SOCIETÀ

L’indignazione che non proviamo

Se la deforestazione non diminuirà, in meno di 25 anni un’intera specie di lemuri del Madagascar, i sifaka Milne-Edwards, questo il loro nome, si estinguerà a causa degli effetti del cambiamento climatico, della distruzione del loro habitat e del bracconaggio. Questo è solo l’ultimo di una lunga serie di studi che certificano la drammatica erosione del patrimonio di biodiversità di cui le attività umane sono direttamente responsabili.

Venerdì 14 ottobre due giovani attiviste di Just Stop Oil hanno lanciato il contenuto di due lattine di zuppa di pomodoro contro i girasoli di Van Gogh alla National Gallery di Londra. Hanno poi scavalcato la corda di sicurezza, si sono incollate le mani al muro e da sotto il dipinto una delle due, Phoebe Plummer, ventunenne londinese, ha scandito: “Cosa vale di più, l’arte o la vita? Vale più del cibo? Più della giustizia? Siete più preoccupati della protezione di un quadro o della protezione del nostro pianeta e delle persone che ci vivono? La crisi del costo della vita fa parte del costo della crisi di petrolio e gas. Il carburante non è alla portata di milioni di famiglie al freddo e affamate. Non possono nemmeno permettersi di scaldare una zuppa. Milioni di persone stanno morendo per monsoni, incendi e grave siccità. Non possiamo permetterci altro petrolio e gas”. La protesta era in particolare rivolta al governo britannico e chiedeva di non concedere nuove licenze per l’estrazione di combustibili fossili.

Il quadro di Van Gogh imbrattato vi avrà, come minimo, fatto correre un brivido lungo la schiena. “Un patrimonio artistico e culturale inestimabile andato perduto per un gesto sconsiderato!” sarà stata la prima reazione. Probabilmente invece vi sarete già dimenticati il nome della scimmia del Madagascar che è a rischio di estinzione.

Tali reazioni, sincere, immediate, non sono altro che la misura di una nostra scala di valori, in cui biodiversità e ambiente cadono molto in basso.

La contrapposizione tra arte e vita proposta dalle attiviste di Just Stop Oil è naturalmente una falsa dicotomia, una fallacia argomentativa che presenta due opzioni come mutuamente esclusive, alternative l’una all’altra, quando invece non lo sono. Nessuno vorrebbe vivere in una civiltà, per quanto sostenibile, senza arte. Con un espediente retorico provocatorio però ci viene fatto capire che sembriamo disposti ad accettare il contrario: vivere in una civiltà ricca di arte (o di qualsiasi altra cosa) ma non sostenibile.

Ci indigniamo per una minaccia al nostro patrimonio artistico, ma non facciamo altrettanto per difendere il nostro patrimonio ambientale e di biodiversità. Restiamo passivi dinanzi all’estinzione di una specie, come del resto restiamo generalmente indifferenti alla fame e alla povertà di altri esseri umani, la cui matrice oggi è la stessa crisi energetica che è concausa della crisi ambientale.

L’obiettivo polemico del gesto chiaramente non è l’arte, Van Gogh o i musei: ne è prova il fatto che la zuppa di pomodoro non è finita sulla tela ma sul vetro protettivo del quadro e ha solo temporaneamente macchiato la cornice, senza causare danni permanenti, fanno sapere dalla National Gallery. I girasoli infatti sono tornati al loro posto sei ore dopo l’atto dimostrativo.

Il bersaglio di quel lancio era semmai l’indolenza e la contraddizione di un’intera civiltà, la nostra, che non vuole fare i conti con la catastrofe di cui è responsabile e di cui non ha compreso, o forse non ne vuole vedere, la portata. È nell’indifferenza che si consumano i crimini più atroci, la storia ce l’ha detto molte volte, ma non abbiamo mai imparato.

L’arte sembra piuttosto essere stata scelta come mezzo di amplificazione del messaggio, o addirittura come linguaggio espressivo, dirompente, spiazzante. Il richiamo alla zuppa Campbell di Andy Warhol è fin troppo evidente. L’imbrattamento dei girasoli è stata essa stessa una performance artistica che ha avuto il merito di mettere sotto i riflettori qualcosa che non esiste: la nostra indignazione di fronte alla crisi ambientale.

Cosa però sia arrivato di tutto questo al grande pubblico non è facile capirlo. A sostegno dell’iniziativa si è espresso Adam McKay, regista di Don’t Look Up, film con Leonardo Di Caprio e Jennifer Lawrence che trasforma metaforicamente il cambiamento climatico in asteroide in rotta con la Terra, e che esplora con cinismo i meccanismi di rifiuto psicologico, sociale e politico che l’uomo è in grado di mettere in atto di fronte a una realtà che non accetta.

Molti titoli apparsi sui media hanno però messo in risalto l’atto vandalico (che vandalismo non è stato), senza guardare oltre al gesto in sé. “Fuoco amico” è arrivato anche dal climatologo Michael Mann, che dalle pagine del Washington Post ha sostenuto che azioni come queste finiscono per allontanare dalla causa ambientalista più persone di quante ne riescano ad avvicinare.

Il fatto è che se ci si ferma alla superficie Mann può anche avere ragione. Fermarsi o meno alla superficie però dipende non tanto dagli autori del gesto, ma da come se ne parla sui canali di informazione e da quanto le persone sono disposte ad approfondire, ragionare, discutere, elaborare.

La performance delle attiviste di Just Stop Oil è stata sicuramente “spettacolare”, potente da un punto di vista comunicativo. Il rischio è che resti l’ennesimo numero di intrattenimento della società dello spettacolo. Affinché ciò non avvenga e per rendere altrettanto potente il messaggio dietro il gesto è necessario un ragionamento, che però la performance in sé da sola non può garantire. È responsabilità di chi osserva, operatore dei media o spettatore che sia, avviare quel ragionamento: alla reazione di pancia deve seguire una reazione di testa.

Oltre a voler esercitare pressione sul governo britannico, che ha da poco ridato via libera alle attività di fracking (tecnica di estrazione degli idrocarburi altamente impattante), da questo punto di vista la performance dei girasoli può essere vista come un artistico invito a ragionare, oltre la superficie delle cose, e a rimetterci seriamente in discussione, a rivedere la nostra scala di valori.

Guardando al contesto delle proteste ambientaliste, sono stati fatti diversi accostamenti possibili, a seconda che si voglia screditare o esaltare l’iniziativa. L’azione della settimana scorsa forse assomiglia alle contestazioni di gruppi animalisti come Animal Rebellion, che svuotano bottiglie di latte nei corridoi dei supermercati perché vogliono un plant based future (un futuro basato sulle piante)? O magari è più vicina all’iniziativa del WWF, che qualche anno fa ha ritoccato digitalmente, tra gli altri, un dipinto di Diego Velasquez e ha immerso Filippo IV e il suo cavallo in un metro d’acqua per mostrare le conseguenze dell’innalzamento del livello dei mari e del cambiamento climatico.

Quel che è certo è che quella di Just Stop Oil non è affatto un’azione isolata, né nuova. Il 5 luglio scorso altri due attivisti si erano incollati le mani alla cornice di un quadro di John Constable, sempre alla National Gallery. Ad agosto il collettivo, nato come costola insoddisfatta di Extinction Rebellion, aveva preso di mira direttamente i distributori di benzina del Regno Unito.

Lunedì 17 ottobre alle 5 del mattino due attivisti si sono arrampicati a più di 80 metri di altezza lungo i tiranti del ponte Regina Elisabetta II, che collega le regioni dell’Essex e del Kent nel Regno Unito.

Fino a che non sentiranno dal governo britannico una significativa dichiarazione che vada nella direzione di togliere tutte le nuove licenze di estrazione alle di aziende Oil & Gas, gli esponenti di Just Stop Oil non scenderanno. “Questo è il momento della resistenza civile”, ha detto Morgan Trowland, ingegnere civile trentanovenne, a cavalcioni di un tirante del ponte. “C’è bisogno di una rapida transizione alle energie rinnovabili e questa transizione deve essere finanziata dai profitti delle aziende O&G” ha aggiunto.

Per il secondo giorno consecutivo il ponte è rimasto chiuso al traffico, creando code e disagi. Di nuovo, in molti si chiedono se sia questa l’azione climatica di cui c’è bisogno e la risposta sembra venir data, dalla pagina Twitter di Just Stop Oil, con le parole della battaglia combattuta da Martin Luther King.

“Ho quasi raggiunto la deplorevole conclusione che il grande ostacolo del Nero lungo la sua strada per la libertà non sia tanto l’esponente del Consiglio dei Cittadini Bianchi o del Ku Klux Klan, ma il bianco moderato, che è più devoto all’“ordine” che alla giustizia; che preferisce una pace negativa che è l’assenza di tensione a una pace positiva che è la presenza di giustizia; che dice costantemente “sono d’accordo con te nell’obiettivo che cerchi di raggiungere, ma non posso esserlo con i tuoi metodi di azione diretta”; che parternalisticamente crede di poter programmare l’ora della libertà di un altro uomo; che vive secondo una concezione mitica del tempo e che costantemente consiglia al Nero di aspettare “un momento più opportuno”.

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