto convincente, non possa essere mai considerato definitivo. In questo caso, i risultati delle analisi dei resti conservati a Santa Giustina – pubblicati nel 2001 su PNAS e ripresi anche dal New York Times – non permettono di affermare con certezza che quel corpo appartenesse a San Luca; semplicemente, non lo escludono.

Aprire l’arca di san Luca è stata l’occasione per studiare il suo contenuto, ma la fede segue altri percorsi Guido Barbujani in Un evangelista e il suo dna. Una storia di reliquie e di scienziati

Dopo aver spinto fino ai suoi limiti l’indagine scientifica – che, come Barbujani ci tiene a esplicitare, non può dimostrare la verità, ma solo smentire le ipotesi sbagliate – ogni ulteriore considerazione resta su un piano che non è più quello della scienza. Per chi ci crede, quindi, la buona notizia è che i resti conservati a Santa Giustina potrebbero essere quelli di San Luca; non c’è nulla che dimostri il contrario, almeno per il momento. D’altronde, come sottolinea l’autore, man mano che il tempo passa e il progresso scientifico avanza, nuove teorie vengono formulate, strumenti di analisi più avanzati vengono perfezionati e, di conseguenza, si accumulano nuovi dati. Perciò, un risultato confermato oggi potrà sempre essere messo in discussione in seguito.

Ma forse, come suggerisce l’autore, è proprio questa natura mai definitiva della conoscenza scientifica ad accendere ancora di più la curiosità di chi si dedica alla ricerca. Se non è mai detto che una risposta sia davvero l'ultima e ogni conclusione porta con sé un punto interrogativo, allora possiamo solo immaginare quante nuove scoperte ci sono ancora da fare.

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