A Santa Marta i primi passi verso un futuro senza combustibili fossili
Punto di arrivo dei partecipanti alla marcia “Per un Futuro Libero dal Fossile” il 27/04/2026. Musica, danze, riflessioni e coscientizzazione a supporto dell’Assemblea dei popoli. Foto da drone: JM CoE JFFT
Si è chiusa il 29 aprile la prima Conferenza internazionale sulla transizione dai combustibili fossili, che per sei giorni ha riunito a Santa Marta, in Colombia, rappresentanti di governi, del mondo della ricerca, delle ONG e di altre realtà del settore privato, oltre che gruppi indigeni e movimenti sociali provenienti da 57 Paesi. L’obiettivo non era quello di stabilire nuovi traguardi, ma delineare un percorso concreto per raggiungere quelli già fissati durante la COP28 di Dubai, che prevedono un abbandono progressivo di petrolio, gas e carbone in modo economicamente sostenibile e rispettoso della giustizia climatica.
Liberarsi della dipendenza dai combustibili fossili è del resto una condizione imprescindibile per il rispetto degli Accordi di Parigi, che è determinante, a sua volta, per la sopravvivenza di intere popolazioni ed ecosistemi naturali.
Massimo De Marchi e Daniele Vezzelli sono due dei quattro ricercatori che hanno partecipato alla conferenza di Santa Marta come delegazione scientifica del Centro di Eccellenza Jean Monnet sulla Transizione Giusta dai Combustibili Fossili e del gruppo di ricerca “Cambiamenti climatici, Territori e Diversità” dell’Università di Padova (gli altri due, Edoardo Crescini e Francesco Facchinelli si sono fermati in Ecuador per continuare le ricerche sui territori dell'estrazione dei combustibili fossili). Ci hanno anticipato alcune delle impressioni che hanno raccolto durante la conferenza, che racconteranno più nel dettaglio in un seminario in programma per il 19 maggio, nell’ambito del Festival dello Sviluppo Sostenibile.
Una conferenza nata dallo stallo delle COP
L’appuntamento a Santa Marta è stato organizzato in risposta a un'impasse che dura da decenni: nelle Conferenze delle Parti dell’ONU, nonostante i timidi accordi di Glasgow e Dubai, non è stata ancora definita una roadmap per l'uscita dai combustibili fossili. Per questo, “dopo la COP30 del Brasile, è stato proposto di organizzare un appuntamento alternativo che avesse la potenzialità di diventare un evento strutturale, come i June Climate Meetings, che si tengono ogni anno a Bonn per preparare i temi da discutere in autunno alle COP”, racconta De Marchi.
Si tratta di un’iniziativa, in altre parole, che non intende sostituirsi alle COP, quanto piuttosto affiancarle, costruendo una coalizione di Paesi che, come riporta Vezzelli, “riescano a trovare un accordo iniziale tra loro, stabilendo una direzione e facendo poi da traino anche per il resto del mondo, così da accelerare l’urgenza di affrontare il tema dei combustibili fossili anche all'interno delle COP”.
Corteo dei partecipanti alla marcia “Per un Futuro Libero dal Fossile” nella Avenida del Ferrocarril a Santa Marta il 27/04/2026. Foto da drone: JM CoE JFFT
La scienza in dialogo
Vezzelli ha seguito in particolare i lavori della componente accademica, svoltisi soprattutto nei primi due giorni e strutturati in quindici gruppi di lavoro (o workstream). “Non si trattava di conferenze nel senso classico del termine, bensì di spazi di confronto in cui si cercava di produrre qualcosa di concreto attraverso il dialogo”, racconta. “I risultati di ogni gruppo venivano poi sintetizzati in un documento sottoposto alla parte governativa.
Alla conferenza hanno partecipato circa 300-400 ricercatori e ricercatrici provenienti da diversi ambiti disciplinari, comprese le scienze sociali e politiche. Si è trattato di un aspetto importante, a dimostrazione del fatto che la scienza non serve solo a produrre modelli e dati quantitativi che indichino come agire e con quanta urgenza, ma anche ad approfondire i problemi politici, sociali e culturali che, insieme alle evidenze scientifiche disponibili, devono essere tenuti in considerazione dai governi per definire le azioni da intraprendere”.
Il Centro Jean Monnet ha partecipato, in particolare, a due gruppi di lavoro. “Il primo, Beyond Extractivism, era incentrato sulle alternative ai modelli economici estrattivi e sui percorsi politici e sociali giusti per il superamento dell’estrattivismo”, prosegue Vezzelli. "In quest'occasione sono state prodotte delle riflessioni interessanti anche sull’importanza della citizen science e della partecipazione attiva della società civile nel monitoraggio degli impatti delle attività estrattive sui territori. Nell’altro workstream di cui abbiamo fatto parte, dal titolo Fossil-fuel phaseout policies, abbiamo avuto l’occasione di condividere con gli altri partecipanti il caso italiano e i principali ostacoli che ancora frenano l'uscita dai combustibili fossili ndl nostro Paese”.
Il Centro Jean Monnet ha inoltre organizzato un side event l'ultimo giorno, dal titolo: “Tra l'Amazzonia e l’Artico: transizioni giuste e localizzate dai combustibili fossili”, che ha riunito tredici realtà tra enti di ricerca e associazioni attiviste, con lo scopo di confrontare le proposte provenienti dal mondo politico e scientifico con le esperienze concrete delle comunità locali.
Forum sulle transizioni giuste e localizzate, organizzato dall’Università di Padova a Santa Marta in modalità duale la mattina del 29/04/2026. Il forum ha coinvolto 12 persone di altrettante organizzazioni tra Amazzonia e Artico. Foto: JM CoE JFFT
“Si è discusso molto su come far dialogare tra loro non solo i diversi ambiti scientifici, ma anche questi ultimi con le forme di conoscenza non scientifiche, come quelle indigene e i saperi tradizionali dei popoli sui loro territori, le quali non sempre trovano spazio nei consessi accademici”, aggiunge Vezzelli. “Purtroppo, molti ricercatori e membri della società civile - specialmente quelli provenienti da Paesi africani - non sono riusciti a raggiungere Santa Marta per problemi di visto, e si è persa così una grossa fetta di conoscenze, esperienze e punti di vista che avrebbe ulteriormente arricchito il dibattito”.
Una pluralità di voci
“Credo che uno degli aspetti principali di Santa Marta sia stata proprio la varietà di realtà che hanno partecipato”, afferma De Marchi. “Si sono incontrati, infatti, il mondo scientifico, i sindacati, i parlamentari e i governi, ma anche le associazioni della società civile, la campagna per il trattato di non proliferazione dei combustibili fossili e i movimenti
indigeni e contadini. Ciò ha consentito l'apertura di uno spazio di dialogo collettivo che vede da una parte i governi che cercano di strutturare e istituzionalizzare il processo di transizione energetica e dall’altra una società civile che incita ad agire con urgenza.
Ho trovato molto significativo il fatto che proprio quest’ultima, – in particolare i gruppi indigeni, i movimenti sociali, le associazioni femminili e quelle che rappresentavano le giovani generazioni, i contadini o i pescatori – abbia portato una grande quantità di proposte, raccomandazioni e pratiche concrete”, racconta De Marchi. “Come ha sottolineato l'attivista indigena brasiliana Luene Karipuna, queste realtà non sono venute a Santa Marta per chiedere ai governi di attuare una transizione giusta, ma per mostrare loro il cammino da seguire per realizzarla. È apparso subito chiaro, in altre parole, quanto in tutto il mondo la società civile sia molto più avanti rispetto ai governi sull’uscita dalla dipendenza dai combustibili fossili e sull’importanza di liberare i territori indigeni dalle attività estrattive.
Forum organizzato da WECAN (Women’s Earth and Climate Action Network) il 25/04/2026 su “Women's Fossil Fuel Phaseout”. Prima sessione su “No Extraction in the Amazon: Indigenous Women Protecting Forests and Communities”. Foto: JM CoE JFFT
Sul fronte governativo, ci si poteva aspettare qualche adesione in più al Trattato sulla non proliferazione dei combustibili fossili, che conta al momento 18 Paesi. I governi presenti hanno però iniziato quantomeno a rendersi conto che l’uscita dai combustibili fossili non può essere considerata responsabilità di un solo attore, quanto piuttosto il risultato di un processo collettivo, che deve coinvolgere anche le comunità locali, i movimenti sociali e le altre realtà territoriali”.
Particolarmente significativa, secondo De Marchi, è stata la presenza delle organizzazioni sindacali. “I sindacati si trovano in una posizione difficile”, spiega. “Si rendono conto che la transizione è necessaria, ma non vogliono che sia pagata dalla popolazione locale. La loro preoccupazione, insomma, è quella di non lasciare nessuno indietro - né lavoratori e lavoratrici, né le comunità - nei territori che oggi dipendono maggiormente dall’economia fossile”.
Forum femminista organizzato da WECAN (Women’s Earth and Climate Action Network) il 25/04/2026 su “Women's Fossil Fuel Phaseout”. Conclusione della seconda sessione su su “Woman in Action for a Just Transiton”. Foto: JM CoE JFFT
Un tema, quest’ultimo, sottolineato anche da Marica Di Pierri, presente a Santa Marta in quanto portavoce dell’associazione A Sud. “È chiaro che anche le politiche di transizione possono avere un impatto pesante su chi lavora”, osserva. “Pensiamo a tutto l’indotto estrattivo, alle persone impiegate nel settore del trasporto o della trasformazione dei combustibili fossili. C’è da affrontare un tema che riguarda un cambiamento nelle posizioni di lavoro e di formazione verso altri settori, perché altrimenti saranno i lavoratori e le lavoratrici delle comunità locali a pagare il prezzo di alcune scelte, per quanto necessarie.
Proprio la zona della Colombia che ha ospitato la conferenza vive questa contraddizione in modo molto evidente: Santa Marta è una città turistica, ma è attraversata da infrastrutture per il trasporto del carbone. Più a nord, nella Guajira, si trova una delle miniere a cielo aperto più grandi del mondo, quella del Cerrejón. In quella regione, ci sono economie che dipendono fortemente dall’estrazione e che devono essere quindi sostenute nella transizione energetica. Anche le energie rinnovabili, del resto, possono diventare un elemento di violazione dei diritti delle comunità, se non vengono pianificate con criteri di sostenibilità territoriale e inclusione”.
I prossimi passi
Riflettendo sui risultati concreti emersi dalla conferenza e sugli elementi che possono lasciare spazio a un certo ottimismo, Di Pierri sottolinea come “sia già significativo che non fossero presenti solo Paesi vulnerabili o importatori, ma anche Paesi produttori come l’Australia, il Canada, la Nigeria, il Ghana e la stessa Colombia. Il fatto che Paesi con economie fortemente dipendenti dall’export o dall’uso dei combustibili fossili stiano iniziando a interrogarsi su come superare questa dipendenza non rappresenta soltanto un segnale di speranza, ma indica anche un possibile superamento di uno stallo che finora sembrava difficile da oltrepassare.
Ho apprezzato molto, da questo punto di vista, gli interventi finali di Irene Vélez-Torres, ministra colombiana dell’ambiente, e di Stientje van Veldhoven, ministra per il clima e la crescita verde dei Paesi Bassi, le quali hanno presieduto insieme la conferenza. La prima ha parlato dell’inaugurazione di una nuova democrazia climatica, riferendosi alla volontà di includere tutti i settori nel dialogo per la transizione. Van Veldhoven ha invece sottolineato come Santa Marta sia stata un’occasione non per negoziare, bensì per cooperare, descrivendo quindi un approccio completamente diverso da quello delle COP”.
Il momento conclusivo e aperto al pubblico della conferenza intergovernativa il 29/04/2026. Foto: JM CoE JFFT
Riassumendo i prossimi passi e gli impegni presi, Di Pierri ripercorre alcuni dei punti principali presenti anche nel documento di summary che sintetizza i risultati principali della conferenza. “I Paesi si sono dati un’agenda di lavoro su tre temi chiave: il superamento della dipendenza dai combustibili fossili, la trasformazione di domanda e offerta e il rafforzamento della cooperazione internazionale. Si sono inoltre impegnati a elaborare delle roadmap nazionali che indichino esplicitamente entro quando intendono smettere di bruciare carbone, petrolio e gas. La Francia, in particolare, è arrivata già preparata e ha presentato alla fine della conferenza la sua roadmap, che prevede l'abbandono del carbone entro il 2030, del petrolio entro il 2045 e del gas entro il 2050”.
Il Summary della conferenza riporta anche l’impegno dei Paesi presenti a Santa Marta a lavorare sulla loro architettura finanziaria. “Si tratta di individuare tutte quelle cosiddette “trappole” fiscali, del debito e dei sussidi sulle quali si regge il modello energetico fossile, per individuare degli strumenti che le contrastino”, spiega Di Pierri. “Le aziende fossili, per esempio, ricevono ancora ingenti sussidi in tutto il mondo. Bisognerà capire come ridurli progressivamente a livello nazionale e regionale, e al tempo stesso sostenere i Paesi che, rinunciando ai combustibili fossili, si troveranno con un calo del PIL, magari differenziando le esportazioni e riequilibrando le bilance commerciali”.
Da questo punto di vista, si prospetta utile e necessario l’intervento dello Scientific Panel for Global Energy Transition (SPGET), lanciato a Santa Marta e patrocinato da due dei massimi esperti delle scienze del clima: Johan Rockström e Carlos Nobre. “Credo che la nascita dello SPGET sia uno dei risultati più concreti della conferenza”, continua Di Pierri. “Questa realtà sarà strutturata in quattro gruppi di lavoro che comprenderanno esperti ed esperte non solo nel campo delle scienze “dure”, ma anche di quelle sociali ed economiche. Sarà a disposizione di tutti i Paesi che decideranno di intraprendere la strada dell’uscita dai combustibili fossili, per offrire loro supporto tecnico nell’elaborazione delle roadmap nazionali, oltre che nella definizione di politiche pubbliche e nella progettazione degli strumenti finanziari necessari a sostenere la transizione energetica”.
È infine promettente il fatto che sia già stata fissata una seconda conferenza, per il prossimo anno. Si terrà a Tuvalu, arcipelago del Pacifico profondamente colpito dalla crisi climatica e a rischio scomparsa a causa dell’innalzamento dei mari, e sarà co-presieduta dall’Irlanda.
Insomma, secondo Di Pierri i segnali di speranza non mancano. “Mi piace pensare che tra dieci o quindici anni ripenseremo a Santa Marta come al momento in cui si è aperta davvero la strada per l’abbandono dei combustibili fossili e che questo sia l’inizio di un percorso capace di portare fino in fondo la volontà che abbiamo visto espressa in quei giorni”.