SCIENZA E RICERCA

Covid-19 e la nostra psiche: durante e dopo l'emergenza

In questa situazione straordinaria dettata dall'emergenza Covid-19 e dalle misure di contenimento, molte persone si trovano a vivere da sole, lontane dalle famiglie di origine o dalla cerchia di amicizie, oppure troppo vicine, tutti insieme (come non era forse mai successo), e questo può costituire un fattore di malessere importante, spesso ingigantito dalle notizie preoccupanti che arrivano dai media e dal mutare delle informazioni, delle prospettive, delle possibili soluzioni indicate dagli organi di governo. Inoltre, la chiusura dei contesti scolastici, assistenziali di base, commerciali e lavorativi può generare momenti di stress, nella preoccupazione per il futuro e nelle difficoltà di gestione del presente, anche in termini di progettualità economiche e sociali. Le condizioni emergenti attualmente possono essere sensazioni di smarrimento, ansia, stress, tristezza, solitudine; difficoltà nella gestione dei figli a casa, con gli obiettivi scolastici e di apprendimento affidati ai genitori; difficoltà nella gestione delle giornate di convivenza in coppia; difficoltà nella cura delle persone anziane o fragili o affette da disabilità cognitive, neurologiche o fisiche, in un momento in cui i servizi di base sono rallentati e/o sospesi; difficoltà emotive derivanti dal proprio ruolo lavorativo, soprattutto se implicato nella gestione dell’emergenza sanitaria o sociale riguardante Covid-19; preoccupazioni legate all’interruzione e/o alla sospensione della propria attività lavorativa, riguardanti il presente e il futuro … E molto altro.

In altre parole, ognuno è esposto a condizioni aliene rispetto alla propria visione esistenziale e questo risulta un ulteriore fattore di disagio e/o malessere a livello psicologico, così come molta letteratura scientifica sul tema sta ormai dimostrando da anni: esiste un pericolo sanitario, ma esistono anche pericoli psicologici derivati dall’emergenza sanitaria stessa, nonché dalle misure adottate per contenerla o rallentarla. Non possiamo ignorare questi aspetti.

Nello specifico, a cosa è esposto ognuno di noi in questo momento?

Un primo elemento riguarda il senso di imprevedibilità di un contesto che non risponde più alle aspettative che ogni individuo ha costruito, nel corso del tempo, su certezze interne ed esterne alle quali affidarsi per pensare se stesso, le proprie relazioni, il proprio ruolo nell’attuale e nel futuro. Di fronte ad un contesto imprevedibile, ognuno può sentire che le proprie competenze non sono efficaci, utili, adeguate. Questa condizione può condurre ad una sorta di fallimento delle risorse dell’individuo che, nel tentativo di far fronte all’imprevedibilità eccessiva, può rischiare di non riuscire a utilizzare al meglio le competenze che sa di avere, con conseguente calo dell’autostima, del senso di efficacia e con l’emergere di emozioni negative rivolte verso di sé e verso l’altro.

Un secondo punto concerne le sensazione di rischio per il proprio e l’altrui benessere/sopravvivenza fisica (poi psichica): è una condizione tipica delle pandemie, che può generare percezione di pericolo, rabbia, impotenza, ma anche sensi di colpa nei confronti delle persone della propria cerchia relazionale, soprattutto se l’individuo può divenire un rischio per loro, data la propria esposizione alla condizione patogena (per esempio, il personale sanitario o i professionisti al lavoro) o il fatto di avere contratto la malattia. In alcuni lavori, tali condizioni virali vengono considerate al pari di patologie stigmatizzanti, quali l’HIV negli anni ’80-’90, in quanto rimandano, anche erroneamente, ad una sorta di condotta “sbagliata” e pericolosa, messa in atto dal soggetto, tale per cui il rischio e/o il contagio per se stesso e per gli altri si sono verificati. 

A questo si aggancia la sensazione di impotenza, tipica delle situazioni in cui le potenzialità del singolo e del gruppo appaiono, o sono, “sproporzionate” rispetto alle richieste in campo, generando senso di inutilità, sopraffazione. Ossia: “non c’è nulla che possa fare di davvero risolutivo rispetto alla potenza e all’aggressività di quanto sono chiamato ad affrontare”. In queste condizioni è possibile che si verifichi una sorta di resa psichica in cui l’individuo percepisce una condizione dispari e incolmabile tra quello che sa/deve/può fare e le possibilità di riuscita. 

Dall’esperienza di queste sensazioni può derivare una reazione di isolamento, dal momento in cui la persona ritiene, erroneamente, di essere l’unico a provare una serie di emozioni negative, che considera inappropriate: in questo senso, la paura, la rabbia, l’incertezza, vengono considerate reazioni “sbagliate”, tali da provare vergogna, da non potersi confrontare con gli altri. Questo vale per i malati, posti in condizione di estremo isolamento rispetto ai propri cari, alle proprie funzioni, alla vita così come conosciuta; per le famiglie e la cerchia delle persone malate, anch’esse allontanate tra loro e dai propri affetti a scopo protettivo; per il personale sanitario che, in virtù della propria formazione e implicazione professionale, fatica a riconoscere in se stesso l’emergere di condizioni di difficoltà e disagio a livello emotivo.

In ultimo ,come altre patologie gravi, ma in questo caso in modo più massiccio data la sua caratteristica pandemica, il Covid-19 mette il malato, la sua famiglia, il personale curante di fronte al rischio di morte, caricando di ulteriore angoscia i vissuti di malattia, bisogno, fragilità. In questo caso, la morte è diffusa, reale, possibile e tale condizione risulta “spaventante” per ognuno, disorganizzando i pensieri, i sentimenti ed emozioni, il comportamento, fino alla possibilità di generare uno stato depressivo “appreso”, legato alla sensazione di non avere alcun controllo e/o potere sulle possibilità legate alla guarigione. Si tratta di una sorta di resa, prima ancora che la “battaglia” sia persa, che nasce dapprima a livello psichico e poi fisico, come estrema difesa rispetto all’ansia e al dolore della morte possibile, dell’angoscia ad essa collegata, dell’impotenza di fronte ad essa.

Ovviamente, questi aspetti non sono veri e identici per tutti, ma si legano anche ad alcune fragilità presenti prima dell’evento scatenante, che possono fungere da ulteriori fattori di rischio rispetto alla possibilità che si attivino aspetti di malessere e disagio psichico, come anche a fattori di protezione che ognuno di noi possiede e che può mettere in campo nel momento del bisogno. La letteratura ci parla della resilienza, ossia della capacità di resistere e non modificarsi profondamente, tipica di ogni individuo, di fronte alle condizioni sfavorevoli, stressanti, dolorose della propria esistenza professionale e/o personale. Questa situazione di emergenza mette in campo fortemente la resilienza personale, richiedendo ad ognuno di far riferimento alle proprie risorse emotive, cognitive e comportamentali per non venire eccessivamente piegato dalla condizione in corso.

Parallelamente, ogni individuo è in grado di adattarsi alle condizioni che sta affrontando, riuscendo trarne i migliori vantaggi possibili, poste le condizioni di partenza, riuscendo a riorganizzarsi a fronte di una esperienza sfavorevole che ha alterato i suoi consueti ritmi di funzionamento, del suo contesto personale e/o professionale. Queste sono definite le capacità di coping, grazie alle quali le persone riescono a riorganizzare parti dei propri progetti esistenziali, lavorativi, affettivi, qualora siano stati interrotti da uno o più eventi che li hanno in parte distrutti e/o modificati. Le capacità di coping costituiscono, quindi una caratteristica dell’individuo, utile anche al gruppo di appartenenza, nel momento in cui la propria riorganizzazione può generare modificazioni e cambiamenti in tutto il contesto di riferimento, sostenendo migliori e più adattive dinamiche.

Tutto questo per dire che tutti stiamo vivendo un fragile equilibrio in cui ognuno può essere bisognoso di qualcuno, di qualcosa e in cui il futuro è incerto, a fronte di un presente indebolito rispetto al senso di protezione, di continuità esistenziale, di fiducia in se stessi e negli altri, su cui si basa il benessere psichico.

Come è possibile quindi affrontare questo “durante” della pandemia Covid-19? 

La comunità psicologica sta lavorando tramite servizi di supporto aperti alla popolazione e centrati sulle tematiche dell’emergenza, delle difficoltà legate al qui ed ora del pericolo in atto, al disagio della “reclusione” e della perduta libertà, della convivenza, del prendersi cura degli altri, del proprio contesto di vita, della perdita dei propri ruoli lavorativi, sociali, economici. 

Questo “durante”, ma occorre pensare anche al futuro che ci veda pronti con competenze e possibilità, perché arriverà un momento in cui non occorrerà più sostenere nell’emergenza, ma in cui le persone avranno bisogno di riappropriarsi della propria esistenza.

Quello che molti scienziati delineano, infatti, è che quest’onda lunga del Covid-19 ad un certo punto scenderà, ma ci sarà all’orizzonte un’altra onda lunga: quella del malessere e del disagio psicologico che, probabilmente, arriveranno alla fine, proprio da chi ha resistito meglio, da chi ha lottato, da chi ha avuto coraggio e potrebbe trovarsi sguarnito, stremato da questo sforzo.

La sfida sarà esserci.

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