SOCIETÀ

Moldavia, nuovo limes d’Europa

Per anni è rimasta ai margini dell’immaginario europeo, conosciuta soprattutto come terra d’origine di una delle più grandi comunità migranti dall’Est Europa e per la curiosa anomalia geopolitica della Transnistria, l’autoproclamata repubblica sospesa da oltre trent’anni in un limbo post-sovietico. Negli ultimi anni però la Repubblica Moldava è sempre più presente nelle cronache nazionali e continentali: oggi infatti questo piccolo Stato stretto tra Romania e Ucraina appare come uno dei punti più fragili e sensibili del confine orientale, conteso tra aspirazioni europee e influenza russa, integrazione occidentale e nostalgie sovietiche. 

Ad alimentare le preoccupazioni contribuisce anche la recente approvazione, da parte della Federazione Russa, di una legge che richiama la tutela dei cittadini russi all’estero, formula già evocata in passato da Mosca per giustificare interventi nello spazio post-sovietico. Ne parliamo con Mircea Brie, docente presso l’Università di Oradea in Romania, esperto di geopolitica e profondo conoscitore della questione moldava.

Tra identità latina e memoria sovietica, la Moldavia resta sospesa tra Europa e Russia

“La Repubblica Moldova è uno Stato un po’ particolare, diverso per certi aspetti dagli altri Paesi dell’Europa centrale e orientale – esordisce Brie –. Una vera e propria linea di faglia divide la società in due schieramenti: da una parte i proeuropei, dall’altra i filorussi”. E negli ultimi anni la guerra in Ucraina ha accentuato ulteriormente questa spaccatura: “L’equilibrio è molto fragile, una parte consistente della popolazione mantiene posizioni filorusse. Ci sono persino minoranze ucraine all’interno della Repubblica Moldova, ad esempio nella zona di Bălți nel nord del Paese, che guardano ancora a Mosca. Una situazione alimentata anche dalla disinformazione e dalla manipolazione dei media sostenuti dalla Russia, che tiene in qualche modo una fetta di popolazione prigioniera in una sorta di bolla”.

La divisione corre anche tra le generazioni: “Vado spesso nella Repubblica Moldova e quello che noto è che i giovani sono in larghissima maggioranza a favore dell’Europa, mentre tra i più anziani sopravvive ancora una mentalità sovietica. Molti di loro si chiedono perché unirsi a uno Stato piccolo come la Romania quando un tempo facevano parte di una superpotenza come l’Unione Sovietica, che trattava alla pari con gli Stati Uniti. Temono di finire alla periferia della Romania”. Tra i giovani, invece, cresce l’identificazione con la lingua e la cultura romena: “Il russo è meno parlato dalle nuove generazioni e nei censimenti sempre più persone indicano il romeno come lingua madre: una scelta linguistica che spesso va di pari passo con l’orientamento politico”. Caso emblematico è la Gagauzia, la regione autonoma nel sud del Paese abitata dalla minoranza turcofona. “Si tratta di una comunità molto compatta dal punto di vista identitario e fortemente filorussa. Al referendum sull’inserimento dell’integrazione europea nella Costituzione moldava, soltanto il 5% dei gagauzi ha votato a favore”. Per Brie, qui non esistono soluzioni rapide: “L’unica strada è quella educativa. Le identità cambiano nel tempo, soprattutto agendo sull’educazione”. 


Leggi anche: Al gelo e sotto le bombe, in Ucraina la scienza non si ferma a quattro anni dall'invasione russa


Per questo il governo moldavo ha recentemente approvato un piano di promozione della lingua romena nella regione: “Lo Stato offre una cifra considerevole, fino a 15.000 euro, agli insegnanti che accettano di trasferirsi in Gagauzia per insegnare il romeno. L’obiettivo è chiaro: se i giovani imparano la lingua dello Stato hanno accesso anche ai media e alla cultura europea e romena, altrimenti restano connessi esclusivamente allo spazio informativo russo».

Il nodo più delicato resta però la questione transnistriana, vero e proprio “elefante nella stanza” usato dalla Russia come uno strumento per tenere in ostaggio l’intera Repubblica. Brie sottolinea un paradosso: “Mosca non ne ha mai riconosciuto ufficialmente l’indipendenza, perché mantenerla in questa ambiguità le permette di esercitare pressione continua su Chișinău”. Secondo l’analista per parte della classe dirigente moldava la regione rappresenta quasi un peso: “Molti vorrebbero liberarsene, ma non possono dirlo apertamente. Nel frattempo però sempre più spesso le imprese transnistriane registrano le proprie sedi nella capitale per avere accesso al mercato europeo. Anche le élite di Tiraspol vorrebbero forse maggiore libertà di avvicinarsi all’Europa”. Gli scenari restano aperti e dipendono dall’evoluzione della guerra; “Quello migliore sarebbe una reintegrazione della regione transnistriana all’interno della Repubblica Moldova, ma esiste anche l’ipotesi peggiore: se la Russia arrivasse fino a Odessa, allora potrebbe riuscire a collegarsi con i separatisti della Transnistria e la situazione cambierebbe radicalmente”.

La regione separatista della Transnistriacontinua a condizionare il futuro geopolitico della Repubblica Moldova

In quel caso, spiega Brie, a Chișinău si discuterebbe apertamente di un’accelerazione forzata dell’integrazione occidentale: “Si parla sempre più spesso, anche se in modo non ufficiale, di una possibile unione con la Romania come via rapida per entrare nell’Unione Europea e nella NATO. Se invece la guerra dovesse trovare una soluzione diplomatica, l’Ucraina non potrebbe accettare di avere alle proprie spalle una Transnistria controllata da soldati russi e in questo caso la regione sarebbe inevitabilmente spinta verso lo spazio europeo”.

Alla base dell’influenza russa, conclude il docente, non ci sono soltanto fattori geopolitici ma anche culturali e religiosi: “Esiste ad esempio una forte influenza del Patriarcato di Mosca, al quale afferisce una parte della chiesa ortodossa moldava. Molte persone sono prigioniere dal punto di vista mediatico e identitario”. Tuttavia la guerra starebbe indebolendo anche questa rete di dipendenza: “Le risorse della Russia oggi sono concentrate quasi interamente sul conflitto in Ucraina, che fatica a dedicarsi ad altri quadranti, come abbiamo visto ad esempio nell’ultimo conflitto tra Armenia e Azerbaigian. Questo lascia più spazio all’Unione Europea e apre lentamente margini di libertà che prima erano molto più difficili da immaginare”.

© 2025 Università di Padova
Tutti i diritti riservati P.I. 00742430283 C.F. 80006480281
Registrazione presso il Tribunale di Padova n. 2097/2012 del 18 giugno 2012