SCIENZA E RICERCA

Una famiglia di geni: Vincenzio Galilei

Quando si dice una famiglia di geni. Rivoluzionari. Lui, il padre, ha realizzato in musica una rivoluzione, appunto, che per lo storico Stillman Drake è «comparabile a quella del figlio nella scienza». Mentre lui, il figlio, pioniere della rivoluzione scientifica, avrebbe potuto ricevere dal genitore musicista l’imprinting sul nuovo metodo per produrre conoscenza scientifica. O, forse, no. Perché potrebbe essere stato il figlio ad aver trasmesso al padre il metodo che ha consentito il cambio di paradigma nella teoria musicale. 

Stiamo parlando, lo avrete capito, di Vincenzio (il padre) e di Galileo (il figlio) della casata dei Galilei. E di una storia forse troppo poco nota, fuori dagli ambienti degli addetti ai lavori, che ci conferma come il rapporto tra arte e scienza – in questo caso tra musica e scienza – sia strettissimo. E che se qualche decennio fa sir Charles Percy Snow rilevava l’avvenuta separazione tra «le due culture», la schisi tra queste due dimensioni del modo che ha l’uomo di raccontare il mondo è, per dirla con Primo Levi, del tutto innaturale.

La storia di Galileo è ben conosciuta.   

Quella di papà Vincenzio inizia nel 1520, quando viene alla luce a Santa Maria a Monte, nei pressi di Pisa. Ben presto il ragazzo lascia il borgo natio che considera selvaggio per trasferirsi a Firenze e poi a Pisa, e acquisire almeno quattro meriti di fronte alla storia. Il primo è anche il più scontato: quando ha ormai 44 anni, Vincenzio, insieme alla moglie Giulia Ammannati dà vita a un figlio destinato a giusta ragione a diventare celeberrimo: Galileo. Non è un merito intenzionale quello di Vincenzio, perché nessuno, neppure lui, avrebbe potuto prevedere che il nascituro sarebbe diventato il pioniere di quella rivoluzione scientifica che ha segnato i secoli a venire. 

Ma ci sono altri tre meriti, forse meno conosciuti ma non meno importanti e certo più intenzionali che vanno riconosciuti al liutista Vincenzio Galilei. Il primo di questi meriti è aver realizzato in prima persona una rivoluzione – una piccola serie di rivoluzioni – che in musica, come riconosce Stillman Drake, non è meno importante di quella realizzata dal figlio in ambito scientifico

Un secondo merito di Vincenzio è quello di aver fornito al figlio Galileo un esempio pratico di determinazione e di sfida all’ipse dixit, all’autorità che pretende di parlare sulla base della parola e non della stretta aderenza ai fatti. Vincenzio osa sfidare Pitagora e, anche, un personaggio di cui diremo tra poco, Gioseffo Zarlino, sulla base di solidi argomenti – “certe dimostrazioni” e “sensate esperienze” – introducendo il figlio Galileo alla nobile arte, anche letteraria, della polemica. 

Ultimo, ma non ultimo, papà Vincenzio ha il merito di aver dimostrato al figlio Galileo che arte e scienza – due dimensioni della cultura umana ritenute troppo spesso agli antipodi e sostanzialmente incomunicanti – non solo possono formare un ordito stretto e robusto, ma anche che il processo di tessitura culturale avviene nelle due direzioni: con fili che partano dalla scienza e giungono arte, ma anche con fili che partono dall’arte e giungono alla scienza. Con percorsi talora carsici, ma spesso chiari e trasparenti.

È questo che rende pressoché unico il caso di Vincenzio e di Galileo Galilei.

Ricostruiamo, per sommi capi, la vicenda. A vent’anni o giù di lì, come abbiamo detto, Vincenzio Galilei lascia Santa Maria a Monte e si reca a Firenze per studiare musica. Presto diventa un liutista coi controfiocchi. È bravo, ma inquieto. A quarant’anni o forse più, ecco che si sposta a Venezia per affinare non tanto la pratica quanto la teoria musicale. E con chi se non con Gioseffo Zarlino, il celebre Maestro di Cappella della Basilica di San Marco

Zarlino è considerato in quegli anni il più grande tra i compositori e i teorici della musica. Un’autorità assoluta. Vincenzio, da buon allievo, ne assimila gli insegnamenti. Ma da buon allievo creativo e inquieto pensa bene di sfidarlo. Le tue teorie, va sostenendo rivolgendosi al padre musicale che vuole uccidere, sono fondate su un mero pregiudizio. Per quanto colto, riconosce. I punti principali che Vincenzio contesta in maniera radicale sono due. E le sue confutazioni daranno luogo, appunto, a due rivoluzioni: uno riguarda la polifonia vocale; l’altra, più profonda, riguarda la natura stessa della musica. 

Ma andiamo con ordine. Iniziando dalla polifonia vocale. O, se volete, del canto a tre e persino a quattro voci che Zarlino fa diffondere tra le navate, lì nella Basilica di San Marco. Rientrato a Firenze, Vincenzio entra in contatto con Girolamo Mei, noto cultore della musica nella Grecia classica, che gli spiega come la potenza di quell’antica arte consista nell’utilizzo di una singola melodia e si fondi sul prevalere della parola sugli strumenti. Vincenzio, che come Girolamo è membro di un’accademia nota come Camerata dei Bardi, utilizza dunque gli argomenti di Mei per contestare il sapore barocco delle polifonie di Zarlino e per proporre quel radicale cambiamento della musica rinascimentale, da cui scaturirà quel “recitar cantando” che oggi chiamiamo melodramma. 

Sì, insomma, Vincenzio Galilei è l’inventore dell’opera lirica

Le sue critiche a Gioseffo Zarlino e le sue proposte sono contenute in un libro, Dialogo della musica antica e della moderna, pubblicato a Firenze nel 1581. 

Il papà di Galileo è ormai un musicista famoso e la sfida che va lanciando irrita non poco Zarlino: sono pur sempre il Maestro di Cappella di San Marco e, perbacco, non posso fargliela passare liscia. Così Gioseffo risponde all’ex allievo (senza mai nominarlo) in un libro, Supplementi musicali,pubblicato a Venezia nel 1588. 

I toni della polemica salgono. Vincenzio non se la tiene e lancia un nuovo guanto di sfida, sotto forma di un nuovo volume: il Discorso intorno all’opere di messer Gioseffo Zarlinoda Chioggia, pubblicato l’anno dopo (1589) a Milano. Il tema è la natura della musica.

Ora bisogna sapere che due millenni prima Pitagora aveva teorizzato che la musica altro non è che pura matematica. L’armonia dei suoni – o, per essere più precisi, la consonanza –, nasce quando le frequenze delle note che si susseguono sono è in rapporto come i primi quattro numeri interi: è la regola del tetrakys.

Vero è che la musica praticata dagli artisti nei due millenni successivi in Occidente non si cura di rispettare alla lettera la legge pitagorica. Tuttavia nessuno osa confutare la teoria del grande filosofo greco. È proprio Zarlino che coglie, è il caso di dirlo, la dissonanza tra teoria pitagorica e pratica e si propone di superarla. Ma con un piglio da riformista, non da rivoluzionario. Insomma, Zarlino resta dell’idea che l’armonia sia fondata sulla matematica, ma sostiene che le note consonanti sono in rapporto tra loro non come i primi quattro numeri (1, 2, 3, 4), ma come i primi sei numeri (1, 2, 3, 4, 5, 6).  

Vincenzio Galilei critica alla base l’approccio di Zarlino e, quindi, di Pitagora. Per quanto al grande filosofo e matematico greco vadano riconosciuti indubbi meriti, non è accettabile che una qualsiasi proposizione sulla musica possa essere stabilita sulla base di un principio di autorità, sostiene il toscano. Non vale l’ipse dixit, come invece succedeva a Crotone. Anche la natura della musica va stabilita mediante “sensate esperienze”, in via sperimentale. Insomma occorre verificare empiricamente come si formano le consonanze. 

Vincenzio propone, per l’appunto, un cambio di paradigma concettuale. La natura della musica è fisica (dipende dalle vibrazioni dell’aria) e non matematica. Per questo – qui sta il salto epistemico – non si limita a studiare e ad applicare le regole musicali di Pitagora o di Zarlino, perché così è scritto, ma organizza veri e propri esperimenti per verificare se e come nella realtà quelle regole funzionino. In altri termini, Vincenzio cerca di elaborare una teoria musicale studiando empiricamente la fisica del suono. 

Il liutista decide, così, di sperimentare come si modificano gli effetti acustici al variare della lunghezza, della tensione, della natura materiale delle corde di vari strumenti. E scopre nuove leggi, matematiche, dell’armonia dei suoni diverse da quelle pitagoriche. Leggi che, secondo Stillman Drake, sono addirittura le prime leggi matematiche a essere elaborate in fisica, fuori dall’ottica e dall’astronomia

Poi, come fanno per l’appunto gli scienziati, pubblica i risultati dei suoi studi. E nel Discorso intorno alle opere di messer Gioseffo Zarlino, Vincenzio Galilei, polemista di classe, offre la dimostrazione che nell’intonare gli strumenti non sempre è corretto seguire le regole di Pitagora, ma che talvolta è necessario seguire regole matematiche diverse. Verificate e verificabili nella pratica. 

Ebbene, questi suoi esperimenti sulla natura della musica Vincenzio li realizza intorno al 1588 insieme al figlio, Galileo. Che ha, dunque, la prima concreta occasione di analizzare il rapporto tra “sensate esperienze” e “certe dimostrazioni”. È il papà musicista, dunque, che introduce il giovane, bravo in matematica, alla fisica. È Vincenzio che conferisce l’imprintingepistemologico al figlio. Così pensa, autorevolmente, quel grande biografo di Galileo che è Stillman Drake. 

Ma le cose andarono proprio così?

In realtà, è possibile anche un’altra interpretazione di quei fatti. Lo diciamo, beninteso con grande rispetto per Stillman Drake. Nel 1588 Galileo, nato a Pisa nel 1564 e trasferitosi a Firenze, è ormai un “matematico emergente” ed è già un “fisico promettente”. Ha infatti già effettuato alcune scoperte scientifiche per via empirica: attraverso l’osservazione del periodo del pendolo e con la bilancia per il calcolo del peso specifico dei corpi. Ha anche una buona consuetudine con la musica, pratica e teorica. Suona il liuto e altri strumenti, alquanto bene pare. Conosce la matematica di Pitagora. Ha letto i classici della teoria musicale, da Aristosseno, ad Aristotele, a Tolomeo. Conosce Zarlino, le idee di Girolamo Mei, i libri del padre. All’Accademia delle Arti del Disegno ha frequentato le lezioni di matematica e di matematica applicata di Ostilio Ricci. È grazie a lui che ha acquisito una conoscenza profonda, anche epistemologica, di Archimede: che, tra i matematici capaci di interrogare la natura attraverso esperimenti controllati, è stato forse il primo e certo il più grande in assoluto.

Poco o nulla sa, invece, il padre di tutto questo. 

Vincenzio il rivoluzionario confuta così il paradigma pitagorico dominante da duemila anni.

 Per quanto Vincenzio sia un genio non da meno del figlio, è dunque più probabile che sia Galileo a indicare al padre “come” trovare il giusto equilibrio tra matematica e fisica del suono, tra “certe dimostrazioni” e “sensate esperienze”. Che sia il giovane ormai ventiquattrenne, sentite le esigenze del padre, a lanciare l’idea e a progettare il metodo degli esperimenti. 

Quali elementi abbiamo per corroborare questa seconda ipotesi? Solo un indizio. Ma piuttosto solido. Molti anni dopo, nel 1638, Galileo Galilei propone il frutto della sua ultima fatica intellettuale: i Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze attenenti alla meccanica e i movimenti locali. In questo che molti a ragione considerano il suo capolavoro scientifico, ritorna sugli esperimenti musicali realizzati col padre. E ne amplia la teoria. La musica non è solo fisica (vibrazioni dell’aria) ma anche fisiologia (vibrazioni delle membrane dell’orecchio). Ed è solo il combinato disposto di fisica e biologia umana può rendere conto dell’armonia, ovvero della percezione armonica dei suoni.

Le riflessioni originali del 1638 dell’anziano Galileo non possono che affondare le radici in quelle del 1589 del giovane Galileo. Certo, siamo, nel campo delle ipotesi. Non abbiamo alcuna prova per decidere chi, tra padre e figlio, abbia influenzato chi. Non è affatto escluso – anzi, è molto probabile – che l’influenza sia stata reciproca. Un fatto è certo, musica e fisica si intrecciano all’alba della nuova scienza. E l’intreccio si consuma in casa Galilei.

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