Quando il museo parla al presente
Immagine digitalizzata di flauto di Pan. Foto: Museo di Scienze Archeologiche e d'Arte dell'Università di Padova
I musei non sono più soltanto custodi del passato. Oggi sono laboratori di idee, luoghi di incontro, ricerca e formazione, capaci di incidere sulla vita quotidiana delle comunità. Negli ultimi anni hanno ampliato il proprio ruolo ospitando conferenze, laboratori e attività educative; insieme alle biblioteche diventano spazi di socialità, da vivere oltre che da visitare. In un'epoca segnata dalle ondate di calore vengono persino indicati, in alternativa ai centri commerciali, come possibili rifugi climatici, segno di una missione che supera ormai la sola tutela del patrimonio.
Questa trasformazione riguarda in modo particolare i musei universitari, chiamati oggi a coniugare la conservazione delle collezioni con la ricerca, la divulgazione scientifica e il dialogo con la società. Un cambiamento che Alessandra Menegazzi ha osservato e al quale ha contribuito in prima persona nell'arco di oltre trent'anni, dal 1993 al 2026, come conservatrice del Museo di Scienze Archeologiche e d'Arte dell'Università di Padova. La sua storia professionale finisce così per intrecciarsi con quella di un'istituzione che, senza rinunciare al rigore scientifico, ha ridefinito profondamente il proprio rapporto con il pubblico.
Eppure all’inizio il suo percorso sembra destinato a prendere un'altra direzione: "Un giovane archeologo desidera soprattutto fare ricerca sul campo – racconta a Il Bo Live –, per questo mi oriento verso la topografia antica, una disciplina che mi porta letteralmente ovunque: prima con l'Istituto di Archeologia dell'Università di Padova, impegnata negli studi sulla centuriazione romana, poi nel gruppo di lavoro che, insieme alla Regione, realizza la Carta archeologica del Veneto".
Entra in servizio all'Università di Padova come personale tecnico nel 1988 e inizialmente si dedica all'epigrafia. La proposta di assumere la responsabilità del museo arriva in un momento inatteso: "Sono in maternità e ho tutt'altre priorità – ricorda –. All'inizio rimango spiazzata, poi decido di accettare la sfida". Quando varca per la prima volta le porte del museo del Liviano, trova una realtà molto diversa da quella oggi conosciuta e apprezzata da studenti e visitatori: le sale progettate da Gio Ponti alla fine degli anni Trenta si presentano alterate da interventi successivi e non rispondono più ai requisiti imposti dalle nuove normative sulla sicurezza.
“ Da collezione universitaria a luogo aperto alla città: la storia del museo del Liviano racconta come è cambiato il modo di produrre e condividere conoscenza
L'Università sceglie allora di non limitarsi a un semplice adeguamento funzionale, ma di avviare un recupero filologico dell'intero allestimento, restituendo valore tanto all'architettura quanto alla concezione museografica originaria. Prende così forma un cantiere destinato a durare quasi dieci anni e concluso nel 2008, frutto di un lavoro interdisciplinare coordinato interamente all'interno dell'Ateneo. Un percorso ricostruito anche nel volume Il Museo di Scienze Archeologiche e d'Arte al Liviano di Padova. Storia e collezioni, curato da Alessandra Menegazzi insieme ad Arturo Zara e pubblicato da Silvana Editoriale nel 2024. Il progetto coinvolge l'allora Ufficio sviluppo edilizio dell'Università, una commissione composta da rappresentanti della Facoltà e del Dipartimento, il delegato all'edilizia Vittorio Dal Piaz – tra i maggiori studiosi dell'opera di Gio Ponti –, la Soprintendenza e l'architetto Edi Pezzetta.
L'intervento segue un metodo rigorosamente scientifico: vengono recuperati i disegni originali, si eseguono campionature stratigrafiche per riportare alla luce le cromie concepite da Ponti, ogni ambiente e ogni reperto vengono accuratamente studiati prima di essere restaurati. Il risultato, osserva Menegazzi, non è una reinterpretazione contemporanea, ma il recupero per quanto ancora possibile di un progetto museografico di straordinaria modernità. "L'allestimento restituisce forza all'esposizione perché ripropone la progettazione di alto livello che diede modo a Gio Ponti di creare, con il sostanziale appoggio di Anti, non un semplice laboratorio per la didattica universitaria ma un vero museo: una scelta rara, se non unica, nel panorama dei musei universitari italiani di quegli anni".
Un museo nato per insegnare
Le collezioni del Museo di Scienze Archeologiche e d'Arte dell'Università di Padova raccontano una storia lunga quasi tre secoli, fatta di stratificazioni, trasformazioni e cambiamenti di funzione. Non sono soltanto un insieme di reperti da conservare, ma la testimonianza di come l'università abbia progressivamente costruito il proprio rapporto con il patrimonio culturale, trasformandolo in uno strumento di conoscenza e formazione.
Il nucleo più antico risale alla donazione di Antonio Vallisneri del 1733, quando reperti archeologici e opere d'arte entrano nelle raccolte dello Studio patavino. A lungo il materiale rimane a Palazzo Bo, prima che, in epoca napoleonica, i riformatori dell'università decidano di separare le componenti scientifiche da quelle legate alle antichità: nasce così, nel 1807, il Gabinetto di Antichità, primo embrione di quello che diventerà il museo del Liviano.
La crescita delle collezioni accompagna per tutto l'Ottocento lo sviluppo degli studi antiquari, anche se l'archeologia fatica ancora a conquistare un'autonoma identità accademica: per molto tempo infatti la disciplina rimane collegata alla storia e alla filologia, affidata a studiosi che la considerano soprattutto uno strumento ausiliario per l'interpretazione delle fonti scritte. Di quella fase restano tracce incomplete: parte dei materiali viene trasferita a Roma dopo l'Unità d'Italia per contribuire alla formazione di quello che diventerà il Museo Nazionale Preistorico Etnografico "Luigi Pigorini", mentre alcuni nuclei risultano dispersi nel tempo. Gli stessi inventari ottocenteschi suggeriscono perdite significative: il monetiere universitario, ad esempio, in origine doveva essere quasi doppio rispetto a quello oggi conservato.
La svolta arriva nei primi decenni del Novecento, quando l'archeologia italiana assume una dimensione più moderna e scientifica anche grazie alla nascita delle prime scuole archeologiche italiane all'estero. A Padova arriva Gherardo Ghirardini, che introduce un approccio più sistematico alla disciplina, promuove l'acquisizione di calchi in gesso e costruisce una biblioteca specialistica destinata agli studiosi. Dopo di lui Giuseppe Pellegrini prosegue il consolidamento degli studi archeologici nell'Ateneo.
“È però con Carlo Anti, arrivato a Padova nel 1922, che il museo assume definitivamente la propria fisionomia – precisa Menegazzi –. Archeologo di grande apertura internazionale, Anti trasforma il gabinetto di archeologia in una vera istituzione museale, ampliando le raccolte, promuovendo campagne di scavo e acquisizioni e introducendo nuovi nuclei, tra cui quello egittologico di papiri e ostraka nato dalle sue ricerche negli anni Trenta”.
Quando nei primi anni Trenta la Facoltà di Lettere decide di costruire una nuova sede, Anti comprende che l'edificio non può essere soltanto un contenitore per le attività universitarie, ma deve diventare esso stesso uno strumento didattico e scientifico: per questo affida il progetto del Liviano a Gio Ponti, chiamato a concepire un edificio capace di integrare architettura, arte e conoscenza.
“ Il recupero dell'allestimento di Gio Ponti non è stato solo un restauro architettonico, ma il punto di partenza per ripensare il ruolo del museo
Una scelta innovativa, soprattutto per l'epoca: il museo occupa infatti una parte consistente dell'edificio, con spazi progettati non come semplici aule espositive, ma come ambienti pensati per lo studio e la fruizione delle collezioni. Sono previsti persino un montacarichi, per il trasporto delle casse delle mostre, e una terrazza, per le esposizioni temporanee e per la fotografia dei reperti alla luce naturale. Una concezione sorprendentemente moderna, che anticipa l'idea del museo universitario come luogo aperto e dinamico.
Eppure, ricorda Menegazzi, le resistenze non mancano. Alcuni docenti guardano con diffidenza all'idea di dedicare tanto spazio alle collezioni museali, ma Anti risponde senza esitazioni che il fatto che il museo serva all'università non è neanche da discutere. Una frase che riassume una convinzione ancora oggi attuale: un museo universitario non è un deposito di oggetti preziosi, ma un luogo in cui la ricerca incontra la formazione e il sapere diventa patrimonio condiviso.
Oggi il Museo di Scienze Archeologiche e d'Arte conserva circa quattromila oggetti, distribuiti tra raccolte archeologiche di epoche e provenienze diverse, la sezione egizia con papiri e ostraka provenienti dagli scavi di Anti e il nucleo antiquario della collezione Mantova Benavides, formatasi nel Cinquecento. Tra i suoi pezzi più celebri figurano la “statuetta di offerente” da Padova, il modello per la testa del Gattamelata, la statua di Atena e ritratto di Lucio Vero, opere che testimoniano la ricchezza e la varietà di una raccolta nata nei secoli attraverso donazioni, acquisizioni e campagne di ricerca.
Il valore di un museo universitario non si misura però soltanto dalla rarità degli oggetti che conserva: la vera sfida è riuscire a trasformare quelle testimonianze in conoscenza, far parlare i reperti, ricostruirne le storie, creare connessioni tra discipline diverse e restituirli alla comunità. Ed è proprio su questo terreno che si misura il lavoro svolto da Alessandra Menegazzi negli ultimi trent'anni.
Dalla ricerca al pubblico
Se il restauro restituisce al museo la sua identità architettonica, il lavoro della studiosa ne ridefinisce soprattutto la funzione culturale, seguendo un’idea semplice solo in apparenza: un museo universitario deve produrre nuova conoscenza e trovare il modo di renderla accessibile. La divulgazione, in questa prospettiva, non rappresenta l'ultimo passaggio del percorso scientifico, bensì il suo naturale compimento.
L'esempio più significativo nasce quasi per caso. Durante il riallestimento, all'interno di una scatola proveniente dagli scavi egiziani di Carlo Anti, viene rinvenuto un flauto di Pan mai studiato né pubblicato. L'oggetto diventa il punto di partenza di un progetto che coinvolge archeologi, restauratori, musicologi, informatici e specialisti della comunicazione. Le analisi al radiocarbonio ne collocano la realizzazione tra il V e il VI secolo dopo Cristo; la ricostruzione della documentazione di scavo ne chiarisce il contesto, la modellazione digitale in tre dimensioni consente di comprenderne struttura e funzionamento, mentre la ricerca iconografica e letteraria segue la fortuna di questo oggetto nella cultura antica, dall'Odissea alle Metamorfosi di Ovidio.
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Da quel lavoro nasce una piattaforma multimediale interattiva che permette ai visitatori di ascoltare il suono dello strumento, esplorarne la struttura e seguirne la storia attraverso immagini, animazioni e contenuti di approfondimento. Parallelamente vengono realizzate ricostruzioni sperimentali delle tecniche di fabbricazione e modelli tattili destinati ai visitatori con disabilità, anticipando temi come l'accessibilità e l'inclusione quando ancora non occupano un posto centrale nel dibattito museale.
La vicenda flauto racconta non un'eccezione ma un metodo. Lo stesso approccio viene applicato ai gessi, ai vasi e alla collezione Mantova Benavides, sviluppando progetti condivisi con studiosi di discipline diverse. Tra questi assume un ruolo importante la collaborazione con l’archeologa Irene Favaretto, tra le massime esperte della raccolta Benavides e in seguito prima prorettrice ai beni culturali dell'Università di Padova. "Per molto tempo ogni conservatore tendeva a lavorare sulla propria collezione – osserva Menegazzi –; con i progetti interdisciplinari quella frammentazione è stata progressivamente superata, favorendo un dialogo continuo tra museo, dipartimenti e competenze diverse".
“ Conservare, studiare, valorizzare: tre verbi che definiscono la missione dei musei universitari e il loro rapporto con la ricerca e la società
Alla base di questo percorso resta una convinzione precisa: "Un museo universitario deve tenere insieme conservazione, studio e valorizzazione, in quest'ordine – conclude Menegazzi –. Valorizzare senza conservare significa esporre il patrimonio a nuovi rischi". Un principio che restituisce alla ricerca il ruolo di fondamento dell'attività museale, ricordando come la comunicazione acquisti significato soltanto quando poggia su uno studio rigoroso delle collezioni, in un legame virtuoso e indissolubile con le discipline di riferimento.
Negli anni questo metodo produce anche un risultato meno visibile, ma forse altrettanto importante: trasformare il museo in una palestra per le nuove generazioni. Specializzandi, dottorandi, assegnisti e tirocinanti imparano qui un mestiere che l'università, da sola, difficilmente può insegnare. Se i corsi di archeologia formano soprattutto allo scavo, il museo educa alla conservazione, alla catalogazione, alla progettazione espositiva e alla mediazione culturale. Un'esperienza che coinvolge anche studenti di storia dell'arte, turismo e altri corsi di laurea, contribuendo a formare professionalità capaci di muoversi tra ricerca, patrimonio e comunicazione.
Dopo oltre trent'anni, il lascito di Alessandra Menegazzi non si misura soltanto nel recupero di un allestimento storico, nell'arricchimento delle collezioni o nell’assistenza prodigata alle attività di ricerca e didattica. In primo luogo è l’aver fatto parte di quel gruppo di pionieri che hanno dovuto inventare la professione del conservatore in un contesto, come quello accademico, nel quale la vocazione museale non è primaria, e in un periodo in cui era un’identità poco definita anche nei musei di altre tipologie.
Oggi i musei sono luoghi in cui il sapere non viene semplicemente custodito ma continua a prodursi, confrontandosi con la società per tornare a essere patrimonio condiviso. È forse questa la trasformazione più profonda di queste istituzioni: non aver rinunciato alla propria funzione scientifica, ma aver compreso che la conoscenza acquista davvero valore solo quando riesce a uscire dalle vetrine e a entrare nella vita delle persone.