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Coronavirus, Remuzzi: "Più letti in terapia intensiva e più tamponi mirati"

Giuseppe Remuzzi, direttore dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri, autore per La Terza di La salute (non) è in vendita, ha pubblicato i primi di marzo assieme a Andrea Remuzzi, ingegnere dell’università di Bergamo, un intervento sulla rivista medica The Lancet in cui denunciava la gravità della nostra situazione sanitaria.

“In quel lavoro abbiamo paragonato la situazione italiana a quella della provincia di Hubei dove c’era un focolaio a Wuhan, come da noi c’è in Lombardia. L’Italia dispone di circa 5200 letti di terapia intensiva. Nell’analisi pubblicata su The Lancet facevamo la previsione secondo cui entro metà aprile avremmo bisogno di altri 4.000 letti. Adesso stiamo lavorando a una previsione di quello che serve provincia per provincia, per provare a vedere quando si arriverà a saturazione: Bergamo è già arrivata, Brescia è già arrivata, Milano è già quasi arrivata. Speriamo venga pubblicato presto.”

Lei è tra gli scienziati firmatari di una lettera rivolta al presidente del consiglio in cui viene chiesto di eseguire più test diagnostici, più tamponi. In Veneto si è dato il via a questa strategia, detta di sorveglianza attiva. Cosa ne pensa?

Fare un progetto di ricerca come quello che è stato fatto a Vo’ va benissimo, ci dice quanti sono i contagiati, quanti sono i portatori inconsapevoli (asintomatici, ndr), quanti sono negativi al test. Quello però è un progetto di ricerca che si può fare a Vo’, che ha circa 3.000 abitanti, non si può fare su 60 milioni di italiani, perché altrimenti impegniamo tutte le forze di sanità a fare i tamponi e cosa otteniamo? Il tampone poi può risultare negativo oggi e positivo domani e appena finito dovremmo allora ricominciare. Questo porterebbe via risorse e personale e non riusciremmo a curare più nessuno. Fare tamponi a tutti come strategia sanitaria è sbagliato, i progetti di ricerca vanno benissimo. Quello che è stato fatto a Vo’ ci dirà se in Italia c’è quello che sappiamo già esserci stato in Cina. Su Science il 16 marzo è già stato pubblicato un lavoro, sulla base dei dati cinesi, che dice esattamente quello che dirà, molto probabilmente, il lavoro di Vo’. Confermerà quello che sapevamo già, ovvero che la stragrande maggioranza degli individui infetti non è stata identificata, perché per lo più composta da asintomatici o pauci sintomatici.

Allora la strategia dei tamponi da seguire è questa: vanno fatti ai contatti dei contagiati, per evitare che infettino altri; vanno fatti lì dove ci sono più chance di contatti con i contagiati: negli ospedali, alle casse dei supermercati, nei trasporti pubblici, alle forze dell’ordine, a chi ha a che fare direttamente con il pubblico.

Questa strategia in Italia è stata messa in atto sin dall’inizio o si è pensato di metterla in pratica solo in una fase successiva?

No, non è stato fatto sin dall’inizio, si è cominciato a pensare di farlo solo in questi giorni. Speriamo di riuscirci perché non è una cosa facile, però l’Italia si sta attrezzando. Anche l’appello dei ricercatori va in quella direzione. Ci sono riusciti in Corea dove però hanno un’organizzazione completamente diversa.

E perché in Italia non si è riusciti a farlo sin dall’inizio?

Non lo so. Può darsi che queste cose si capiscano strada facendo. Neanche in Cina è stato fatto dall’inizio per la verità. Ripeto, questa è una cosa che ha capito molto bene la Corea, un Paese davvero molto organizzato, con strutture tecnologiche incredibili, un’organizzazione sociale molto diversa dalla nostra, se viene detta una cosa tutti la fanno. Ci sono condizioni molto diverse.

Ci sono evidenze di persone che si sono ammalate in Cina a novembre, tutte persone che erano state a Wuhan. Se si fosse saputo prima saremmo stati più preparati. Le autorità cinesi lo sapevano e non ce l’hanno detto oppure non lo sapevano nemmeno loro perché non se ne erano accorti? Questo io non lo so.

La sanità privata che ruolo sta giocando in questa emergenza?

Secondo me la sanità privata dovrebbe venire in aiuto di quella pubblica là dove quest’ultima è carente, questo a prescindere dalla situazione emergenziale. Poi nella realtà abbiamo una sanità privata che fa i suoi interessi e che per lo più viene finanziata dal sistema pubblico. Che la sanità privata aiuti quella pubblica dove è carente non è mai accaduto purtroppo. Mi sembra però che adesso in questa fase di emergenza un po’ stia succedendo.

La tendenza alla privatizzazione che c’è stata negli ultimi anni si sta facendo sentire sulla capacità di risposta del sistema sanitario nazionale?

Quando si mettono tantissime risorse nella sanità privata si sottraggono alla sanità pubblica. Così siamo arrivati ad avere una sanità privata forte per delle cose molto particolari: protesi dell’anca, fissazione delle vertebre, certa chirurgia cardiaca anche molto sofisticata, attività straordinarie legate anche a malattie rare, su cui nessuno discute. Quando però c’è un’emergenza, dal momento che la salute dei cittadini deve essere la prima preoccupazione del governo, quello che il governo deve fare è erogare abbastanza soldi per garantire, come vuole la Costituzione, la salute dei cittadini. Poi se il pubblico non arriva da qualche parte allora si accredita il privato là dove il pubblico è carente. Il privato non convenzionato invece è libero di fare tutto quello che vuole, se uno paga non c’è nessun problema. Si può attirare coloro i quali vogliono venire a farsi curare in Italia: arabi, russi, da tutto il mondo. Anzi questa sanità privata può essere anche una voce importante del bilancio della nazione: chirurgia dell’obesità per dirne una. Però pagano loro, non paga il servizio sanitario nazionale.

Secondo lei come ne uscirà il servizio sanitario nazionale da questa esperienza pandemica, rafforzato o indebolito?

Rafforzato, assolutamente. Abbiamo fatto fronte a qualcosa di mostruoso, quindi vuol dire che abbiamo una certa forza. Poi a bocce ferme tenteremo di capire perché da noi sono morte più persone, come mai ci sono stati quei focolai. Ma dirlo adesso sarebbe imprudente e si rischierebbe di sbagliare.

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