SOCIETÀ

Cosa c’è oltre il PIL

Crollo dell’8% del PIL, no del 10%, forse del 15% oppure del 6%. O giù di lì. Una crisi mai vista, uno scenario post-bellico. Ma anche, forse, una nuova opportunità. Nei giorni scorsi i titoli dei giornali, e ancora prima quelli dei comunicati dei governi e delle istituzioni di tutto il mondo, si sono riempiti di previsioni tra le più funeste. E senz’altro, a essere anche cauti, la situazione in cui ci stiamo muovendo è di grande incertezza. Un territorio inesplorato. Nel documento di economia e finanza, il DEF, pubblicato il 24 aprile scorso dal Ministero dell’Economia italiano si cita esplicitamente che per il nostro paese «la marcata revisione dello scenario macroeconomico in confronto a quello che si andava delineando porta la previsione del PIL per l’anno in corso ad una contrazione pari a 8,0 punti percentuali, con un indebitamento netto delle Amministrazioni pubbliche al 10,4% del PIL. Per il 2021, il DEF prevede un rimbalzo consistente dell’economia italiana con il PIL in crescita del 4,7%.»

Le stime differiscono da istituzione a istituzione (per esempio le stime di Bankitalia sono leggermente diverse, come quelle della Commissione Europea, che per il nostro paese prevede un calo del PIL nel 2020 del 9,5% e una potenziale ripresa l’anno successivo, a seconda ovviamente degli andamenti e degli investimenti, fino al 6,5%) anche perché riferite a scenari diversi, che dipendono sia dall’allentamento o da nuovi irrigidimenti delle misure di lockdown nei prossimi mesi, sia dalla ripresa di alcuni settori economici, dal turismo alla produzione industriale. E i numeri fluttuano. Ma un punto fisso rimane: il PIL, indicatore preso sempre e comunque come faro, guida, riferimento alla base di ogni ragionamento sullo stato dell’economia. Solitamente espresso come valore complessivo a prezzi correnti oppure come tasso di crescita, è il numero cui tutti guardano per orientare le scelte politiche e commerciali.

Negli ultimi anni però, sia a seguito della globalizzazione economica che ha visto affacciarsi sul fronte dei paesi emergenti e ricchi non sempre i soliti vecchi protagonisti ma nuove potenze, caratterizzate da sistemi economici e politici diversi da quelli dei paesi occidentali, sia grazie all’emergere di nuovi filoni di pensiero che propongono definizioni più articolate e complesse del concetto di sviluppo, possiamo guardare a metodi diversi per misurare la ricchezza. Modi, indicatori, indici e sistemi che forse potrebbero, in un momento così particolare e complicato come quello che stiamo vivendo, indicare strade inedite. Che guardino anche a nuove opportunità, appunto.

Il numero più potente del mondo

«Il PIL è la più importante misura statistica della storia umana»: così esordisce Philipp Lepenies nel suo libro The power of a single number: a political history of the GDP, pubblicato nel 2016, un saggio davvero raccomandabile per capire dove, come e soprattutto quando è nato questo indicatore cui tutti oggi ci riferiamo quasi fosse inciso su una delle tavole di pietra di tradizione biblica. E invece, per essere così unanimemente potente, il PIL è giovane, nemmeno centenario.

Il PIL è la più importante misura statistica della storia umana Philipp Lepenies

Il Prodotto Interno Lordo è il valore aggiunto prodotto dall’economia di un paese in un certo periodo temporale, ossia il risultato finale di tutte le attività produttive, sia in termini di beni che di servizi, che hanno un valore sul mercato. In altre parole, rimangono escluse dal PIL tutte le attività e prestazioni svolte a titolo gratuito, come ad esempio il lavoro domestico. Il calcolo del PIL viene fatto considerando il valore totale della produzione, della spesa oppure il valore totale del reddito generato, in altri termini il PIL rappresenta la somma totale di reddito disponibile per le persone che vivono in un certo paese. Chiaramente, non c’è una relazione diretta e immediata tra il reddito nazionale e i redditi individuali, perché poi intervengono politiche fiscali e diversi tipi di ammortizzatori o, al contrario, di meccanismi di austerità che possono influire sul reddito effettivo percepito dalle persone. Ma il punto fondamentale è che il PIL serve, soprattutto, come riferimento per stimare la crescita economica di un paese, per l’appunto espressa in termini di percentuale del PIL o per valore totale della produzione ai prezzi commerciali. Viene poi utilizzato anche per fare confronti su specifici ambiti: quanto investiamo in istruzione o in sanità, rispetto al PIL, in confronto ad altri paesi?

Perché è così unanimemente utilizzato? Perché è molto efficace per descrivere l’andamento dei sistemi economici e permette di operare confronti tra paesi, grazie ai sistemi sostanzialmente comparabili di calcolo del PIL, come lo European System of Accounts all’interno dell’Unione Europea o il System of National Accounts delle Nazioni Unite. Un indicatore, dunque, che permette di avere uno sguardo aggiornato costantemente sulla contabilità di tutta l’economia mondiale.

Figlio di guerra

Il PIL non è nato in tempo di pace ma in tempo di guerra. In realtà l’idea e il tentativo di mettere a punto un sistema di misurazione della ricchezza nazionale non era nuovo e diversi economisti ci si erano cimentati a partire da metà ‘700. Ma ancora negli anni ‘30 del ‘900 la discussione sull’opportunità, la necessità e l’utilità di attuare questi sistemi teneva banco in diversi paesi, in particolare in Inghilterra dove John Maynard Keynes, per esempio, riteneva nella sua General Theory pubblicata nel 1936 che l’idea di fare questo tipo di calcoli, promossa invece con forza da altri tra cui spicca il nome di un non accademico come Colin Clark, soddisfacesse sostanzialmente solo una sorta di curiosità intellettuale e storica.

Ma nel corso della II guerra mondiale le cose cambiano drasticamente, e lo stesso Keynes si trova ad argomentare in favore della necessità di dotarsi di un sistema di misurazione della ricchezza che permetta da un lato di capire quanto si possa spendere per sostenere lo sforzo bellico e quanto rimanga poi a disposizione per lo sviluppo e l’economia della nazione. E così nell’Inghilterra impegnata in guerra sia Keynes che altri economisti, come James Meade e Richard Stone, si mettono all’opera per calcolare la ricchezza nazionale attraverso metodi statistici di stima del reddito, della spesa e degli investimenti complessivi, dando vita per la prima volta a un vero e proprio sistema di contabilità nazionale, il System of National Accounts. Per questo lavoro, Richard Stone riceverà il premio Nobel per l’economia nel 1984.

In linea con il pensiero keynesiano, infatti, il sistema consentiva di effettuare scelte politiche di investimenti da parte dello Stato con effetti concreti e misurabili sulla crescita del reddito nazionale. Non c’era però ancora un unico elemento, un unico indicatore che riassumesse in sé tutta la logica del sistema. Bisogna attraversare l’Oceano atlantico e arrivare a Washington perché le cose cambino drasticamente.

Uno dei protagonisti di questa vicenda è l’economista russo Simon Kuznets, sbarcato negli Stati Uniti poco dopo la rivoluzione bolscevica, con in tasca studi di economia all’Università di Kharkiv, in Ucraina, e una esperienza come capo del Dipartimento di statistica del lavoro. Arrivato in America, Kuznets studia alla Columbia University di New York dedicandosi alla statistica empirica, un campo di ricerca che in quel periodo è in piena crescita, ampiamente sostenuto anche da innumerevoli fondazioni private. Nel 1920 viene fondato il National Bureau of Economic Research e nel 1923 il Social Science Research Council.

Negli anni successivi alla Grande depressione del 1929, il Congresso americano si rende conto di non avere strumenti di contabilità nazionale affidabili. Dopo vari passaggi e tentativi, la responsabilità di fornire una misura del reddito nazionale e quindi di dare una indicazione su come tenere la contabilità arriva a Kuznets, che lavora sui dati del 1929-31. Kuznets mette a punto sistemi sintetici di calcolo del reddito, che preferisce come stima della ricchezza rispetto al valore complessivo della produzione.

Nel suo sistema, Kuznets si focalizza soprattutto sul reddito a disposizione dei cittadini, e cioè sul reddito spendibile e sui risparmi. Da subito però propone una serie di elementi che dovrebbero, a suo parere, essere tenuti in considerazione per evitare di trarre conclusioni semplicistiche e drastiche. Nel fare il calcolo del reddito nazionale, ad esempio, Kuznets sa di dover sacrificare tutti quegli elementi che non si possono quantificare, come il lavoro gratuito, che pure produce dei benefici sia per gli individui che per la società. Così come non si possono quantificare aspetti soggettivi, come la soddisfazione associata a un certo reddito.

Kuznets anticipa anche una serie di ragionamenti che svilupperà poi nella seconda parte della sua carriera, sull’importanza di tenere in considerazione anche la distribuzione del reddito, e quindi gli aspetti di disuguaglianza, assai più difficili da valutare e senz’altro non riassumibili in un unico indicatore. «Indicatori come questi sembrano molto utili» scrive Kuznets, «sembrano infatti misurare in unità comparabili qualcosa di definito e significativo. Andando più a fondo, però, si vede che il carattere univoco e chiaro di queste stime è ingannevole.» Non si ferma qui, Kuznets, ma arriva a mettere in chiaro che applicare un unico sistema di calcolo del reddito nazionale in paesi con sistemi economici e strutture sociali diverse è azzardato, perché i confronti non terrebbero conto di tali differenze. E quindi, in conclusione, esclude in modo categorico la possibilità di adottare un sistema universale di calcolo del reddito nazionale che vada bene per tutti.

Nonostante queste riserve, comunque, Kuznets completa il lavoro assegnato e propone un sistema di calcolo che considera il reddito nazionale complessivo prodotto, e cioè inclusivo di quello disponibile per i consumi e per gli investimenti. Nel suo sistema dunque non ci sono né il volume di produzione né gli investimenti pubblici. Al di là delle riserve e delle cautele addotte, l’utilità dei calcoli proposti da Kuznets diventa però immediatamente visibile: negli anni subito dopo la Grande depressione, infatti, si riesce a evidenziare che le aziende stanno erodendo i risparmi, e che quindi c’è bisogno di maggiori investimenti per far ripartire la crescita e sostenere la ricchezza prodotta. Lo stesso Franklin Delano Roosevelt, in campagna elettorale per la seconda rielezione nel 1936, può dimostrare dati alla mano che le sue politiche economiche, il ben noto New Deal, stanno funzionando. Ed è proprio Roosevelt, ormai al suo terzo mandato a chiamare Simon Kuznets a far parte del War Production Board nel 1942.

Nel frattempo, però, dato che siamo in piena Seconda Guerra mondiale, il Congresso ha un certo interesse a ragionare proprio sul peso degli investimenti bellici sul reddito complessivo e comincia a sentire i limiti del modello proposto da Kuznets. Si fa così strada una serie di proposte che tornano a ispirarsi al sistema britannico attualizzandolo in chiave americana. Uno degli studenti di Kuznets, Milton Gilbert, e altri economisti in aperta critica al collega russo, spingono, con successo, l’adozione di un sistema che si focalizza di più sulla stima della produzione complessiva e che tiene conto anche del peso degli investimenti pubblici in un settore o un altro. Nel corso della guerra negli Stati Uniti quasi la metà del prodotto nazionale lordo era associato alla spesa bellica: l’industria degli armamenti era in piena attività, un Americano su cinque lavorava per il settore militare e ragionare sulla produzione era dunque più proficuo dal punto di vista politico. E così, nel suo discorso al Congresso americano nel gennaio 1945, il presidente Roosevelt utilizza per la prima volta il concetto di prodotto interno lordo. Un indicatore che diventa poi il riferimento anche per indirizzare l’economia post bellica. E che, nonostante le resistenze e il tentativo di Kuznets di evidenziarne tutti i limiti, finisce con il diventare il parametro, il numero, il sistema attraverso cui misurare, da quel momento in poi, la tenuta delle economie, le prospettive di sviluppo, le scelte politiche.

«Il PIL ha alle spalle una storia, che lo ha visto affermarsi come indicatore», spiega Conchita D’Ambrosio, professoressa di Economia dell'Università del Lussemburgo. «Ha dei problemi, ma è un indicatore che descrive quello che deve descrivere». Basta? «No, perché soprattutto la qualità della vita e il benessere sono multidimensionali. Vengono in mente le frasi famose, come quella di Robert Kennedy, che disse che il PIL misura tutto, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta».

Il PIL e il suo tasso di crescita sono tanto più importanti quanto ci concentriamo a guardare solo questi dati. «Ci sono, per esempio, degli aspetti del PIL di alcune economie che hanno tassi di crescita elevatissimi che noi non apprezziamo, perché ci sono altri aspetti che invece riteniamo importanti» continua D'Ambrosio, «Per cui, per esempio, possiamo decidere di non comportarci come la Cina solo per avere il suo tasso di crescita».

Il PIL misura tutto, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta Robert Kennedy

Entrano in gioco altre variabili: lo Human development index

Arriviamo agli anni ‘90 prima di vedere utilizzato, su scala mondiale, un modo di confrontare le economie che includa qualche parametro non strettamente declinato solo su produzione, spesa, reddito. Nel 1990, lo UNDP, il programma di sviluppo delle Nazioni Unite, propone nel suo rapporto annuale l’utilizzo di un nuovo indicatore, l’indice di sviluppo umano (ISU) all’interno del proprio Human Development Report (HDR). L’ISU arriva non a caso grazie al lavoro fatto a partire dagli anni ‘70 e ‘80 da economisti come l’indiano Amartya Sen e il pakistano Mahbub ul Haq, che portano sul tavolo della ricerca economica i temi dello sviluppo, della povertà, della ridistribuzione della ricchezza, delle conseguenze della disuguaglianza. Come già previsto da Kuznets, infatti, il PIL, una volta globalizzata la sua attuazione ha mostrato anche tutti i propri limiti e mal si adatta a funzionare da unico proxy dello sviluppo.

I tre pilastri portanti dell’ISU sono tre diverse dimensioni dello sviluppo: reddito, educazione e salute. L’ISU punta comunque a tradurre queste grandezze in dimensioni numeriche per poter operare confronti tra i diversi paesi. E così utilizza il reddito pro-capite, gli anni di scolarizzazione e l’aspettativa di vita alla nascita per calcolare tre indici specifici (indice di aspettativa di vita, indice di scolarizzazione e indice di reddito) che combinati secondo una media geometrica forniscono un ISU che va da 0 a 1. Negli anni, poi, lo HDR ha incluso altre dimensioni, ad esempio misurando la disuguaglianza di reddito o la parità di genere.

A seguito dello sviluppo della Pandemia di Covid-19, lo HDR ha reso pubblica una nuova piattaforma, Covid-19 and human development, che permette di confrontare i diversi paesi e le regioni del mondo in termini di preparedness. Sulla piattaforma è possibile operare confronti tra i dati sanitari (strutture ospedaliere, numero di medici e infermieri e posti letto), quelli relativi alla connettività digitale, all’ISU e alla vulnerabilità economica. In questo modo è possibile stimare la capacità di resilienza e di recupero di un paese rispetto a un altro.

Scegli tu come definire il tuo indice di vita migliore - il Better life index

Facendo un ulteriore passo avanti, nel 2011 l’Organizzazione per la cooperazione e la sicurezza economica ha pubblicato per la prima volta un indice composito che include molte diverse dimensioni dello sviluppo e del benessere, il Better Life Index (BLI) disponibile per tutti i 34 paesi OCSE.

Disegnato e visualizzato in modo interattivo, grazie al lavoro del designer tedesco Moritz Stefaner, il BLI prende in considerazione 11 diverse dimensioni del benessere, ciascuna delle quali a sua volta viene calcolata a partire dalla media di tre o quattro indicatori diversi. Ogni paese è rappresentato come un fiore, i cui 11 petali variano di dimensione a seconda di come variano i dati.

«Il Better Life Index, oltre a essere presentato già dall’OCSE in modo molto accattivante e comprensibile», commenta Conchita D’Ambrosio, «mette d’accordo praticamente tutti gli economisti: le dimensioni scelte sono quelle sensate per confrontare vari paesi. È chiaro che poi nelle proprie scelte ogni paese può decidere di dare risalto a determinati aspetti specifici, ma in termini di possibilità di confronto credo che l’indice dell’OCSE sia costruito molto bene».

Gli 11 criteri sono associati al benessere materiale (abitazione, reddito, lavoro) e alla qualità della vita (relazioni sociali, istruzione, ambiente, governance, salute, soddisfazione personale, sicurezza, rapporto tra vita privata e lavoro). Per ciascuna di queste dimensioni, i dati sono calcolati a partire da quelli ufficiali OCSE o di altre organizzazioni internazionali o di istituti di ricerche sociali ben noti e riconosciuti, e sono il risultato di dati numerici veri e propri ma anche di stime di percezione (per esempio sulla qualità delle relazioni sociali o la soddisfazione personale). È quindi importante considerare che molte di queste valutazioni sono soggettive e dipendono da fattori culturali e sociali oltre che economici.

La novità però sta nell’obiettivo. Scopo del BLI non è infatti operare una graduatoria fissa, tanto meno su base temporale, tra paesi. L’OCSE utilizza questo strumento come una sorta di sondaggio permanente tra i vari utenti, che naturalmente possono essere singoli cittadini ma anche istituzioni e stakeholder locali di vario tipo. Ciascuno infatti può comporre il proprio indice, pesando in modo diverso le varie dimensioni e quindi andando a operare confronti in base ai parametri cui dà maggiore importanza. Atterrando sulla piattaforma si vede una sorta di tastiera virtuale dove l’utente compone il proprio indice dando un peso relativo a ciascuno degli undici criteri. Si può decidere di salvare il proprio indicatore e quindi entrare a far parte della coorte di soggetti che, in tutto il mondo, condividono la propria scelta. Non è un giochino stile social network ma una sorta di esperimento collettivo: i dati forniti da ciascun utente riguardo al proprio indicatore vengono monitorati e servono per rilevare il peso delle diverse dimensioni a seconda di chi utilizza lo strumento, per capire se ci sono degli elementi costanti o meno, se alcune scelte rappresentano variabili culturali, ambientali, sociali e così via. Per alcuni paesi esiste anche la possibilità di andare più a fondo a livello locale, ad esempio per l’Italia esiste anche una piattaforma per regioni.

L’OCSE sostanzialmente ha messo a punto uno strumento adattivo che permette di valutare, assieme ai propri utenti, quale peso viene dato dai cittadini alle diverse misurazioni del benessere e, anche in base a questo feedback continuo, l’indice verrà aggiornato nel tempo prendendo in considerazione anche altri fattori. Una specie di consultazione permanente, dunque.

Il BES italiano - benessere equo e sostenibile

Pubblicato per la prima volta nel 2013, il BES o indice di benessere equo e sostenibile, è un’avventura tutta italiana. Nato in realtà già nel 2010, con l’ambizione di portare l’Italia a piè pari nella valutazione delle politiche di sviluppo tramite indici più completi e complessi rispetto al solo PIL, il BES nasce da una collaborazione tra Istat, guidata allora da Enrico Giovannini sin dal 2009, e CNEL, il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro. Si compone di 12 indicatori che tengono conto non solo delle dimensioni strettamente economiche dello sviluppo ma anche della sostenibilità ambientale, benessere e qualità della vita.

«Un aspetto interessante di alcuni indici sviluppati a livello nazionale», mette in evidenza Conchita D’Ambrosio, «è che sono in parte costruiti con un approccio partecipativo, coinvolgendo direttamente i cittadini per dire quello che è importante per loro. È il caso sia del BES, ma anche dell’indice sviluppato dall’Istituto Nazionale di Statistica del Lussemburgo».

Particolarmente importante, infatti, non è solo la composizione dell’indice ma anche il processo che ha portato alla sua costruzione, un processo partecipativo che ha visto il coinvolgimento di associazioni di categoria, sindacati, associazioni e rappresentanti del terzo settore e oltre 80 diversi esperti tramite consultazioni online, blog, incontri territoriali. Facendo tesoro delle indicazioni raccolte e anche dei risultati di diversi progetti di ricerca internazionali, si è arrivati a una definizione condivisa e all’identificazione di 12 domini detti anche «dimensioni del benessere» che sono definiti attraverso l’uso di ben 130 indicatori diversi.

 Dal 2013, annualmente, Istat pubblica un rapporto BES che consente di vedere qual è l’andamento del nostro paese in relazione agli indicatori presi in considerazione. Ma al di là della misurazione e quindi del monitoraggio del benessere, il BES si propone come uno strumento operativo. Per questo i dati sono disponibili non solo in forma tabellare o di rapporto ma anche sotto forma di dashboard interattiva, che consente a tutti gli utenti di effettuare i confronti selezionando le regioni italiane e i diversi indicatori a piacere.

Da un certo punto di vista, il BES vuole spingere i cittadini e i vari attori della società civile a richiedere politiche che siano capaci di prendere in considerazione queste dimensioni. E dall’altro vuole proporsi come benchmark, come punto di riferimento per le politiche e le leggi in via di approvazione, che dovrebbero dimostrare quale è il loro impatto anche sul benessere, sull’equità e sulla sostenibilità.

Un passo giusto in questa direzione è stato quello di inserire, a partire dal 2016 e grazie alla legge di Bilancio 163/2016, il BES nel bilancio dello stato italiano. Lo troviamo dunque citato, non con tutti i 12 indicatori ma con un sottogruppo di quattro, nel documento di programmazione economica del 2017, 2018 e del 2019. Data l’eccezionalità della situazione in cui il DEF è stato invece approvato nel 2020, in piena pandemia, non c’è menzione del BES in questo documento che però, come specificato dal ministro Gualtieri, è stato prodotto in un formato ridotto rispetto al solito.

Chissà però che il BES non possa, invece, nei prossimi mesi costituire una guida migliore alle politiche di ripresa e sviluppo. Dati diversi raccontano storie diverse, ha spiegato in più occasioni pubbliche anche di recente Enrico Giovannini, e spesso sono dati di cui non facciamo uso ma che potrebbero invece essere molto utili a leggere e raccontare la realtà in modi molto più complessi e sfaccettati. In altre parole, è necessario resistere alla tentazione di semplificare oltre misura, utilizzando un unico parametro, come nel caso del PIL, per prendere tutte le decisioni.

Si tratta di ragionare in termini di sviluppo utilizzando un approccio più aperto, come è quello proposto dall’Europa con il nuovo Green New Deal recentemente approvato, che non si focalizza esclusivamente sulla produzione e la crescita. Data l’eccezionalità del momento, dunque, vale forse la pena provare ad applicare uno sguardo e delle misure più complesse proprio per delineare un futuro meno scontato e darci la possibilità di uno sviluppo futuro che vada oltre il paradigma unico della produzione come misura della ricchezza. 

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