Siccità e riscaldamento globale possono triplicare il prezzo del frumento
Con il riscaldamento globale che avanza, il pane e altri beni alimentari essenziali potrebbero arrivare a costarci molto caro. La siccità è una delle più serie minacce alla produzione agricola globale e quest’estate abbiamo avuto un assaggio della sua morsa sull’Europa.
Le ondate di calore si sono aggiunte ai conflitti di Ucraina e Medio Oriente e secondo la FAO, i prezzi dei beni alimentari globali hanno raggiunto i livelli più alti dal 2023, quando uscivamo dalla pandemia.
Alcune colture sono più vulnerabili di altre ai cambiamenti del clima. Un cereale come il frumento, colonna portante della dieta dell’intera umanità, è particolarmente dipendente dalle precipitazioni. Un suolo che rimane umido durante la sua fase di crescita è indispensabile per un buon raccolto, che altrimenti rischia di andare perduto, con conseguenti aumenti di prezzo sul mercato.
La sola ondata di calore di giugno, la seconda di una serie che si è abbattuta sulla porzione occidentale del Vecchio Continente, ha fatto perdere agli agricoltori europei circa 9 milioni di tonnellate di colture quali frumento, orzo, mais e avena, equivalenti a circa 2 miliardi di euro di mancati ricavi. Nel mese di luglio, il costo globale del frumento è aumentato di quasi il 6%.
Leggi anche: I mari globali e l'Europa occidentale non sono mai stati così caldi
Clima, siccità e prezzo del grano
Un nuovo studio pubblicato sulla rivista Earth’s Future da un gruppo internazionale coordinato da ricercatori del Global Change Research Institute CAS di Brno, in Repubblica Ceca, ha introdotto un nuovo metodo per misurare la grave scarsità d'acqua (Severe Water Scarcity, SWS) e lo ha applicato ad alcune colture fondamentali: oltre al frumento, ha analizzato il riso e il mais.
Il primo però è quello che ha fatto accendere una sirena d’allarme. I risultati evidenziano infatti una chiara correlazione tra la superficie coltivata colpita da una grave carenza idrica e i prezzi globali del frumento. Secondo lo studio, le fluttuazioni di prezzo (al rialzo) che questo cereale ha avuto dal 2000 al 2021 possono essere spiegate in larghissima parte (il 74%) dalla scarsità d’acqua.
Per quanto riguarda il mais, la SWS è stata ritenuta responsabile di quasi il 40% della variabilità dei prezzi, mentre per il riso non è stata riscontrata una significativa correlazione. Secondo i ricercatori, una possibile spiegazione sta nel fatto che il frumento viene generalmente coltivato in condizioni più aride, dipende meno dall’irrigazione e più dalle precipitazioni. Solo circa il 15% della superficie mondiale coltivata a frumento è irrigata, mentre si arriva al 33% nel caso del riso.
La traiettoria climatica su cui ci troviamo ci dice chiaramente che la disponibilità d’acqua diminuirà in futuro con l’aumento delle temperature: con 3°C in più rispetto al periodo che va dal 1951 al 1980, i prezzi medi globali del frumento potrebbero addirittura triplicare rispetto a quelli del 2010, riporta lo studio.
Leggi anche: Restoring land, restoring hope. Al via in Mongolia la Cop 17 contro la desertificazione
Una produzione distribuita
La produzione di frumento ha un’ampia diffusione geografica. Tra i maggiori esportatori si sono il Nord America, con gli Stati Uniti e il Canada, la Russia, l’Unione Europea e l’Ucraina, ma anche il Kazakistan, l’India, l’Australia, l’Argentina e il Brasile. Ciò significa che se una regione del pianeta viene attraversata da una fase siccitosa, in linea di principio la produzione può venire compensata da quella di un’altra regione. Il riscaldamento globale tuttavia tenderà a rendere sempre meno efficace questo meccanismo di compensazione e lo studio per la prima volta ha provato a tener conto di questa eventualità globale, piuttosto che concentrarsi su effetti locali della siccità.
I dati storici dicono tra il 1911 e il 2020 in media circa il 5% della superficie mondiale coltivata a frumento è stata interessata da una grave scarsità d’acqua. Nel nuovo secolo però le cose sono cambiate: nel 2000, 2010, 2012 e 2020, la superficie interessata da siccità ha superato il 15%. I ricercatori hanno esplorato l’evoluzione di questa tendenza anche in uno scenario in cui il pianeta continuerà a riscaldarsi, andando a vedere quali effetti avrà sul prezzo del cereale.
Con un riscaldamento globale di circa 2 °C in più rispetto al periodo 1951 – 1980, il modello stima un prezzo medio di 273 dollari per tonnellata di frumento. A 3 °C, la stima raggiunge i 364 dollari per tonnellata, un valore quasi triplo rispetto al prezzo che il frumento aveva nel 2010 (corretto per l’inflazione).
La siccità naturalmente non è l’unico fattore che determina i prezzi dei cereali. Anche i costi dell’energia, dei fertilizzanti, le scorte disponibili, le politiche commerciali e i conflitti geopolitici ne influenzano l’andamento, riconoscono i ricercatori, che in questo studio hanno però voluto mettere sotto i riflettori l’azione del cambiamento climatico, che si materializza nella forma della scarsità idrica.
Leggi anche: La siccità aumenta il costo psicologico delle guerre
Colture fondamentali
Frumento, mais e riso, le colture considerate nello studio, sono tre colonne portanti dell’alimentazione globale: rappresentano il 42% dell’apporto energetico che l’umanità ottiene dalla dieta e il 37% di quello proteico. Allo stesso tempo però la loro coltivazione richiede più della metà (il 51%) di tutta l’acqua di superficie e di falda che viene utilizzata in agricoltura. Il frumento dei tre è il cereale che ha bisogno maggiormente di pioggia durante il suo periodo di crescita, il che lo rende più vulnerabile ai periodi di siccità.
Durante la seconda metà del Novecento il loro prezzo è aumentato solo in misura marginale, mentre nel primo quarto del XXI secolo ha visto una notevole accelerazione.
Dal 2010 al 2020 il numero di persone sotto il livello minimo di nutrizione è cresciuto di quasi un quarto, passando da quasi 600 milioni a 735 milioni. La FAO stima anche che entro la metà di questo secolo la produzione alimentare e agricola dovrà crescere di circa il 40% rispetto a oggi e dovrà farlo senza sfruttare nuovo terreno, ma chiedendo raccolti più generosi grazie a tecniche agricole più performanti.
Tuttavia, il cambiamento climatico pone dei seri limiti a questa crescita, soprattutto per quanto riguarda la disponibilità d’acqua. Un recente studio per esempio ha trovato che in assenza di adattamento, la produzione globale di riso, mais e frumento vedrà un calo rispettivamente dell’1,5%, del 15,5% e del 6,7% per ogni ulteriore grado di riscaldamento globale.
Altri lavori hanno considerato anche gli effetti derivanti dalle oscillazioni climatiche di El Niño, ma secondo gli autori del lavoro ora pubblicato su Earth’s Future non sono stati considerati a dovere gli impatti degli eventi climatici estremi sulla fase di crescita, quella più critica, dei cereali.
L’indicatore SWS sviluppato dai ricercatori combina deficit idrici di breve e lungo periodo e si concentra sui quattro mesi precedenti al raccolto, quando le colture sono particolarmente sensibili alla carenza d’acqua.
I risultati ottenuti con questo nuovo approccio evidenziano che le future valutazioni non potranno fermarsi a misurare le rese medie, sostengono gli autori dello studio: dovranno fare i conti con eventi di grave e ricorrente scarsità d’acqua, geograficamente interconnessi, che colpiscono simultaneamente o in rapida successione diverse importanti regioni produttrici.