SOCIETÀ

"Io esisto": una mostra dedicata a orfani e orfane di femminicidio

“Che belli quei fine settimana, nelle varie primavere, quando mia Mamma mi portava verso il mare, il mare del Nord della Francia, la Manica. Mia Mamma amava quei paesaggi marittimi, le spiagge lunghissime, i colori del mare l’aria fresca e tonificante, l’odore che ci circondava, l’immensità, l’orizzonte, le nuvole bianche che accarezzano il mare”. Una M maiuscola, un ricordo sereno dopo un periodo difficile. Sono le parole di Marco, le prime che leggiamo in uno dei pannelli della mostra fotografica Io esisto. Il racconto degli orfani e delle orfane di femminicidio, inaugurata nei giorni scorsi all’Università di Padova, e visitabile nel Cortile Antico di Palazzo Bo fino a domenica 17 maggio. 

“Quando si parla della violenza si pensa anche al gesto estremo – continua Marco nel suo racconto –, quando un uomo decide di mettere fine alla vita di una donna. Troppo spesso vengono dimenticati gli orfani di questo femminicidio, oppure passano sotto silenzio, come se non esistessero”. È racchiuso qui il senso del percorso espositivo, curato dalla scrittrice, giornalista e fotografa Stefania Prandi, che intende dare voce ai figli e alle figlie di donne vittime di femminicidio. Oltre a Marco, ci sono Andrea, Rachele, Giada e Mia. Cinque uomini e donne che scelgono di raccontare il proprio vissuto attraverso parole e immagini: un giardino, una stanza, una foto, dei fiori, degli sguardi.

Il percorso fotografico si colloca nell’ambito del progetto “Orphan of Femicide Invisibile Victim”, coordinato dalla cooperativa sociale antiviolenza Iside. Tra i nove Centri antiviolenza che hanno aderito a questa più ampia iniziativa, anche il Centro Veneto Progetti Donna che ha inaugurato la mostra nella sua tappa padovana. A  giugno infatti l’esposizione si sposterà a Milano, a novembre sarà a Mestre, tra novembre e dicembre a Pordenone e Bologna. 

Raccontare le conseguenze su chi resta

Per capire dove nasca l’idea alla base della mostra Io esisto, bisogna fare un passo indietro. “Da oltre dieci anni – racconta Stefania Prandi a Il Bo Live – lavoro come giornalista, anche d’inchiesta, e mi occupo in particolare di questioni di genere. Nel 2016 ho iniziato a interrogarmi su come i femminicidi venissero raccontati a livello mediatico. Da questa riflessione è nato un progetto dal titolo Le conseguenze. I femminicidi e lo sguardo di chi resta, che ha visto la pubblicazione di un libro di reportage narrativo e la realizzazione di una mostra fotografica, accompagnata da un catalogo. L’obiettivo era offrire uno sguardo alternativo: ancora oggi, ma soprattutto in passato, i femminicidi vengono raccontati quasi esclusivamente come fatti di cronaca nera o attraverso una sorta di ‘pornografia del dolore’ tipica di alcune trasmissioni televisive”. Secondo Prandi invece la portata del fenomeno è molto più ampia. “Partire dal punto di vista delle famiglie delle vittime permette di comprendere che le conseguenze vanno oltre il fatto in sé, le presunte motivazioni dell’assassino o l’esito giudiziario”.

La giornalista e fotografa raccoglie, dunque, le testimonianze di madri, padri, sorelle, fratelli, figli, raccontando il vissuto di chi resta. “Narrare le conseguenze di questo crimine – che è chiaramente un crimine di genere –  non significa soltanto ricordare le persone amate, ma anche offrire un contributo alla società affinché non accada più. È un modo per trasformare il proprio dolore in un atto politico”. 

Prandi conosce la realtà del centro antiviolenza Iside, e il progetto Orphan of Femicide: Invisible Victims, nel 2021 in occasione della presentazione del suo lavoro. Da quell’incontro nasce una collaborazione e una progettualità che si traduce nella mostra Io esisto. Alla base c’è un patrimonio condiviso di studi e riflessioni, a partire dal lavoro della psicologa e criminologa Anna Costanza Baldry, tra le prime studiose in Italia a occuparsi delle conseguenze del femminicidio sui figli e sulle figlie delle vittime e a parlare di “orfani speciali”. 

Stefania Prandi lavora circa un anno al nuovo progetto. “L’intento era raccontare l’esperienza di questi orfani e orfane. Il femminicidio –  la perdita della madre e, in alcuni casi, anche del padre – è qualcosa che entra nella loro vita e non scompare. Si può rielaborare, ma resta. Per questo abbiamo cercato di capire insieme, attraverso il dialogo, quale dimensione volessero trasmettere”. Alcuni come Andrea hanno scelto di esporsi, raccontando direttamente le conseguenze del crimine. Altre, come Rachele, hanno scelto di non essere identificabili, per non essere definite solo da questa esperienza. 

“Provo un grande senso di stima per le persone che trovano la forza di trasformare un’esperienza personale così dolorosa in un impegno civile –  sottolinea Prandi –. Raccontarsi significa anche rivivere il trauma: è un atto di grande generosità. Dall’altro lato, però, resta un forte senso di ingiustizia. Quando si entra in contatto con queste storie, diventa evidente quanto sia complesso il problema. Il femminicidio è l’apice della violenza maschile contro le donne. Spesso si dice alle donne di denunciare, di andarsene, ma non è così semplice. Le condizioni che producono la violenza sono articolate e non mi sembra che esista, a livello nazionale, una reale volontà di affrontarle”.

Il progetto Orphan of Femicide: Invisible Victims

“Abbiamo scelto di realizzare questo intervento comunicativo — spiega Mariangela Zanni, presidente del Centro Veneto Progetti Donna — perché, come centri antiviolenza, lavoriamo da sempre anche sulla narrazione del fenomeno della violenza maschile sulle donne, cercando modalità che siano il più corrette possibili. Spesso questi temi vengono trattati come meri fatti di cronaca, raccontati con dovizia di particolari che scade anche nella spettacolarizzazione. Ciò però distorce la comprensione del fenomeno e lo allontana da una lettura culturale e sociale più profonda. Conoscevamo Stefania Prandi attraverso i suoi lavori precedenti di fotogiornalismo, in particolare sul tema della violenza contro le donne, e ci è sembrato che il suo modo di raccontare le storie delle persone e, più in generale, il fenomeno, fosse molto vicino al nostro approccio e a come riteniamo debba essere narrata questa realtà”.

Il progetto Orphan of Femicide: Invisible Victims, nell’ambito del quale si colloca la mostra, è esteso su Emilia-Romagna, Friuli-Venezia Giulia, Lombardia, Trentino-Alto Adige e Veneto. Zanni spiega il lavoro svolto in questi anni: “Abbiamo cercato di capire, prima di tutto, quanti fossero gli orfani e le orfane nei territori delle cinque regioni in cui operiamo, realizzando un primo lavoro di mappatura. Abbiamo cercato di risalire a queste persone e, attraverso un lavoro di contatto con servizi sociali, tribunali e altre istituzioni presenti sul territorio, abbiamo cercato di contattare queste persone, informando che avrebbero potuto accedere a una serie di supporti nell’ambito del progetto”. 

L’obiettivo era infatti quello di rispondere ai bisogni psico-sociali di orfani e orfane di femminicidio, e di costruire attorno a loro una comunità accogliente e responsabilizzata. Spiega Mariangela Zanni: “Prima di tutto offriamo sostegno psicologico con psicologhe e psicoterapeute formate, che valutano la situazione emotiva iniziale e propongono poi un percorso di elaborazione del trauma e ricostruzione dell’identità. Offriamo inoltre consulenza legale e accompagnamento in diverse azioni: per esempio durante i processi per femminicidio, o nel caso in cui si voglia cambiare cognome, oppure per accedere ai fondi e ai diritti previsti. Forniamo quindi tutte le informazioni necessarie e il supporto per far valere i propri diritti. È stato previsto anche un sostegno economico, attraverso contributi per spese scolastiche, sportive, visite mediche specialistiche, percorsi di inserimento lavorativo e altre necessità, comprese talvolta anche le spese funerarie della madre. Questo è particolarmente importante perché spesso le famiglie affidatarie sono quelle dei nonni o dei parenti prossimi che non sempre hanno la possibilità economica di sostenere uno o più minori o giovani adulti”.

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