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La crescita dell’energia solare in Africa è made in China

Tra le aree in cui negli ultimi anni si è registrata una notevole crescita delle di fonti di energia rinnovabile, e in particolare del solare grazie ai suoi costi estremamente competitivi, c’è anche il continente africano. Un’analisi di Ember ha mostrato che nei 12 mesi intercorsi tra metà 2024 e 2025 l’Africa ha aumentato del 60% le importazioni di pannelli solari provenienti dalla Cina (il più grande produttore ed esportatore), arrivando a 15 GW di capacità rispetto ai 9,4 GW precedenti.

Senza considerare il Sud Africa, che resta il maggiore acquirente, le importazioni negli altri Paesi africani sono triplicate, passando da 3,7 a 11,2 GW. Sono 20 gli Stati africani che hanno registrato nuovi record: tra questi ci sono l’Algeria, lo Zambia, il Botswana, il Sudan, la Liberia, la Repubblica Democratica del Congo, il Benin, l’Angola e l’Etiopia.

Sono circa 600 milioni gli africani che ancora non hanno accesso all’elettricità (il 43% percento dell’intera popolazione del continente). Grazie alla loro modularità, i pannelli fotovoltaici hanno la potenzialità di portarla là dove altre infrastrutture energetiche non arrivano.

Negli ultimi due decenni l’energia solare ha contribuito a migliorare la vita delle comunità rurali, illuminando case, scuole, ospedali, attivando pompe dell’acqua e mini reti elettriche. Tuttavia, solo l’Egitto e il Sud Africa possono contare la propria capacità di generazione installata in GW piuttosto che in MW. Per un confronto, in Italia abbiamo circa 40 GW di solare installati, ovvero 40.000 MW.

La capacità produttiva di pannelli solari del continente resta molto limitata: solo il Sud Africa e il Marocco raggiungono 1 GW e nonostante ci siano progetti per aumentarla, nel 2025 restavano al di sotto di questa soglia Paesi come l’Egitto e la Nigeria.

I circa 15 GW di pannelli solari importati in Africa secondo Ember potrebbero produrre il 5% di tutta l’energia elettrica del Paese. Si tratta di una percentuale significativa, ma non si può ancora parlare di un vero e proprio boom delle rinnovabili. Per raffronto, i dollari spesi in importazioni di petrolio raffinato sono, a seconda dei Paesi, dalle 10 alle 100 volte di più rispetto a quelli spesi per importare pannelli fotovoltaici.

In prospettiva però, la diffusione dell’energia solare potrà far diminuire le importazioni di prodotti petroliferi perché andrà ad esempio a sostituire il gasolio oggi utilizzato per alimentare i generatori di energia elettrica che non solo allacciati alla rete. Il costo di un pannello solare può ripagare in pochi mesi (Ember ne stima circa 6) i costi di un generatore che deve continuare a venire rimboccato di gasolio.

Il caso del Sud Africa

Grazie anche ai pannelli solari cinesi, il Sud Africa oggi è arrivato a produrre circa il 10% della sua elettricità da fonte solare, allentando la sua storica dipendenza dal carbone, la più inquinante ed emissiva delle fonti fossili. La gran parte delle centrali a carbone sudafricane sono vecchie, necessitano di costosa manutenzione e nel recente passato sono state la causa di numerosi e ripetuti blackout in alcune zone del Paese. Anche per questo molti cittadini hanno scelto di montarsi nelle proprie abitazioni i pannelli fotovoltaici, che non solo hanno mantenuto attiva la corrente, ma hanno anche ridotto i costi della bolletta.

Oltre alle installazioni residenziali, sono stati costruiti impianti di scala industriale (utility-scale) e infrastrutture di rete che consentono di trasportare nel Paese l’energia elettrica prodotta.

Secondo alcuni analisti tuttavia, l’affidamento alla Cina non risolve alcuni problemi strutturali del Paese e più in generale del continente. Il Sud Africa importa prodotti lavorati altrove, acquista tecnologie di cui non incorpora le conoscenze e di conseguenza non crea nuovi posti di lavoro interni che contribuiscano a far crescere l’economia locale.

A questo si aggiungono considerazioni sulla sicurezza: nonostante la proprietà delle reti elettriche sia statale, sono spesso le compagnie cinesi a gestirne l’operatività e, per lo meno in parte, a guadagnarci.

Intervistata dal New York Times, la vice ministra dell’energia, Samantha Graham-Maré, ha evidenziato un’altra problematica: più utenti installano i pannelli solari, più si abbassano le entrate per la compagnia elettrica statale (Eskom), che dovrà alzare il costo delle bollette, spingendo altri utenti a ricorrere a nuove installazioni.

Nonostante il costo dei pannelli sia crollato negli ultimi anni, in Sud Africa e ancora di più in altri Paesi africani molte persone non dispongono del capitale iniziale necessario alle installazioni residenziali.

Ciononostante, Eskom si è resa conto che non può competere con il solare e per questo ha deciso di far pagare una piccola quota a ciascun utente che intende connettersi alla rete e vendere energia alla rete, come accade già in altre parti del mondo dove la penetrazione della produzione locale di energia rinnovabile è già più avanzata. La compagnia ha anche deciso di costruire grandi impianti solari là dove sorgevano centrali a carbone ora dismesse.

Ciascun Paese ha le sue peculiarità, ma a guardar bene le sfide energetiche, economiche e di sicurezza con cui si sta misurando il Sud Africa non sono poi così diverse da quelle che si trova di fronte l’Europa, che continua a puntare sulla decarbonizzazione e che deve al contempo preservare la sua integrità economica.

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