SOCIETÀ

Sharenting, quando i figli diventano influencer

Viene definito sharenting ed è la pratica, sempre più diffusa, di condividere online ogni minuto di vita dei propri figli, trasformandoli in veri e propri influencer, dalle prime ecografie alle prime parole, dai primi passi ai primi balletti, dal primo Natale al primo giorno di scuola e così via, talvolta mettendoli al centro di vere e proprie strategie di comunicazione. Da share, ovvero condividere, e parenting, genitorialità, questo fenomeno può passare da una esposizione/condivisione, gestita e controllata (al di là delle personali opinioni), a una vera e propria sovraesposizione dei figli, una sorta di over-sharenting

Ci sono due questioni da affrontare. La prima: di uso e abuso di tecnologie da parte dei minori si parla da tempo, ma forse si dovrebbe iniziare a parlarne anche diversamente e meglio, evitando di semplificare troppo la questione: non è sempre e comunque colpa delle tecnologia, per bambini e ragazzi oltre ai rischi esistono opportunità (in Geografie d'infanzia, quarto titolo della collana I libri de Il Bo Live, ce ne siamo ampiamente occupati). La seconda: il fenomeno delle famiglie social e dei loro piccoli influencer cresce, ed è ormai ben visibile. Dunque, i bambini non sono più solo utilizzatori di app e dispositivi, ma sono al centro dei contenuti e di una comunicazione massiccia che passa attraverso questi strumenti.


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Una riflessione pubblicata recentemente su Aeon e un articolo di Science con una proposta di regolamentazione per proteggere i bambini nel cyberspazio, che tenga in considerazione caratteristiche, bisogni e vulnerabilità, ci convincono ad approfondire l'argomento con una intervista a Tiziana Metitieri, neuropsicologa all'ospedale Meyer di Firenze. 

Torniamo ad analizzare i punti di vista: l'utilizzo della tecnologia è al centro di dibattiti e riflessioni critiche ma, per i nativi digitali, istruzione, apprendimento, modalità di interazione e socializzazione sono ormai strettamente connessi all'universo digitalizzato. Si parla meno invece di (sovra)esposizione social dei bambini da parte dei genitori stessi, pur essendo una pratica già ampiamente diffusa: non a caso “l’ultimo rapporto Ocse, Empowering Young Children in the Digital Age, segnala tra i maggiori rischi per i minori proprio l'abitudine dei genitori a diffondere per lo più inconsapevolmente contenuti dei figli, anche molto piccoli, dalle foto ai video YouTube", spiega Metitieri a Il Bo Live.


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"Da una parte abbiamo l'uso delle tecnologie digitali che, in base all'età dei bambini, richiede un certo tipo di responsabilità da parte dei genitori, che diminuisce nell'adolescenza - continua -. Lo stesso rapporto Ocse sottolinea l’importanza dell'educazione da parte della famiglia o del contesto scolastico, quando la famiglia non ha risorse o strumenti necessari, e ancora, della sicurezza e della tutela della riservatezza per prevenire effetti negativi. Questo approccio vale sia per l'uso delle nuove tecnologie che per lo sharenting. L’uso della tecnologia può iniziare già nella prima infanzia: se viene condivisa con i genitori può diventare uno spunto per raccontare una storia o inventare un gioco educativo, può essere integrata con altre attività e sfruttata nelle interazioni. In questo caso diventa un ulteriore strumento per la crescita e può anche essere utile ai genitori con molti figli: far guardare un video per una mezz’ora, mentre ci si occupa degli altri, non è così grave, soprattutto se lo scopo è mantenere un equilibrio all’interno della famiglia. Di solito, dopo l’allenamento di calcio e la lezione di danza si chiede: cos’hai fatto? Come è andata? Nessuno vieta di fare le stesse domande dopo la visione di un video su un dispositivo. Risulta fondamentale prestare grande attenzione alla corretta educazione a partire dall’infanzia e nella fase scolare primaria perché lì vanno messi i pilastri che poi verranno interiorizzati. Con gli adolescenti non si può fare, è addirittura controproducente, va costruito tutto prima, anche e soprattutto a livello di regole”.

Partiamo dall’uso di app e dispositivi, riflettiamo su tempi di utilizzo e qualità dei contenuti visti dai più piccoli.

“Non è importante il tempo, è importante sapere cosa fanno. Un bambino può anche guardare video per soli dieci minuti al giorno, ma se le immagini sono violente e i contenuti non adatti alla sua età, quei pochi minuti sono molto più dannosi di un’ora trascorsa tra giochi educativi, cartoni animati e corsi di lingua inglese, attività certamente più costruttive. Dal punto di vista della ricerca, misurare il tempo di esposizione non ci dice più nulla, è una variabile inutile: non ci dà la misura di quello che accade, dobbiamo invece considerare i contenuti. Di tempo si è parlato molto soprattutto per enfatizzare l’impatto negativo dell’uso dei dispositivi: ad oggi, però, non è stato dimostrato in maniera chiara e affidabile il suo effetto avverso sulla crescita di bambine e bambini”.

Questo per quel che riguarda l’utilizzo delle tecnologie, ma ribaltiamo il punto di vista: cosa accade quando i bambini vengono messi al centro dei contenuti, quando cioè diventano i protagonisti del racconto e quando vengono sovraesposti su social o altri canali virtuali dai loro stessi genitori?

“La tentazione da parte dei genitori di esporre i propri figli, negli spettacoli del paese o alle sfilate, non è un fenomeno nuovo, ma oggi è cambiata la quantità: quanti genitori lo fanno e quanti hanno la percezione reale di rischi e benefici di una esposizione continua, su social e altri canali, che trasforma i loro figli in piccoli influencer? Ci vuole buon senso e responsabilità: la cosa più bella della rete e dei suoi strumenti è l’accessibilità, ma questa accessibilità non è un beneficio assoluto. L’attenzione alla sicurezza e la gestione dei contenuti sono fondamentali".

I piccoli attori e le piccole attrici ci sono sempre stati, ma ora è cambiata la platea, si è molto estesa: in un attimo, le immagini possono arrivare ovunque, in tutto il mondo

La tutela dei minori dovrebbe essere garantita dal buon senso individuale e da leggi in grado di proteggerli.

“Un altro aspetto cruciale è legato alla mancata consapevolezza da parte dei genitori di aver avviato una vera e propria impresa, che gira attorno ai figli. Servono percorsi di preparazione e organizzazione delle giornate del bambino o della bambina. Improvvisando si va incontro a rischi elevati perché non si hanno gli strumenti per tutelarsi, per esempio, da eventuali minacce che possono giungere al profilo. E ancora, tornando alla psicologia dei bambini: quando le aspettative sono troppo elevate possono esordire problematiche comportamentali. Se proprio si vuole intraprendere un percorso del genere, bisogna essere consapevoli e seguire delle raccomandazioni”.

Ci sono genitori che, senza pensarci troppo, decidono di aprire un canale YouTube o un profilo Instagram per la figlioletta con una precoce passione per la cucina o per l’irresistibile bambino che racconta storie divertenti. Mettiamoci nei panni di quei bambini, protagonisti di storie condivise da milioni di utenti, fin da piccolissimi. Le chiedo: questa esposizione social potrebbe avere ripercussioni sulla loro vita futura? Quali sono i rischi psicologici a cui vanno incontro?

“Come dicevamo, piccoli attori e piccole attrici ci sono sempre stati, ma ora è cambiata la platea, si è molto estesa: in un attimo, le immagini possono arrivare ovunque, in tutto il mondo. Non possiamo sapere cosa accadrà, quale reazione potrà avere un piccolo influencer riguardando i suoi video quando sarà adulto, ma possiamo fare delle considerazioni. Se quel tipo di contenuto, oggi, rispetta i suoi diritti – procurandogli benefici, anche economici, non discuto di questo -, se il bambino si diverte e partecipa e non si isola, allora l’attività pensata dai genitori può rappresentare un arricchimento della sua giornata, fatta però anche di tante altre cose. Inoltre, il genitore deve tutelare il bambino evitando di condividere contenuti che possano essere oggetto di scherno o discriminazione. Io non posso prevedere le reazioni future di quell’individuo, ma se l’attività è considerata una tra le tante, posso presumere che non avrà un impatto negativo sulla sua vita adulta, o meglio, se ci saranno problemi in futuro, forse potrà non dipendere solo dal mezzo ma, più in generale, dalle relazioni familiari. Al contrario, se quel bambino diventa sempre più triste, video dopo video, se il genitore deve alzare il livello di coinvolgimento, se deve costringerlo, se lo isola da altri contesti sociali e attività ludiche e ricreative con i coetanei, in questo caso posso aspettarmi reazioni molto negative e preoccupanti, e non solo in età adulta: se esposto a un disagio psicologico, infatti, può mostrare subito comportamenti problematici. Per concludere, l’inserimento di un bambino nel suo mondo, fatto di famiglia, scuola e amici, va sempre tutelato e garantito”.

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