Carlos lo Sciacallo, il terrorista che divenne mito
Foto del terrorista venezuelano Ilich Ramírez Sánchez, noto come Carlos lo Sciacallo, ritratto in un falso documento di identità peruviano usato per viaggiare negli anni ’70
Probabilmente non è stato il terrorista più efficace, né il più importante, ma è quasi certamente il più famoso. Ancora oggi Ilich Ramírez Sánchez – faccione quadrato e naso adunco, statura media, una certa tendenza alla pinguedine – non ha nulla dell’eroe cinematografico. Eppure con il nome di Carlos, detto lo Sciacallo, è diventato l’archetipo del terrorista internazionale: poliglotta e trasformista, seduttore e narcisista, capace di incarnare insieme idealismo rivoluzionario e spietato cinismo. Un vero e proprio brand globale del terrore che attraversa da decenni il nostro immaginario: nei romanzi di Robert Ludlum dedicati all’agente Jason Bourne Carlos appare ad esempio come una figura quasi leggendaria, il più pericoloso assassino del mondo.
Valentine Lomellini, storica e docente di Terrorism and security in international history presso l’università di Padova, dove dirige il Centre of Security Studies – SECURITies, ha trascorso mesi negli archivi di mezza Europa – da Praga a Sofia, fino ai fondi declassificati della Stasi – per ricostruire il profilo di quest'uomo. Il risultato è Carlos lo Sciacallo. Storia del più temuto terrorista internazionale, appena pubblicato da Laterza nella collana "i Robinson": un saggio-racconto che è anche, inevitabilmente, un libro sulle società in cui viviamo e sul loro rapporto con la violenza politica.
“Quando ho visto per la prima volta la foto del vero Carlos, lo devo ammettere, sono rimasta delusa”, scrive Lomellini nell'incipit del libro. Ed è proprio la distanza tra mito e verità storica uno dei temi del volume: a cominciare dall’equivoco sullo pseudonimo, che nasce quando – durante una perquisizione a Parigi – gli investigatori rinvengono tra i suoi oggetti personali una copia de Il giorno dello sciacallo di Frederick Forsyth, celebre thriller in cui un sicario professionista viene ingaggiato per assassinare Charles de Gaulle.
“ Tra archivi, dossier e testimonianze emerge una figura diversa dal mito costruito negli anni Settanta
La stampa si appropria immediatamente dell'immagine, anche se il terrorista venezuelano non userà mai quel nome di battaglia: fin dall’inizio insomma è la fiction a illuminare e in qualche misura a dirigere la realtà. Da allora Carlos non sarà più solo un individuo ma uno specchio delle paure e delle ideologie della Guerra fredda: “Lo dimostra la varietà di descrizioni e impressioni da parte di chi lo ha visto o conosciuto – spiega Lomellini a Il Bo Live –. Non è tanto lui a essere straordinario quanto la percezione che ne abbiamo costruito, che spesso racconta le nostre paure e le nostre ossessioni, ad esempio quelle nei confronti del comunismo internazionale”.
Piccolo imprenditore del terrorismo globale
Ramírez Sánchez nasce nel 1949 a Michelena, Venezuela, in una famiglia politicamente militante; il padre avvocato chiama i tre figli come il suo idolo: Vladimir, Lenin e, appunto, Ilich. Dopo gli studi a Caracas, il ragazzo si trasferisce con la madre in Europa, vivendo tra Londra e Parigi, e all’inizio degli anni Settanta ottiene una borsa per studiare all’Università Patrice Lumumba di Mosca. Più che la carriera del professionista o del diplomatico, però, il giovane Ilich sceglie un’altra strada: quella della militanza armata e della rivoluzione globale.
Da allora la sua storia lascia una scia di sangue. Il momento di massima notorietà arriva nel dicembre 1975, quando un commando guidato da Carlos attacca la sede dell’Opec a Vienna uccidendo tre persone e prendendone in ostaggio sessanta, tra cui undici ministri del petrolio. Un’azione particolarmente spettacolare, con i terroristi che prima di ricevere un salvacondotto decollano in aereo assieme agli ostaggi verso Algeri e Tripoli.
Tuttavia anche questo episodio, spesso raccontato come prova di straordinaria efficienza ed efferatezza, è pieno di ambiguità. Il piano iniziale prevedeva infatti l’uccisione dei ministri saudita ed iraniano, considerati nemici della causa palestinese: la loro liberazione su riscatto, il cui importo è ancora in parte avvolto dal mistero, segna la rottura con il regime di Muammar Gheddafi, grande sponsor dell’operazione. Un gesto che rafforza l’immagine del terrorista indipendente, quasi un medio imprenditore della violenza, ma che in parte segna anche l’inizio del suo declino.
Secondo la ricostruzione della storica, il gruppo agli ordini di Carlos è relativamente piccolo: una quindicina di membri operativi, in maggioranza provenienti dalla Raf, la tedesca Rote Armee Fraktion, o da organizzazioni mediorientali, più una quarantina di affiliati. Numeri modesti rispetto alla millantata “internazionale del terrore”, ma quanti bastano per seminare violenza e caos per anni. “Ilich a un certo punto diventa una mina impazzita – racconta Lomellini –. Parla troppo, provoca risse e scandali persino nei Paesi ‘amici’, crea imbarazzi diplomatici. Molti governi che inizialmente lo avevano tollerato finiscono poi per allontanarlo”.
Le fonti archivistiche consultate dalla storica mostrano insomma un quadro diverso rispetto a una certa narrativa – diffusa ad esempio in seguito alla pubblicazione del cosiddetto dossier Mitrokhin, oggetto in Italia di una commissione d’inchiesta – secondo la quale Carlos sarebbe uno strumento diretto del Cremlino. La realtà appare più complessa e, allo stesso tempo, più prosaica: tra gli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta alcuni gruppi terroristici si muovono con disinvoltura conquistandosi un margine di autonomia operativa e decisionale nel grande gioco della Guerra fredda. Diventano così attori difficilmente controllabili, animati certo da obiettivi ideologici, ma anche dalla necessità molto concreta di sopravvivere e di sostenersi.
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Alla lunga però diventano troppo ingombranti e imprevedibili anche per i loro sponsor, e così anche Carlos – che nel frattempo si è convertito all’Islam, abbracciando una sorta di jihadismo rosso ante litteram – viene spinto sempre più ai margini del sistema delle protezioni internazionali: prima nello Yemen del Sud e infine in Sudan, dove nel 1994 viene arrestato e consegnato alle autorità francesi.
Le piste italiane e le ragioni
Da oltre trent’anni Ramírez Sánchez è detenuto nelle carceri francesi, dove è stato processato e condannato per diversi attentati, eppure attorno al suo nome continua a persistere un’aura di mistero, spesso alimentata dallo stesso personaggio. Il suo nome compare anche nelle vicende italiane, a cominciare dalla cosiddetta “pista palestinese” nell’ambito delle indagini sulla strage della stazione di Bologna del 2 agosto 1980, il più sanguinoso attentato della storia repubblicana. Ricostruzioni oggi smentite dalle evidenze processuali e archivistiche: “Diverse sentenze passate in giudicato attribuiscono concordemente la strage alla galassia neofascista, in particolare ai Nuclei Armati Rivoluzionari”, sottolinea Lomellini.
Secondo la storica l’“ipotesi palestinese” non regge neppure alla luce dei rapporti che in quegli anni intercorrevano tra lo Stato italiano e alcune organizzazioni armate mediorientali. A questo tema Lomellini ha dedicato uno studio pubblicato alcuni anni fa, in cui ricostruisce il cosiddetto Lodo Moro come un sistema di negoziazioni informali tra lo Stato italiano e diverse organizzazioni palestinesi. Non una semplice intesa tra apparati di intelligence, ma un vero e proprio accordo politico pensato per neutralizzare il rischio di attentati sul territorio nazionale e proteggere i cittadini italiani negli anni più duri del terrorismo.
“ Più che capo del terrorismo globale Carlos è il prodotto della sua epoca: la Guerra fredda, i movimenti rivoluzionari e il potere dei media
Poco credibile appare in quest’ottica l’ipotesi di una vendetta palestinese a fronte dell’arresto nell’autunno del 1979 per traffico di d’armi del militante Abu Anzeh Saleh insieme ad alcuni esponenti dell’estrema sinistra (la vicenda dei cosiddetti “missili di Ortona”). La documentazione disponibile racconta una storia diversa: dopo l’arresto e la crisi diplomatica che ne segue, si apre tra il 1980 e il 1981 una fase di negoziazione tra emissari italiani e rappresentanti palestinesi in Libano, che viene chiusa con la donazione da parte lo Stato italiano di alcune ambulanze ai gruppi coinvolti.
Sta di fatto che ancora oggi, nonostante il declino e l’arresto, la figura di Ilich Ramírez Sánchez continua a esercitare una strana attrazione. Un fascino che affonda le sue radici anche nel contesto storico degli anni Settanta, un’epoca attraversata da ideologie radicali, conflitti globali e sogni rivoluzionari, ma anche in qualcos’altro. Al di là dei crimini commessi, Carlos incarna infatti un elemento sempre più tipico della società dell’informazione, in cui la violenza che diventa racconto, spettacolo, immagine. Un lascito simbolico che sembra destinato, purtroppo, a sopravvivere ben oltre la parabola personale dello “Sciacallo”.