SCIENZA E RICERCA

AI e archeologia pubblica: il potenziale emozionale e divulgativo del patrimonio

L'archeologia studia il passato sfruttando le opportunità e gli strumenti messi a disposizione dalle tecnologie del presente. In questo consolidato scenario di collaborazione, l'intelligenza artificiale rappresenta un territorio di sperimentazione promettente, in parte ancora da indagare. Oltre a rendersi già straordinariamente utile nell'ambito dell'indagine di siti sepolti, tramite immagini satellitari, o nella ricomposizione di reperti, l'AI può dare un contributo all'archeologia nel campo della divulgazione, superando i confini della pura ricerca. 

Quando parliamo di connessione con la società contemporanea ci stiamo riferendo al ruolo svolto dall'archeologia pubblica (public archaeology), che non solo trasmette informazioni ma punta a creare una relazione con un pubblico di non addetti ai lavori partendo dal presupposto che il patrimonio archeologico, in quanto bene comune, debba essere divulgato, valorizzato, reso accessibile, raggiungendo e coinvolgendo la collettività.

Ne abbiamo parlato con Jacopo Bonetto, professore ordinario di Archeologia classica all’Università di Padova, responsabile scientifico del Digital Cultural Heritage(DCH) del dipartimento dei Beni Culturali, e con Paolo Kirschner, archeologo e tecnico informatico, che si occupa di contenuti digitali, ricostruzioni virtuali e sperimentazioni con AI per la valorizzazione del patrimonio archeologico e che, nel corso dei suoi studi, ha approfondito temi di archeologia pubblica e applicazioni multimediali.

Dalla collaborazione con il Parco archeologico di Pompei all'esperienza visiva per le Terme a mare di Nora, passando per la visualizzazione del laghetto protostorico di Montegrotto Terme, all'interno del laboratorio DCH dell'ateneo padovano vengono sviluppati progetti di archeologia pubblica e rappresentazioni AI. Risulta innanzitutto fondamentale distinguere tra ricostruzione scientificamente documentata e visualizzazione interpretativa e resa evocativa, tenendo in considerazione che l’intelligenza artificiale può dare un importante contributo, potenziando la dimensione emozionale e divulgativa del patrimonio, senza cancellare il ruolo del dato archeologico e del controllo critico.


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Archeologia pubblica

La public archaeology crea connessioni con la società, entrando in relazione con le persone. Dati, modelli 3D e ipotesi storico-scientifiche possono essere trasformati in racconti cinematografici, grazie all'intelligenza artificiale. I dettagli di luce, l'atmosfera e l'inserimento della presenza umana permettono di percepire le rovine non più come semplici oggetti statici, ma come luoghi pulsanti di vita. L'AI non inventa il passato, ma genera interpretazioni visive controllate in cui la spettacolarità si mette al servizio del rigore scientifico. Siamo di fronte a uno strumento e a un nuovo territorio da esplorare, che avvicina l'archeologia a tutte e tutti.

"Il nostro obiettivo è attrarre ed emozionare mettendo in luce la relazione tra la ricerca scientifica, puntuale, precisa, misurata, e le opportunità offerte dall'intelligenza artificiale", spiega Jacopo Bonetto a Il Bo Live. Quali sono gli obiettivi dell'archeologia pubblica? "Per decenni abbiamo commesso l'errore di rivolgerci a turisti, giovani e, in generale, appassionati usando il linguaggio accademico e strettamente scientifico, pretendendo la stessa precisione delle nostre ricerche. Spesso, però, i dettagli tecnici non vengono colti e non aiutano le persone ad affezionarsi al patrimonio culturale". 

La divulgazione e il coinvolgimento sono alla base del concetto di archeologia pubblica. "Lo studioso riesce a comprendere il sito attraverso la stratigrafia, le sezioni, le indagini sul campo: l'archeologo capisce perfettamente cosa sta vedendo - puntualizza Paolo Kirschner -. Quello che vogliamo fare è offrire una rappresentazione fruibile a tutti, tramite intelligenza artificiale. Ci tengo a non usare la parola 'ricostruzione', la definisco invece 'rappresentazione': bisogna fare attenzione alle parole, si tratta di una rappresentazione che non vuole sostituirsi alla ricerca scientifica. Sono rappresentazioni e non ricostruzioni specifiche dell'oggetto. È un altro modo di vedere lo stesso dato”. E Kirschner aggiunge: “Siamo consapevoli dei limiti, ma sappiamo anche che le applicazioni, soprattutto in campo museale, possono essere molteplici: dai totem informativi alle sale immersive, dove proiettare i filmati, per esempio, su pareti curve e con l'utilizzo di visori". 

"La speranza è che tutti coloro che gestiscono aree archeologiche, musei o contesti monumentali capiscano, un po' alla volta, le potenzialità di queste rappresentazioni e le introducano nei luoghi della cultura", conclude Bonetto.

Digital Cultural Heritage

Dal 2021 il laboratorio Digital Cultural Heritage supporta il dipartimento dei Beni Culturali dell'Università di Padova nelle attività di ricerca, didattica, documentazione, comunicazione e valorizzazione del patrimonio storico-culturale, attraverso l’utilizzo avanzato di strumenti digitali. Le principali attività comprendono rilievi, fotogrammetria aerea e terrestre, laser scanner, modellazione tridimensionale, rendering, restauro virtuale, tour virtuali, storytelling digitale, esperienze immersive, realtà virtuale e aumentata, stampa 3D, documentazione audiovisiva e, appunto, simulazione di ambienti storici e applicazioni basate sull'intelligenza artificiale per la comunicazione del patrimonio culturale. 

Il lavoro di rappresentazione di scenari archeologici, architetture, paesaggi storici e situazioni di vita quotidiana può favorire la mediazione culturale, coinvolgendo un pubblico ampio, sfruttando l’emozione. Le rappresentazioni visuali e audiovisive dei contesti archeologici vengono elaborate attraverso una pipeline (un processo a più fasi) che integra ChatGPT, Nano Banana e RunwayML con impiego dei motori video Seedance 2.0 e Kling 3.0. Tali strumenti sono utilizzati come supporto alla comunicazione e alla visualizzazione interpretativa e, come si diceva, non sostituiscono la ricostruzione scientifica: il controllo critico resta fondato su evidenze archeologiche, dati di rilievo, fonti bibliografiche e documentazione verificabile. 

Rappresentare scenari archeologici

Il progetto per il Parco archeologico di Pompei si è inserito nel quadro delle recenti indagini condotte nell'area della necropoli di Porta Stabia, appena fuori le mura dell'antica Pompei, e ha permesso la realizzazione di una rappresentazione digitale sperimentale fondata sui dati emersi dallo scavo. La rappresentazione si concentra su uno degli individui rinvenuti nell'area: un uomo morto durante l'eruzione del Vesuvio del 79 d.C., trovato con un mortaio di terracotta che sembra essere stato utilizzato come protezione durante la caduta di lapilli e frammenti vulcanici. Il dato archeologico restituisce un tentativo di difesa individuale compiuto durante la fase dell'eruzione, offrendo un punto di contatto diretto tra evidenza stratigrafica, analisi antropologica e narrazione storica. 

"Con l'AI abbiamo evocato l'emozione per arrivare al pubblico - racconta Bonetto -. Non importa se quell'uomo avesse il naso aquilino, o meno: non è il compito dell'intelligenza artificiale in questo specifico contesto di utilizzo. Può certamente esserlo in altri campi, come quello delle ricostruzioni facciali che stanno facendo sulla mummia di Ötzi, dove l'obiettivo scientifico è quello di arrivare alla precisione millimetrica sul corpo. Nel nostro caso non ha importanza, l'obiettivo è comunicare l'emozione di quel momento".

A partire dai dati di scavo il contributo del laboratorio padovano si è concentrato sull'elaborazione di un'immagine digitale in grado di visualizzare una possibile rappresentazione della vittima, combinando strumenti di AI e tecniche di fotoritocco per trasformare un insieme di dati archeologici, antropologici e contestuali in una rappresentazione comunicativa controllata, non autonoma rispetto alla ricerca, ma strettamente dipendente dal quadro documentario disponibile: il valore del lavoro non consiste nella produzione di una ricostruzione definitiva o sostitutiva dell'analisi scientifica. "Il caso di Pompei mostra come un laboratorio universitario possa collaborare con un grande parco archeologico nazionale nella costruzione di nuovi linguaggi visuali per la comunicazione pubblica dell'archeologia", commenta Bonetto. 

La rappresentazione assistita dall'AI diventa uno strumento di esplorazione visiva del passato solo quando rimane ancorata a evidenze storiche e scientifiche verificabili. In questa prospettiva, viene usata per ampliare il potenziale emozionale, comunicativo e divulgativo del patrimonio archeologico, mantenendo centrale il rapporto con il dato e il contesto di ricerca. Gli approfondimenti scientifici sul rinvenimento delle due vittime, sulle prime analisi antropologiche e archeologiche e sul contesto di Porta Stabia sono pubblicati sull'E-journal degli Scavi di Pompei, n. 4/2026

Come in un film 

“Chiunque abbia un minimo di esperienza con l'intelligenza artificiale sa che tutti i sistemi partono da un prompt di testo: sono istruzioni testuali che vengono fornite alla macchina - spiega Kirschner -. Ovviamente, per il video, il processo è un po' più articolato, perché si crea una sorta di storyboard: decidi che la scena debba partire da un punto, arrivare a un altro e descrivi quale tipo di animazione debba avvenire nel mezzo. Lavori proprio come farebbe uno sceneggiatore. Noi collaboriamo con i colleghi del nostro dipartimento che si occupano di cinema, a loro chiediamo collaborazione per le inquadrature e a loro ci affidiamo per impostare un determinato movimento di macchina". 

"Ci vuole occhio - continua -. Capire dove fare una zoomata, tenendo un elemento in primo piano, è un lavoro di regia, ed è ciò che può trasmettere più o meno emozione e catturare l'attenzione dello spettatore. Questa commistione multidisciplinare è entusiasmante. Siamo un gruppo abbastanza atipico ma è l'archeologia stessa a essere una disciplina onnicomprensiva. Si può pensare all'archeologia come a un settore molto chiuso, invece ha bisogno di riprese video, tecnici in topografia, storici puri, di disegnatori, per replicare reperti e rilievi, e informatici capaci di muoversi tra database, archivio e realtà virtuale. L'archeologia è un grande contenitore che si occupa della valutazione, della rivalutazione e della divulgazione dei beni culturali: dentro c'è di tutto. Il nostro dipartimento si chiama proprio dei Beni Culturali e per certi versi si è ampliato ancora di più: abbiamo realizzato progetti legati anche alla musica e altri di carattere storico-artistico. Tutte queste competenze, per la valorizzazione dell'arte, possono essere applicate tramite le sperimentazioni che facciamo con l'intelligenza artificiale. Gli utilizzi possibili sono tantissimi".

Il santuario protostorico del laghetto termale di Montegrotto - AI Archaeological Representation

Opportunità, rischi, sfide

La sperimentazione contribuisce a riflettere sulle possibilità offerte dalle tecnologie visive contemporanee, ma impone anche una riflessione sui limiti e sulle responsabilità del loro impiego: ogni immagine deve essere leggibile come ipotesi interpretativa, dichiarata nei presupposti, da non confondere con una restituzione neutra o oggettiva del passato. 

L'abbiamo capito: l'intelligenza artificiale offre moltissime opportunità, “ma dobbiamo stare attenti - riflette Bonetto -, non possiamo nascondere i rischi. Un non-archeologo potrebbe prendere il caso di Pompei, cercare in rete cos'è un mortaio, trovare tre o quattro disegni e generare qualcosa, senza considerare la correttezza scientifica e senza alcuna competenza per valutarla”.

Sulla necessità di mantenere un profilo di garantita competenza, Kirschner precisa: "Siamo noi esperti a semplificare il dato scientifico per renderlo fruibile al pubblico. In un processo non certificato, invece, si parte da zero per arrivare a un livello di sufficienza visiva che sia vagamente efficace. Per noi, invece, il percorso parte da un modello accurato, che viene poi scalato e semplificato: questa è la differenza. Chi parte dal basso cerca di risalire, noi scendiamo partendo dal dato certo. Alla fine ci si può incontrare in un punto, ritrovandosi in un risultato visivo simile, ma è l'origine del dato a fare la differenza". 

Una riflessione che aggancia il pensiero di Bonetto: "Il rischio sta proprio in questo punto di incontro: esiste perché il processo oggi è rapido e accessibile. Un tempo, per fare un modello 3D, servivano ore, settimane di lavoro e molti soldi: nessun non-esperto poteva pensare di spendere tempo e denaro senza avere le competenze. Oggi non costa quasi nulla in termini di tempo e investimenti, dunque ormai sappiamo che la competenza spesso non è il fattore primario che guida le scelte, e quindi il rischio aumenta". E conclude: “Questa comunicazione visiva va gestita e monitorata da professionisti per poter confezionare prodotti di qualità che garantiscano una corretta narrazione storica”.

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