SOCIETÀ

Cellule T e immunità pregressa: un’ipotesi ancora da verificare

È possibile reinfettarsi dopo che si è già guariti da un’infezione da Sars-CoV-2? Dalla risposta a questa domanda dipendono molte politiche di sanità pubblica. Per ora sappiamo che gli anticorpi prodotti dal sistema immunitario (le IgG in particolare) sembrano durare all’incirca 3 mesi dopodiché il loro titolo tende a calare.

Qualche giorno fa un team di ricercatori dell’università di Hong Kong ha confermato che un uomo di 33 anni avrebbe contratto una reinfezione da Sars-CoV-2 quattro mesi dopo essersi infettato la prima volta. L’uomo aveva contratto il virus a Hong Kong a marzo, era guarito, e dopo un viaggio in Spagna e Regno Unito, a metà agosto, è risultato nuovamente positivo a un ceppo virale presente in Europa. La reinfezione tuttavia non si è manifestata con sintomi della malattia CoVid-19 e il sistema immunitario del trentatreenne sembra esser riuscito a protegger efficacemente l’organismo.

Anche in Europa sono stati riportati due casi di reinfezione, uno in Olanda e l’altro in Belgio. La prima è una persona anziana con un sistema immunitario più indebolito, la seconda una donna che è risultata positiva a marzo e a giugno, manifestando solo sintomi lievi. Anche negli Stati Uniti sono stati riportati casi simili, ma solo per il paziente di Hong Kong sono stati forniti dati precisi sulle sequenze virali della reinfezione.

La speranza di alcuni ricercatori è che il paziente di Hong Kong sia informativo della dinamica di un’eventuale reinfezione: coloro che sono già stati esposti al virus in passato potrebbero essere protetti, o quanto meno parzialmente protetti, dalla possibilità di sviluppare sintomi gravi, in quanto il loro sistema immunitario sarebbe già allenato a riconoscere il virus, non tanto tramite gli anticorpi (il cui titolo tende a calare), ma grazie alle cellule T capaci di mantenere una memoria immunitaria di più lungo termine.

Monica Gandhi, infettivologa dell’università di San Francisco in California, ha pensato a un’ipotesi ancora più radicale e, forse, più ottimistica, ripresa anche da Giuseppe Remuzzi sulla Lettura del Corriere: alcune persone, e in particolare i positivi asintomatici, potrebbero avere una resistenza al virus perché in passato sono stati esposti a virus simili a Sars-CoV-2, da cui avrebbero conservato una memoria immunitaria che previene lo sviluppo di forme gravi della malattia. Secondo una ricerca pubblicata il 4 agosto su Science lo stesso virus del comune raffreddore potrebbe istruire il sistema immuintario a riconoscere il nuovo coronavirus, ma gli autori dello studio sottolineano che è un’ipotesi al momento solo speculativa.

“L'idea è basata sul fatto che nel sangue di persone raccolto prima della scoperta di Sars-CoV-2 ci sono cellule T in grado di cross-reagire (cioè riconoscere) sia il nuovo coronavirus sia quelli legati ai comuni raffreddori” spiega l’immunologa Antonella Viola. “Certamente può avere senso, tuttavia ancora non sappiamo quale sia il ruolo di questi linfociti T e cioè se sono protettivi o no”.

Secondo i dati riportati dall’Istituto Superiore di Sanità, in Italia nell’ultimo mese più della metà dei nuovi individui che ha contratto il virus è rimasta asintomatica. Negli Stati Uniti, in una serie di prigioni in Arkansas, North Carolina, Ohio e Virginia, di 3277 persone infette il 96% è risultato asintomatico. In un allevamento di pollame sempre in Arkansas di 481 infetti il 95% era asintomatico, mentre in un rifugio per senza tetto di Boston in cui sono risultati positivi al virus 147 individui, gli asintomatici erano l’88%.

Ci sono diverse ragioni per cui un individuo infetto potrebbe non manifestare sintomi e tra queste ci sono le predisposizioni genetiche (alcuni individui possiedono più recettori Ace2 a cui il virus si attacca, altri ne possiedono meno) o la carica virale cui si è stati esposti (che a sua volta dipende da misure di distanziamento e protezione, come le mascherine), come pure l’età e lo stato di salute generale. L’ipotesi di Monica Gandhi sull’immunità pregressa degli asintomatici si basa sulla memoria immunitaria dei linfociti T, mentre i bambini, che sembrano in grado di prevenire lo sviluppo di forme gravi di CoVid-19, potrebbero aver mantenuto una parziale immunità dalle vaccinazioni.

Come riporta il Washington Post, secondo Hans-Gustaf Ljunggren, ricercatore del Karolinska Institute in Svezia, se le cose stessero davvero così sarebbe una notizia davvero buona per le politiche di sanità pubblica. Alcuni si sono addirittura spinti a sostenere che il calo delle infezioni in Svezia, un Paese che non ha adottato misure restrittive per contenere i contagi, sia dovuto proprio all’immunità che era già presente nella popolazione. Ma secondo Anthony Fauci, sebbene queste idee meritino un attento scrutinio, si tratta ancora di "teorie premature".

Infatti il punto nodale è che sulla reale azione delle cellule T “sappiamo ancora poco” specifica Antonella Viola. “Sappiamo che a seconda della gravità della malattia possiamo distinguere delle signature molecolari specifiche, che indicano per esempio propensione all'attivazione o meno. Sappiamo anche che nei pazienti severi i linfociti T in circolo sono molto ridotti, cosa che non accade in quelli meno severi”. Secondo Antonella Viola però il fattore che sembra influire maggiormente sulla capacità di sviluppare sintomi gravi è l’età: “Nei nostri studi abbiamo visto che quello che fa davvero la differenza è l'età dei pazienti: oltre i 60 anni c'è un "deterioramento" della risposta linfocitaria a Covid19”.

L’idea dunque della presenza di un’immunità pregressa nella popolazione potrebbe essere fonte di speranza e ottimismo, ma è un’ipotesi ancora tutta da verificare, perché al momento, come ribadisce Antonella Viola, “non sappiamo ancora nulla circa l'azione (se protettiva o no) e la durata della memoria immunitaria delle cellule T che si generano”.

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