SCIENZA E RICERCA

Erosione costiera: “Si intravede un miglioramento”

In Italia, stando ai dati riferiti da Legambiente, circa il 50% delle coste sabbiose è attualmente soggetto a erosione: le coste basse sabbiose (quelle erodibili) coprono 3.770 chilometri (su circa 8.000 chilometri di litorale) e quelle in erosione ammontano a 1.750 chilometri. In pratica nell’ultimo mezzo secolo sono scomparsi circa 40 milioni di metri quadrati di spiagge: come se fossero andati persi in media 23 metri di profondità di spiaggia per tutti i 1.750 chilometri di litorale in erosione.

Dell’argomento abbiamo parlato con Marco Ferrari, docente del dipartimento di Scienze della terra dell'ambiente e della vita all’università di Genova, che svolge attività di ricerca nel campo della geomorfologia costiera e marina e della sedimentologia e che si occupa in particolare di dinamica, evoluzione e salvaguardia dei litorali e gestione della fascia costiera. Proprio in questi giorni, Ferrari interviene su queste tematiche al Festival della Scienza di Genova. “Come si evince dal rapporto di Legambiente quella delle nostre spiagge non è una situazione tra le migliori. E si protrae da anni. Ultimamente, però, forse si inizia a intravedere un miglioramento generale, anche se non presente su tutta la costa italiana. In Liguria, per esempio, si assiste almeno in alcuni tratti di costa a un aumento e a una progradazione della linea di riva”. Alcune spiagge sono in continuo avanzamento da cinque, sei anni.

Andando a individuare le cause del fenomeno di erosione costiera, Ferrari si sofferma in particolare sull’antropizzazione della fascia costiera e sulle problematiche relative ai bacini versanti. “I corsi d’acqua sono il principale mezzo di trasporto dei sedimenti dall’entroterra alla costa, e tali sedimenti corrono alla formazione e al mantenimento delle nostre spiagge. Dunque, interventi all’interno dei bacini versanti, dei bacini idrografici, possono determinare degli scompensi sulla fascia costiera”. L’urbanizzazione ha inciso notevolmente sul problema, dalla costruzione di edifici a opere infrastrutturali di vario tipo che hanno ridotto l’estensione della spiaggia. Anche la realizzazione, in passato, delle vie di comunicazione lungo la fascia costiera ha avuto un peso significativo e non a caso, per esempio, nel ponente ligure il fenomeno erosivo è iniziato nella seconda metà dell’Ottocento, in corrispondenza della realizzazione della linea ferroviaria che si sviluppava lungo la costa.  

Guarda l'intervista completa a Marco Ferrari dell'università di Genova. Servizio di Monica Panetto, montaggio di Barbara Paknazar

“Il problema non sono gli eventi estremi – tiene a precisare Ferrari, discutendo l’influenza dei fenomeni naturali sull’erosione costiera –. Il mare fa il suo mestiere, conseguentemente l’agitazione ondosa determina un trasferimento in sedimenti dalla spiaggia emersa alla spiaggia sommersa durante le mareggiate, ma nel periodo di calma tali sedimenti ritornano verso riva. Il problema dunque non sono le mareggiate, ma le condizioni delle nostre spiagge. Una spiaggia stabile, ben strutturata, magari fornita di appoggi laterali che riducono la dispersione dei sedimenti nei settori sottoflutto, sarà in grado di sopportare benissimo un’agitazione ondosa anche delle più intense. Una spiaggia invece già instabile, compromessa per esempio dall’occupazione da parte di infrastrutture o che ha già subito fenomeni erosivi, sarà sicuramente più vulnerabile agli eventi estremi. Non è mai l’azione del mare dunque a determinare l’erosione, ma sono i fattori che hanno determinato quella situazione a provocare il fenomeno”.  

Negli ultimi 20 anni – secondo quanto riportato da Legambiente che ha recentemente istituito l’Osservatorio paesaggi costieri italiani – lo Stato e le Regioni in particolare hanno speso circa 100 milioni ogni anno per opere di difesa costiera, e di queste almeno l’80% sono opere rigide come pennelli o barriere. Si tratta di 1.000 chilometri lineari di strutture costruite fino all’anno 2000 a cui vanno aggiunti almeno altri 300 chilometri messi in opera negli ultimi 20 anni. “Possono esserci due approcci progettuali completamente diversi per intervenire sulle spiagge – spiega il docente –. Il primo è quello di sfruttare la tecnica del ripascimento e, nel caso, fornire un supporto per il mantenimento della spiaggia dato da appoggi artificiali, se mancano quelli naturali, che limitano la dispersione dei sedimenti. In queste condizioni la spiaggia poi successivamente è in grado di autogestirsi e difendersi naturalmente dal moto ondoso”. Intervenire attraverso il ripascimento significa, in sostanza, immettere sulla spiaggia ingenti quantitativi di sedimenti per ricostruire la parte erosa.

L’altro approccio – sottolinea Ferrari – è quello di opporre delle strutture rigide, di opporre una ‘forza’ alla forza delle agitazioni ondose. L’esempio classico sono le strutture parallele distaccate da riva che purtroppo interessano gran parte delle coste italiane specie nell’Adriatico, ma non solo. Non ritengo questa una modalità difensiva efficace”. Il docente fa riferimento agli effetti indotti dalle strutture stesse, di tipo igienico-ambientale innanzitutto – nello specchio acqueo protetto le acque sono praticamente ferme, con una scarsa circolazione – e indica anche altri effetti negativi che possono derivare da questo tipo di interventi, come la riflessione del moto ondoso sulle strutture che determina la formazione di vere e proprie depressioni, erosioni nella spiaggia esterna. Possono verificarsi poi flussi di ritorno attraverso i varchi di queste strutture, che provocano la dispersione al largo dei sedimenti e fenomeni erosivi tra le strutture stesse. Infine, secondo Ferrari, non va dimenticato l’aspetto economico, dato che sono strutture che richiedono una continua manutenzione con costi economici elevati.

In Italia, non tutti i litorali soffrono di erosione costiera allo stesso modo e uno degli aspetti da considerare è l’assetto morfologico. “In Liguria la costa è prevalentemente rocciosa - osserva il docente -, le spiagge sono limitate in estensione, generalmente inserite tra capi rocciosi e, quindi, in un contesto simile si può intervenire su settori più ridotti, fronte mare, adottando la tecnica del ripascimento, supportata da strutture laterali, tipo pennelli”. In pratica con manufatti in muratura di pietrame che si protendono verso l’acqua, perpendicolarmente o inclinati, a difesa delle spiagge. “Una situazione completamente diversa, molto più complessa, è quella di litorali come quello adriatico o della Versilia, che si caratterizzano per avere spiagge lunghe ed estese, che necessitano dunque di interventi molto più ampi. Intervenire sul singolo tratto costiero risulta molto più complesso, in questi casi. Si rischia di creare degli squilibri che poi si riverberano sulle spiagge poste sotto flutto. Quindi, a mio modo di vedere, allo stato attuale le spiagge che risentono più del fenomeno erosivo sono quelle caratterizzate da litorali molto estesi”.  

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