SCIENZA E RICERCA

Covid-19: crescita tamponi e test rapidi, l'intervista ad Andrea Crisanti

Da venerdì 18 settembre nuovo lockdown in Israele, per almeno tre settimane. Ad annunciarlo nei giorni scorsi il premier Benjamin Netanyahu, al termine di una lunga riunione di governo. Israele è il primo Paese a reintrodurre una misura di questo tipo: il settore pubblico avrà le stesse limitazioni di marzo e aprile, le scuole saranno chiuse e i cittadini dovranno rimanere entro 500 metri dalle loro case. La decisione arriva dopo il sensibile aumento di nuovi contagi della scorsa settimana. Secondo fonti Ansa, tra il 14 e il 15 settembre i nuovi casi sono stati quasi 5.000. Il 14 settembre sono stati effettuati oltre 47.000 tamponi che hanno rivelato un tasso di infezione pari a poco più del 10%. Ad oggi i decessi da inizio pandemia sono arrivati a 1.165. “Con la riapertura delle scuole e la stagione fredda sicuramente il virus avrà più opportunità di trasmettersi – sottolinea Andrea Crisanti, direttore del dipartimento di Medicina molecolare dell’università di Padova –. Israele ha dichiarato un secondo lockdown, che avviene a quattro settimane dalla riapertura delle scuole. Non si tratta di un Paese sottosviluppato o del terzo mondo, è un Paese che possiede una sanità pubblica di prim’ordine, utilizza tecnologie avanzate e ha una organizzazione molto efficiente. Per questo ciò che sta accadendo in Israele ci deve far riflettere”.

Proprio a fronte della riapertura delle scuole, della ripresa delle attività produttive e dell’arrivo della stagione fredda, in queste ultime settimane in Italia si sta ampiamente discutendo su quali possano essere le strategie da adottare per prevenire una possibile crescita dei contagi. La linea rimane la stessa: rilevare, testare, isolare, trattare ogni caso di persona con infezione da Sars-CoV-2, tracciando ogni contatto. Ma nell’ambito di questo processo, si sta valutando la possibilità di aumentare significativamente il numero di tamponi con un piano ad hoc. La quantità di tamponi eseguiti quotidianamente in Italia è già gradualmente cresciuta nel corso di questi ultimi mesi: dai circa 35.000 test di inizio aprile, sono state raggiunte punte di oltre 100.000 all’inizio di settembre. Oltre che sui tamponi classici, si sta ragionando anche sull’impiego dei cosiddetti test rapidi.

Guarda l'intervista completa ad Andrea Crisanti. Servizio di Monica Panetto, montaggio di Barbara Paknazar

Molti governi, osserva su Nature Shobita Parthasarathy, docente di politiche pubbliche e direttrice del Science, Technology and Public Policy Program all’università del Michigan ad Ann Arbor, ripongono le loro speranze sui test diagnostici. Il governo britannico ha annunciato di voler raggiungere i 500.000 test al giorno entro la fine di ottobre, più del doppio dunque del numero attuale; in India invece si punta al milione. Il National Institutes of Health degli Stati Uniti ha lanciato la Rapid Acceleration of Diagnostics, un’iniziativa che prevede un finanziamento di 1,5 miliardi di dollari per accelerare lo sviluppo, la commercializzazione e l’implementazione di tecnologie per i test Covid-19: “sono necessari test accurati, veloci, facili da usare e ampiamente accessibili prima che la nazione possa tornare in sicurezza alla vita normale”, si legge nella presentazione del progetto. Shobita Parthasarathy nel suo contributo non si esime, tuttavia, dal sottolineare che questo processo di miglioramento delle strategie diagnostiche deve tener conto anche delle differenze socio-economiche che possono influire sull’accesso ai servizi e sull’adozione delle misure di prevenzione e contenimento dell’infezione da Sars-CoV-2. Argomento di cui si è occupato qualche tempo fa anche Il Bo Live, con un servizio di Antonio Massariolo. 

In questo contesto, dunque, si colloca anche l’Italia. Nel nostro Paese, come si è detto, si sta valutando un piano per aumentare il numero di tamponi giornalieri, partendo da una proposta inviata al governo da Andrea Crisanti. Il progetto presentato dal microbiologo prevede di quadruplicare la quantità di test molecolari che oggi si è in grado di eseguire giornalmente, salendo dai 75-90.000 che vengono attualmente processati a 300.000. E ciò attraverso la creazione di nuovi laboratori e unità mobili per raggiungere i focolai sul territorio.

“Il grande problema nel contrastare la diffusione del virus è la elevata frequenza di soggetti asintomatici che possono inconsapevolmente trasmettere l’infezione – scriveva alcuni giorni fa Crisanti sul Corriere della Sera –. L’identificazione degli asintomatici è proprio la sfida che abbiamo davanti per evitare che i casi aumentino vertiginosamente fino al punto di rottura. […] In questo momento le regioni tutte assieme possono al massimo raggiungere la capacità di effettuare circa 90 mila tamponi, picco che viene raggiunto occasionalmente e che non è sufficiente a far fronte alla domanda di test che ci sarà”.

Il Bo Live ha approfondito l'argomento con lo stesso Crisanti: “La mia proposta è di aumentare la capacità di fare tamponi attraverso la creazione di nuovi laboratori, con tecnologie più flessibili che sono indipendenti dall’approvvigionamento di reagenti e da vari fornitori. Questo avrebbe il vantaggio di diminuire i costi, di incrementare la flessibilità, di aumentare la capacità e allo stesso tempo di rispondere alle aumentate esigenze: siamo in una fase che precede la ripresa di tutte le attività produttive e anche le scuole stanno ricominciando. Sebbene la maggior parte di noi userà tutte le precauzioni, dalle mascherine, al lavaggio delle mani, al distanziamento sociale, è impensabile che 50 milioni di persone non commettano nessun errore in tutto questo processo e questo darà sicuramente una possibilità al virus per diffondersi”. Per tale ragione, secondo il docente, aumenterà la necessità di tracciamento e di identificazione di persone che potrebbero essere state contagiate, e a questo bisogno si potrà far fronte soltanto incrementando la capacità di eseguire tamponi, dato che quelli che attualmente vengono processati sono appena sufficienti.

Con la riapertura delle scuole e la ripartenza delle attività produttive, si assisterà a un aumento delle interazioni tra individui e il virus, sottolinea Crisanti, utilizza proprio queste interazioni per trasmettersi. “È stato calcolato che ogni bambino che a scuola si ammala genera la necessità di effettuare almeno un centinaio di tamponi: al bambino stesso, alla classe, ai docenti, a tutto il personale non docente che eventualmente è venuto in contatto, e ai genitori. A ciò si aggiunga che si sta per avvicinare la stagione dell’influenza, in Italia si ammalano nove milioni di persone di influenza, e sei milioni di questi sono ragazzi dai 4 ai 16 anni. Tutto ciò dà l’idea delle risorse che saranno necessarie per affrontare questa situazione”.

Per il piano nazionale Crisanti propone l’adozione di strumentazione tecnologicamente avanzata che consenta di risparmiare sui tempi e sui costi, processando i test in volumi molto piccoli (con un risparmio di reagenti e di campioni importante). Si tratta di macchinari già in uso a Padova, dove si possiede “un sistema cosiddetto ‘aperto’, che rende i costi dei reagenti praticamente irrisori”. Dai 10-15 euro di norma necessari, infatti, si scende a due euro e mezzo a reagente per tampone. In questo modo, è assicurata anche l’indipendenza dall’approvvigionamento da terzi.

In queste settimane anche i test rapidi sono oggetto di ampio dibattito. Con un’attenzione particolare rivolta al test salivare antigenico, che un gruppo di studiosi italiani ha definito come “l’ultimo, definitivo passo per la diagnostica rapida del Sars-CoV-2”: è “a basso costo e sufficientemente sensibile e specifico da poter essere ripetuto periodicamente, col minimo disagio per l’individuo e senza richiedere personale specializzato. I test per l’identificazione delle proteine sulla saliva hanno dimostrato una buona sensibilità che è però inferiore a quella dei classici tamponi ‘molecolari’”.

L’impiego di test rapidi è iniziato negli aeroporti e se ne sta valutando l’utilizzo anche nella scuola, sebbene in questo caso le posizioni non siano univoche. Se infatti i ministri della Salute e dell’Istruzione vedono con favore l’ipotesi di sottoporre docenti, personale e studenti a uno screening molto più veloce, Sergio Iavicoli, direttore del dipartimento di medicina, epidemiologia e igiene del lavoro e ambientale dell’Inail e membro del Comitato tecnico scientifico ha dichiarato ad HuffPost che “il tampone rimane il test di riferimento per la valutazione e la gestione dei casi sintomatici e sospetti di contagio da coronavirus e in tal senso i test rapidi non sono ad oggi un’alternativa”.  

Sulla stessa linea anche Andrea Crisanti: “I test cosiddetti rapidi, salivari o tamponi rapidi, hanno una bassa sensibilità. Utilizzare per screening un test a bassa sensibilità comporta un costo epidemiologico, perché si perde un numero (che ancora non si è in grado di definire) di persone positive, che hanno una bassa carica virale”. Qualcuno potrebbe obiettare che, in questo caso, hanno poca rilevanza. Ma in realtà non è così. “La carica virale all’inizio, quando si viene contagiati – spiega Crisanti –, è bassa, poi via via aumenta fino a raggiungere il picco intorno ai cinque, sei giorni e poi diminuisce. Ciò significa che all’inizio del contagio c’è una finestra di tre, quattro giorni nei quali questi test sono totalmente inaffidabili nell’identificare una persona contagiata. Teoricamente dovrebbero essere ripetuti due volte nello stesso individuo: se il primo test è stato eseguito nella finestra temporale che coincide con il principio dell’infezione infatti, c’è la probabilità che ripetendolo, dopo due giorni, intercetti il picco della produzione virale. Si tratta di aspetti che vanno studiati”. E conclude il docente: “Il test rapido non è intercambiabile con il test molecolare, né per la diagnosi, né per la sorveglianza attiva, così com’è. Una somministrazione sola di test rapidi non ha quest’effetto”.

 

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