2 giugno 1946. La prima notte della Repubblica
Foto: archivio storico della Presidenza della Repubblica (CC BY-NC-SA)
È il 2 giugno del 1946 quando quasi 25 milioni di italiani sono chiamati a scegliere tra monarchia e Repubblica. Non si tratta della prima tornata elettorale dopo la fine della guerra: le recente elezioni amministrative hanno già visto il ritorno del voto e l’ingresso delle donne nella vita democratica: il referendum istituzionale rappresenta però un punto di svolta decisivo nella storia del Paese, il momento in cui l’Italia decide la propria forma politica dopo il fascismo e la guerra.
Lo storico Marco Mondini dell’Università di Padova ripercorre quel passaggio cruciale, restituendone la complessità e smontando l’immagine di una transizione indolore e, tutto sommato, scontata: la fine della monarchia e la nascita della Repubblica, spiega, avvengono dentro un contesto tutt’altro che tranquillo.
“Spesso abbiamo un’immagine molto edulcorata di quello che successe in quei giorni di giugno: pensiamo che gli italiani espressero la loro volontà e che ci fu tutto sommato un pacifico passaggio di poteri – spiega lo studioso nel video pubblicato da Il Bo Live –. Gli eventi furono però molto molto diversi: l’Italia di allora era ancora un paese violento, l’uscita dalla guerra non era stata indolore”.
E la violenza attraversa anche le settimane del voto e dello spoglio: in diverse città si registrano scontri, assalti alle sedi politiche, tafferugli ed episodi di guerriglia tra sostenitori delle due opzioni. La tensione non è soltanto sociale ma anche istituzionale: lo Stato fatica a controllare l’ordine pubblico e le forze armate sono in una posizione ambigua, divise tra il giuramento al re e la lealtà alle nuove istituzioni.
“C’erano moltissimi omicidi politici e molta brutalità nell’aria, l’idea che le scelte politiche non andavano solo decise pacificamente nelle urne ma si poteva, anzi si doveva ricorrere all’arma della violenza. A Napoli ci furono decine di morti in quelle settimane; militanti repubblicani assaltavano militanti monarchici, militanti monarchici davano fuoco alle sedi delle liste repubblicane”.
In questo clima il passaggio di poteri è tutt’altro che scontato: il rischio che la crisi sfoci in uno scontro aperto o in un colpo di Stato viene preso sul serio dal governo De Gasperi, che teme l’inaffidabilità di una parte delle forze armate e la possibilità che il risultato non venga accettato dai monarchici. In quelle ore convulse, la tenuta dello Stato sembra appesa a un equilibrio fragile.
La svolta arriva nei giorni immediatamente successivi al voto, quando si consuma quella che Mondini definisce la “prima notte della Repubblica”. Il cuore della vicenda è un incontro al Viminale tra Alcide De Gasperi, il ministro dell’Interno Giuseppe Romita e il capo di stato maggiore dell’esercito Raffaele Cadorna. È da lì che passa la verifica decisiva sulla lealtà delle forze armate al risultato elettorale.
“Signor presidente, io rispondo personalmente della lealtà alle istituzioni e all’esito legale del voto di ogni membro del mio esercito”. È questa la frase attribuita a Cadorna che segna un punto di non ritorno. Il generale, monarchico e legato a una tradizione militare ancora profondamente sabauda, garantisce però l’obbedienza dell’esercito al verdetto delle urne. Una scelta che, in quel contesto, evita una possibile deriva violenta. Pochi giorni dopo, lo spoglio conferma la vittoria della Repubblica. Umberto II lascia il Paese e si apre una nuova fase della storia italiana. Non senza tensioni, ricorsi e sospetti, ma senza che il conflitto esploda.