SOCIETÀ

La Spagna del 1936 non è il nostro presente. Ma può ancora aiutarci a capirlo

Il 17 luglio 1936 le guarnigioni del Marocco spagnolo si sollevano contro il governo del Fronte popolare. Nelle ore successive l'insurrezione si estende alla penisola, dando inizio a quasi tre anni di guerra: mezzo milione di morti, un Paese devastato e una dittatura destinata a durare fino al 1975. Novant'anni dopo, la guerra civile spagnola continua a essere raccontata come il prologo della Seconda guerra mondiale, il banco di prova in cui Germania nazista e Italia fascista sperimentarono strategie militari e armi, mentre le democrazie europee mostrarono tutta la loro esitazione.

Ma quel conflitto fu anche molto altro: una guerra sociale, politica, culturale e propagandistica che mobilitò l'opinione pubblica internazionale come mai era accaduto prima. Volontari provenienti da decine di Paesi, scrittori e giornalisti schierati sui fronti, ideologie destinate a segnare il secolo. Ne parliamo con Paola Lo Cascio, storica dell'Universitat de Barcelona e autrice del volume La guerra civile spagnola. Una storia del Novecento (Carocci).

Novant'anni dopo, perché la guerra civile spagnola continua a essere uno degli eventi più studiati del Novecento?

“Perché è una sorta di concentrato delle grandi fratture del secolo scorso. Dentro ci sono il conflitto sociale, quello politico, la dimensione economica, quella culturale e ideologica. Studiare la guerra civile significa comprendere il Novecento e, in parte, anche il presente.

Se guardiamo al lessico politico contemporaneo, per esempio, la guerra civile ci mostra fin dove può arrivare una società profondamente polarizzata. Detto questo, sono prudente verso chi sostiene che stiamo tornando agli anni Trenta. I contesti sono diversi e la storia non si ripete negli stessi termini.

Esiste però un'analogia importante. Allora il vecchio Stato liberale non riuscì a reggere l'ingresso delle masse nella vita politica. Oggi viviamo un'altra grande fase di trasformazione, che produce nuove fratture. La questione decisiva, ieri come oggi, è se questi cambiamenti vengano governati dentro le istituzioni democratiche oppure no”.

Negli ultimi anni quali sono stati gli sviluppi più significativi della ricerca storica?

“Per molto tempo la guerra civile è stata studiata soprattutto dal punto di vista politico e militare; oggi, invece, la ricerca si è aperta ad altri filoni. Uno dei più importanti è la storia sociale: penso ad esempio ai lavori di Miguel Ángel del Arco sulla grande fame del dopoguerra, che hanno permesso di rileggere in profondità le conseguenze del conflitto.

Novant'anni dopo l'alzamiento del 1936, la guerra civile spagnola continua a interrogare storici, politica e memoria collettiva

Un'altra prospettiva riguarda il genere, non soltanto la storia delle donne, fondamentale ma anche gli studi sulla mascolinità e su aspetti finora rimasti ai margini. Anche la ricerca italiana ha dato contributi importanti, ad esempio nello studio dell'intervento fascista: l'esperienza dei militari inviati da Mussolini, le forme della propaganda e il funzionamento dell'apparato fascista. Sono studi che aiutano a comprendere meglio la guerra civile, ma anche il fascismo italiano”.

Per molti anni la Spagna democratica ha preferito non riaprire le ferite del conflitto, mentre oggi la memoria storica sempre essere tornata al centro del dibattito pubblico. Che cosa è cambiato?

“In realtà la ricerca storica non si è mai fermata: è cambiato il dibattito pubblico, soprattutto a partire dagli anni Duemila. C'è anzitutto una ragione generazionale: chi aveva vissuto la guerra e la dittatura aveva un rapporto con quel passato molto diverso rispetto ai figli e, ancor più, ai nipoti.

Durante la transizione democratica la paura che la polarizzazione potesse sfociare in un nuovo conflitto era concreta. La dittatura franchista era stata spietata e rappresentava, di fatto, la prosecuzione della guerra civile con altri mezzi; il suo messaggio era chiaro: ricordare continuamente ai vinti che avevano perso.

Negli anni Ottanta e Novanta prevalse l'esigenza di consolidare la democrazia, mentre dal 2000 il tema della memoria è tornato con forza, ma dentro uno scontro politico sempre più acceso. Questo dipende anche dal fatto che il cambiamento istituzionale non comportò una rottura netta con il regime; la destra spagnola di oggi è figlia della classe politica di Franco: Alianza Popular, antenata del PP, fu fondata da sette ex ministri del regime, e pochi mesi fa lo stesso Aznar alla radio non ha voluto condannare la dittatura di Franco. Ancora oggi esiste una parte della società che non ha mai espresso una condanna esplicita della dittatura: anche perché, diversamente dall'Italia, il franchismo non è stato sconfitto militarmente”.

Quanto pesa, in questo scenario, l'ascesa di Vox?

“Vox rappresenta una parte della destra che fino a pochi anni fa era rimasta all'interno del Partito popolare e che oggi può esprimere pubblicamente posizioni prima impensabili, anche grazie al cambiamento del clima internazionale.

Il punto, però, non è tanto la rivalutazione della dittatura: più spesso il bersaglio diventa l'antifascismo e, con esso, le politiche della memoria democratica. Una dinamica che ritroviamo anche in altri Paesi e che si inserisce in una più ampia battaglia culturale, nella quale rientrano anche il razzismo, la xenofobia e gli attacchi ai diritti delle donne”.

Dalla memoria del franchismo all'ascesa di Vox, il passato continua a influenzare la Spagna di oggi

Negli ultimi anni la Spagna ha conosciuto la crisi catalana, la nascita di Podemos e Ciudadanos, l'ascesa di Vox. Sono fenomeni collegati?

“Non necessariamente. Il punto di svolta è comunque la crisi economica del 2008, i cui effetti in Spagna diventano devastanti tra il 2011 e il 2013: austerità, tagli allo Stato sociale, milioni di sfratti, perdita di diritti. È allora che entra in crisi il sistema politico nato con la transizione.

La promessa democratica si incrina non tanto sul piano delle regole istituzionali, quanto su quello materiale del benessere. La critica al sistema nasce soprattutto da lì”.


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E la questione catalana come si inserisce in questo quadro?

“Dipende da dove la si guarda: da Madrid viene interpretata soprattutto come una sfida all'unità dello Stato, ma da Barcellona però la situazione appare più complessa. A mio avviso il nazionalismo catalano sceglie una fuga in avanti proprio nel momento in cui è sotto pressione per le politiche di austerità: la narrazione secondo cui tutti i problemi derivano dall'oppressione esercitata dallo Stato spagnolo diventa allora uno strumento estremamente efficace per ricompattare il consenso.

C'è stata anche un'importante operazione narrativa: presentare la Spagna come intrinsecamente franchista e la Catalogna come naturalmente progressista e repubblicana. Dal punto di vista politico è stata una scelta efficace, ma storicamente molto discutibile: la guerra civile si combatté anche dentro la società catalana, ridurre quel conflitto a uno scontro tra Spagna tradizionalista e Catalogna progressista significa semplificare una realtà molto più complessa.

La guerra civile fu innanzitutto il confronto tra due diverse idee di Spagna, una delle quali certamente centralista e omogeneizzatrice, ma non si può spiegare tutto soltanto attraverso la questione nazionale”.

La guerra civile viene spesso definita l'anticamera della Seconda guerra mondiale. È una definizione sufficiente?

“Non è sbagliata, ma è incompleta. L'intervento delle potenze straniere rende la guerra civile un laboratorio in cui si anticipano dinamiche che ritroveremo nel conflitto mondiale: lo scontro tra fascismo e antifascismo, la sperimentazione di nuove strategie militari, il ruolo delle democrazie europee. Esiste però anche una dimensione interna che non può essere trascurata: quello che accade dentro la Spagna e ciò che avviene sul piano internazionale si influenzano continuamente.

La vera domanda è come le democrazie governano i grandi cambiamenti e le nuove polarizzazioni Paola Lo Cascio

La Conferenza di Monaco, per esempio, pesa in modo decisivo sul destino della Repubblica. Allo stesso modo va interpretata l'offensiva dell'Ebro voluta dal capo del governo repubblicano Juan Negrín: un'operazione militare concepita per prolungare il conflitto nella speranza che lo scontro spagnolo si saldasse a una guerra europea ormai imminente. Quando le democrazie scelsero invece la strada dell'appeasement, per la Repubblica le possibilità di sopravvivenza si ridussero drasticamente. Per questo nessuna delle due dimensioni, quella interna e quella internazionale, basta da sola a spiegare la guerra civile”.

La polarizzazione politica è oggi una caratteristica di molti Paesi europei: la guerra civile spagnola offre ancora strumenti per leggere il nostro presente?

“C'è una differenza fondamentale rispetto agli anni Trenta: la violenza. La Prima guerra mondiale aveva rappresentato un enorme processo di socializzazione alla violenza e questo cambiava profondamente il modo di vivere il conflitto politico. Oggi, almeno in Europa, questo elemento fortunatamente non c'è: anche per questo diffido dei paragoni troppo semplici.

La Spagna degli anni Trenta era attraversata da tensioni profondissime, ma non era l'unico Paese europeo. Anche la Francia, l'Italia e perfino la Gran Bretagna conoscevano forti contrapposizioni sociali e politiche. Pensare che la guerra civile fosse inevitabile significa leggere la storia a posteriori. Un esempio recente è la Catalogna durante il procés: la polarizzazione è stata fortissima, eppure non si è trasformata in violenza diffusa”.

Intanto però a Madrid il governo di Pedro Sánchez appare però sempre in difficoltà, tra maggioranze instabili e accuse ricorrenti di corruzione.

“La governabilità è diventata più complessa dopo le elezioni del 2023, quando i voti del nazionalismo catalano di centrodestra, quello di Carles Puigdemont, sono diventati indispensabili per sostenere il governo, ma bisogna comunque ricordare che il premier è comunque in carica dal 2018. Si può parlare di un esecutivo più fragile, ma questa instabilità è anche il risultato di una strategia politica fondata sulla delegittimazione dell'avversario e su una crescente politicizzazione della magistratura, che più che dell'Italia di Mani pulite ricorda alcune dinamiche dell'America Latina”.

A distanza di 90 anni cosa ci dice la guerra civile spagnola?

“Al di là delle profonde differenze tra epoche e società ci ricorda che i momenti di grande trasformazione producono inevitabilmente tensioni e visioni contrapposte. Negli anni Trenta il cambiamento era rappresentato dall'ingresso delle grandi masse nella vita politica: il vecchio Stato liberale non riuscì, e probabilmente non avrebbe potuto, governare quella trasformazione. Oggi stiamo vivendo un altro cambio di paradigma, diverso ma altrettanto profondo, che investe l'economia, la società, il lavoro, la comunicazione e la partecipazione politica.

Il punto non è stabilire se le due epoche siano uguali. La vera domanda è un'altra: come vengono governati questi cambiamenti? Attraverso istituzioni democratiche, capaci di includere il conflitto e trasformarlo in confronto politico, oppure attraverso forme di esclusione e di restringimento degli spazi democratici?”.

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