SOCIETÀ

La Cina blinda il Sudest asiatico contro i dazi USA

Manca solo il via libera di Pechino, e da lì partirà il conto alla rovescia di sessanta giorni verso l'entrata in vigore piena. A fine luglio 2026 sette Stati membri dell'ASEAN, tra cui la Thailandia, avevano già completato le rispettive procedure di ratifica interna per l'ACFTA 3.0, l'aggiornamento dell'accordo di libero scambio tra Cina e blocco del Sudest asiatico atteso in vigore in coincidenza con il vertice ASEAN-Cina  previsto entro questo prossimi mese di novembre 2026. Dietro la scadenza, ormai ravvicinata, si gioca una partita più ampia di quella doganale: mentre Washington mantiene in vigore dazi punitivi sulle merci cinesi e minaccia tariffe fino al 40% sulle triangolazioni commerciali sospette nel Sudest asiatico, l'accordo offre a Pechino uno strumento legale per attutire l'impatto di quei dazi senza tecnicamente eluderli, come si vedrà più avanti. L'intesa era stata siglata il 28 ottobre 2025 a margine del ventottesimo vertice Cina-ASEAN a Kuala Lumpur dal ministro del Commercio cinese Wang Wentao e dal ministro malese per gli Investimenti, il Commercio e l'Industria Tengku Zafrul Abdul Aziz, alla presenza del premier cinese Li Qiang e del primo ministro malese Anwar Ibrahim: un protocollo che aggiorna alla versione 3.0 l'accordo di libero scambio tra la Cina e i dieci Paesi del blocco ASEAN, siglato per la prima volta nel 2010 e già rivisto una volta nel 2019.


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Cosa prevede l'accordo

L'ACFTA (ASEAN–China Free Trade Area), come viene chiamato in sigla, è già oggi una delle aree di libero scambio più estese al mondo per popolazione coperta: nato nel 2010 tra Pechino e i dieci Paesi ASEAN e ampliato una prima volta nel 2019 su dogane e accesso ai servizi, l'accordo arriva ora a una terza versione che aggiunge nove nuovi ambiti di cooperazione a un impianto già rodato da quindici anni. Economia digitale, economia verde, connettività delle catene di approvvigionamento, standard tecnici e procedure di conformità, misure sanitarie e fitosanitarie, procedure doganali, concorrenza e tutela dei consumatori, sostegno alle piccole e medie imprese, cooperazione economico-tecnica: sono questi i capitoli elencati nel comunicato ufficiale diffuso dal governo cinese dopo la firma, che descrive l'intesa come la prova di un "impegno solenne verso il multilateralismo e il libero scambio" e la presenta come una risposta comune alle "sfide globali" del commercio internazionale. Nella pratica, il capitolo sull'economia digitale punta a snellire il commercio elettronico transfrontaliero e la circolazione dei dati tra le aziende della regione, quello sull'economia verde ad armonizzare standard e certificazioni per le filiere a basse emissioni, mentre quello sulla connettività delle catene di approvvigionamento mira a rendere più fluidi i collegamenti logistici, portuali e ferroviari già sviluppati negli anni attraverso la Belt and Road Initiative. Un aggiornamento per larga parte tecnico, insomma, ma che arriva mentre il commercio tra Cina e blocco ASEAN sono già ai massimi storici: nel primo semestre del 2026 gli scambi sono cresciuti del 18,2% rispetto all'anno precedente, toccando 643,5 miliardi di dollari, secondo i dati diffusi dall'agenzia di stampa cinese Xinhua. Il Sudest asiatico, in altre parole, non aspetta l'ACFTA 3.0 per intensificare i legami commerciali con Pechino: l'accordo arriva semmai a formalizzare, e ad accelerare, una traiettoria già in corso. Il trattato originario aveva già azzerato i dazi doganali su oltre il 90% delle linee tariffarie per i sei membri fondatori del blocco, estendendo gradualmente lo stesso trattamento a Cambogia, Laos, Myanmar e Vietnam negli anni successivi: la versione 3.0 non tocca in modo sostanziale questi livelli di apertura, già tra i più alti al mondo, ma sposta il baricentro dell'accordo dalle tariffe alle regole, quelle che stabiliscono quando un prodotto può dirsi realizzato "nell'ASEAN" piuttosto che in Cina. La questione, è tutt'altro che puramente tecnica.

Cosa c'è dietro all'accelerazione

C'è però una lettura meno istituzionale di questo upgrade, proposta dagli analisti Azeem e Asma Khalid in un articolo sul South China Morning Post. Secondo i due, l'ACFTA 3.0 offre a Pechino uno strumento legale per attenuare l'impatto dei dazi statunitensi sulle merci cinesi, senza tecnicamente eluderli. Il meccanismo si appoggia a una regola già esistente nel Regional Comprehensive Economic Partnership, il più ampio accordo commerciale asiatico, in vigore dal 2022 e che riunisce, oltre alla Cina e ai dieci Paesi ASEAN, anche Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda: la cosiddetta regola del cumulo d'origine, che permette di sommare componenti fabbricati in più Stati membri per determinare la nazionalità doganale di un prodotto finito. In pratica, un'azienda può spostare l'ultima fase di assemblaggio in Vietnam, Thailandia o Malesia mantenendo componenti realizzati in Cina, e ottenere comunque un certificato di origine ASEAN anziché cinese. Il processo, spiegano Khalid e Khalid, è reso più rapido dai certificati elettronici di origine dell'ASEAN Single Window, la piattaforma digitale che i Paesi del blocco usano per scambiarsi documenti doganali senza passaggi cartacei. Non un'elusione, dunque, ma quello che gli autori definiscono un "cuscinetto" costruito attraverso regole commerciali pienamente legittime, e che la versione 3.0 dell'accordo, armonizzando ulteriormente standard e certificazioni tra i tredici Paesi coinvolti, rende solo più agevole da attivare.

La replica di Washington

Che il fenomeno sia reale, e non solo una tesi di analisti, lo confermano i numeri. Nel 2025 le esportazioni cinesi dirette negli Stati Uniti sono scese di quasi un quinto, da 438,7 a 266,3 miliardi di dollari, mentre nello stesso periodo il disavanzo commerciale americano con il Vietnam è salito di oltre 20 miliardi di dollari (da 123,4 a 145,7 miliardi), quello con le Filippine del 38% e quello con la Thailandia del 23%; anche Taiwan, pur non facendo parte dell'ASEAN, ha visto il proprio surplus verso gli Stati Uniti balzare oltre il 50%, trainato in parte dalla domanda di semiconduttori legata al boom dell'intelligenza artificiale. Parte della spiegazione sta nel divario tariffario: il Sudest asiatico paga dazi attorno al 19-20%, contro percentuali molto più alte su alcune categorie di prodotti cinesi. Secondo l'economista Zichun Huang, sentita da Al Jazeera, non tutto si riduce al trasbordo di merci cinesi semplicemente rietichettate: a suo giudizio c'è stata "una riconfigurazione più fondamentale delle catene di approvvigionamento", con l'ASEAN che importa sempre più macchinari e componenti intermedi dalla Cina per poi esportare il prodotto finito. Resta il fatto che l'amministrazione Trump ha già minacciato dazi punitivi fino al 40% sulle merci sospettate di trasbordo, pur ammettendo, nelle parole della stessa fonte, la difficoltà pratica di distinguere caso per caso una legittima riorganizzazione produttiva da un aggiramento tariffario. Un precedente mostra quanto Washington possa essere severa quando decide di averne le prove: sul fotovoltaico, dove le aziende cinesi avevano trasferito impianti in Vietnam, Thailandia, Malesia e Cambogia fino a rappresentare l'84% degli investimenti esteri nella regione dal 2018, gli Stati Uniti hanno risposto nell'aprile 2025 con dazi antidumping e compensativi arrivati fino al 3.400%. Il risultato, documentato da Hannah Pitt, Shweta Movalia e Khushi Jain in uno studio del Rhodium Group, è stato un crollo del 60% degli investimenti cinesi nei quattro Paesi già nel trimestre successivo all'annuncio, e la chiusura o cancellazione di 29 gigawatt di capacità produttiva, circa il 40% del totale che era stato pianificato: gli investitori si sono spostati altrove, verso Laos, Indonesia, Oman, Etiopia e Filippine, in un modello di elusione e inseguimento che sembra destinato a ripetersi ovunque Washington decida di puntare i riflettori.

Il dilemma del Sudest asiatico

Difficoltà che ricadono anche sui singoli governi della regione, stretti tra le due potenze. Ciascun Paese ASEAN sta rispondendo con un proprio "hedging pragmatico" verso Washington e Pechino, ma l'approccio frammentato, preso singolarmente, non basta a bilanciare la pressione delle due potenze. Un segnale del clima arriva dal sondaggio regionale State of Southeast Asia 2026, citato nell'analisi di Prisie Patnayak per l'Observer Research Foundation: per la prima volta la leadership statunitense viene indicata come la principale preoccupazione geopolitica della regione, e una risicata maggioranza degli intervistati dichiara che, se costretta a scegliere tra le due potenze, opterebbe per la Cina.

Lo stesso hedging riguarda anche l'Europa, terza sponda spesso trascurata in questo triangolo. La Thailandia punta a chiudere un accordo di libero scambio con l'Unione europea nel decimo round negoziale, in programma a fine settembre 2026 a Bangkok, dopo che il nono round di Bruxelles, tra il 22 e il 30 giugno, ha portato a conclusione 15 dei 24 capitoli del testo, tra cui concorrenza, sussidi di Stato e risoluzione delle controversie, come ha riferito Nation Thailand. "Qualunque cosa concluderemo, deve essere qualcosa con cui possiamo convivere, non qualcosa che abbiamo firmato di fretta", ha dichiarato la vice premier e ministra del Commercio Suphajee Suthumpun, che nello stesso periodo sta facendo pressione anche su Pechino - chiedendo più componenti locali nelle forniture cinesi in Thailandia, accesso alle piattaforme di e-commerce cinesi per le piccole imprese thailandesi e trasferimenti tecnologici nell'agroalimentare - per riequilibrare il deficit commerciale con Pechino. Bangkok, insomma, non sta scegliendo tra Cina e Unione europea: sta provando a tenere aperti entrambi i tavoli, usando l'uno come leva sull'altro.

Su questo scenario si innesta un paradosso che rovescia la lettura più scontata della guerra commerciale. Gary Clyde Hufbauer, del Peterson Institute for International Economics, sostiene in un'analisi per l'East Asia Forum che gli accordi bilaterali "reciproci" negoziati dai singoli Paesi asiatici con Washington non indeboliscano il muro tariffario di Trump, ma lo rafforzino. Nessuno di essi, ad eccezione della Cina, ha risposto ai dazi con ritorsioni: dopo il picco tariffario di aprile 2025, i dazi statunitensi sulle merci cinesi sono scesi dal 28,8 al 24% tra gennaio e maggio 2026, mentre su Myanmar e Cambogia sono saliti rispettivamente oltre il 26 e il 22%, e sull'Indonesia restano fissati al 12,1%; gli alleati militari di Washington nella regione, come Taiwan e Singapore, pagano invece tra l'1,6 e il 2,8%. Questa frammentazione dei negoziati bilaterali, sostiene Hufbauer, ha finito per normalizzare tariffe del 7-11% che resteranno strutturali almeno fino al 2029. In questo quadro, conclude l'analista, è paradossalmente Pechino a presentarsi come la difensora del multilateralismo commerciale, proprio mentre consolida, un accordo alla volta, la propria presa sulle catene del valore regionali.

Se l'ACFTA 3.0 entrerà in vigore entro l'anno come previsto, il vero banco di prova arriverà con il primo caso di dazi punitivi legati a un trasbordo sospetto dopo la sua attivazione: lì si capirà se Washington sceglierà di trattare l'intero accordo come un problema sistemico, sul modello già sperimentato con il fotovoltaico, oppure se continuerà a muoversi caso per caso, settore per settore. Per ora, come riconoscono sia Huang sia Hufbauer pur da prospettive opposte, la linea tra riorganizzazione industriale legittima e aggiramento dei dazi resta troppo sottile per essere tracciata con certezza, ed è proprio in quello spazio grigio che l'ACFTA 3.0 punta a consolidarsi.

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