
Universitari e universitarie in corteo contro il presidente serbo Vucic. Foto: Reuters
È un sentimento di profonda ribellione quello che sta attraversando, da mesi, Belgrado e l’intera Serbia. Che resta compatto nelle incessanti manifestazioni di protesta pacifica guidate dagli studenti, soprattutto universitari, senza alcuna insegna di partito. Che non arretra nemmeno di fronte alle minacce sempre più esplicite del presidente Aleksandar Vučić, un nazionalista di destra, leader del “Partito progressista serbo”, che da 11 anni (dal 2014 come primo ministro, dal 2017 come presidente del paese) impone alla Serbia i suoi modi tutt’altro che democratici. Perché di questo si tratta, a Belgrado come altrove lungo la cerniera più a Est dell’Europa, dalla Turchia, alla Georgia: del rispetto delle regole democratiche. Di chi le calpesta (distillando un mix di terrore e di arroganza, puntando sulla stanchezza della società civile, sulla paura, sull’apatia) con l’obiettivo d’imporre un regime ibrido, un’autarchia che di democratico mantiene soltanto una parvenza, con elezioni truccate. E di chi invece le ha a cuore quelle regole, e per difenderle è pronto a sfidare le minacce e le violenze della polizia, gli arresti, mettendo a rischio perfino la propria incolumità. Tutto è cominciato il primo novembre dello scorso anno, poco prima di mezzogiorno, quando una tettoia in cemento della stazione ferroviaria di Novi Sad, la seconda città più grande della Serbia, 80 km a nord della capitale, è improvvisamente crollata uccidendo sul colpo 14 persone (le vittime complessive sono poi salite a 16). Il governo serbo, che pure aveva inaugurato con grande enfasi la struttura, ha tentato di respingere le proprie responsabilità, ma l’ufficio del procuratore superiore della Repubblica di Novi Sad ha sostenuto che quella tettoia era corrosa, e che il lavoro di restauro si era limitato all’aggiunta di strati di cemento, che hanno verosimilmente contribuito al verificarsi dell’incidente. Una perfetta sintesi di negligenza e di sospetta corruzione, visti gli enormi costi sostenuti per il restauro della stazione.

La grande manifestazione del 15 marzo 2025. Foto: Reuters
La più grande protesta di sempre
Una vicenda che ha toccato nel profondo la popolazione serba. E con lo slogan “è un crimine, non una tragedia”, migliaia di studenti e cittadini sono subito scesi in piazza, per protestare sempre più platealmente contro il governo, contro la corruzione e la mancanza di trasparenza, contro i continui attacchi all’indipendenza dei giornalisti (alcuni di loro spiati con il sistema Pegasus, uno spyware prodotto dalla società israeliana Nso Group). Proteste spontanee e pacifiche, senza appartenenze politiche, senza leader. Da allora ogni giorno alle 11:52 (l’orario del crollo) studenti e cittadini si fermano per 16 minuti in totale silenzio, anche nelle strade (viene addirittura fermato il traffico), per rendere omaggio alle 16 vittime della tragedia di Novi Sad. Il 15 marzo scorso la mobilitazione ha raggiunto il suo apice, con oltre 325mila persone confluite a Belgrado da ogni angolo del paese (che conta 7 milioni di abitanti) per la più grande manifestazione pubblica dalla disgregazione della ex Jugoslavia. Il governo serbo ha tentato in ogni modo di sabotare la manifestazione: autobus soppressi, treni cancellati, le aggressioni, le infiltrazioni. Con lo stesso presidente Vučić che ha minacciato arresti di massa per chiunque avesse osato partecipare alla protesta: non è bastato. Le richieste degli studenti sono chiare: chiedono la pubblicazione della documentazione completa riguardante i lavori di ristrutturazione della stazione ferroviaria di Novi Sad; che sia avviata un’azione penale contro i responsabili del crollo della tettoia della stazione; che al tempo stesso siano perseguiti penalmente tutti coloro che in questi mesi, durante le manifestazioni di protesta, hanno attaccato gli studenti e i dimostranti; la scarcerazione degli studenti arrestati durante le proteste; un aumento del 20% del budget statale destinato alle facoltà.
“Gli studenti lottano da mesi per un paese più giusto, democratico e libero”, ci spiega Aleksandra Ivic, attivista serba, che da anni vive tra Belgrado e Padova per sostenere e promuovere la letteratura ex/post jugoslava. “Per poter vivere senza temere ogni giorno per la propria libertà. Invece è l’intero sistema che lavora ‘contro’. I media sono controllati e non sono liberi, salvo qualche rara eccezione. La televisione nazionale è gestita dal regime e le notizie vengono filtrate e censurate. Ci sono giornali diretti da sostenitori e uomini del partito di Vučić che diffondono propaganda. Basta ascoltare gli slogan che i manifestanti gridano durante le loro proteste: ‘La corruzione uccide’, oppure ‘Le vostre mani sono insanguinate’. Questo vuol dire che in Serbia l’intero apparato burocratico (dalle istituzioni alla pubblica amministrazione, fino alla concessione degli appalti pubblici) sono impregnate di corruzione, il che porta poi alle conseguenze tragiche come quella di Novi Sad, dove per i lavori svolti male hanno perso la vita le persone innocenti: e nessuno si è assunto la responsabilità per quanto è accaduto”.
Indietro non si torna
Il presidente Aleksandar Vučić ormai ha capito che indietro non si torna. Che non sono bastate le dimissioni del governo guidato dal primo ministro Miloš Vučević, lo scorso 19 marzo, né la promessa di indire nuove elezioni il prossimo 8 giugno. Anche perché, visti i precedenti, c’è poco da stare tranquilli: secondo una relazione stilata dai deputati del Parlamento Europeo, il voto del 17 dicembre 2023 è stato palesemente irregolare: “Segretezza del voto violata, voto di gruppo, manipolazione della registrazione degli elettori, firme falsificate, attacchi orchestrati da funzionari serbi contro gli osservatori elettorali, compresi gli eurodeputati”. “A causa del persistente e sistematico abuso delle istituzioni e dei media da parte dei politici in carica per ottenere un vantaggio sleale, le ultime elezioni parlamentari e locali serbe si sono svolte al di sotto degli standard previsti per un paese candidato a far parte dell’Unione Europea”, hanno sostenuto gli eurodeputatinel loro rapporto finale. Una “fragilità” democratica, se così possiamo definirla, che sommata al peso delle proteste in corso non sta facendo bene neanche all’economia: il Vienna Institute for International Economic Studies, un istituto di ricerca indipendente senza scopo di lucro, ha indicato pochi giorni fa che la Serbia potrebbe subire un rallentamento della crescita del Pil nel 2025, con l’avvento di potenziali cambiamenti politici. Branimir Jovanovic, analista dell’Istituto per l’area dei Balcani, sostiene che “un cambio di governo potrebbe avvenire entro la fine del 2025 o l’inizio del 2026, e che questo passaggio potrebbe successivamente stimolare la crescita economica”.
Per uscire dall’angolo in cui si trova, Vučić ha deciso di giocare l’unica carta che gli è rimasta: attaccare i manifestanti, gli oppositori. Demonizzare tutti coloro che sperano in una nuova stagione democratica. Generare lui stesso violenza, per avere un pretesto, un appiglio. “La Serbia è stanca di coloro che la terrorizzano da quattro mesi”, è arrivato a sostenere. Passando poi alle minacce: “Faremo di tutto per evitare la violenza, ma anche per opporci a coloro che vogliono distruggere lo Stato”. “Di tutto”, evidentemente, comprende anche strumenti non leciti: durante la gigantesca manifestazione del 15 marzo scorso, i manifestanti, che stavano sfilando pacificamente, sono stati visti fuggire improvvisamente, spaesati, impauriti, le mani a coprirsi le orecchie. Il tutto causato da un rumore fortissimo e insopportabile, stando a quanto riferitodai testimoni. Secondo diversi esperti militari, le forze di polizia serbe avrebbero utilizzato un “cannone sonico” con l’intento di disperdere la folla. Si tratta di un’arma, vietata, in grado di emettere onde sonore ad alta intensità, producendo suoni che possono provocare dolori acuti alle orecchie, disorientamento, rotture del timpano oppure, nei casi più gravi, la perdita dell’udito, temporanea o irreversibile, a seconda del tempo di esposizione. “Sono solo menzogne e invenzioni”, ha minimizzato il presidente Vučić, ipotizzando che simili accuse facciano parte di un piano orchestrato dall’Occidente per rovesciarlo. “Se ci fosse una sola prova che un cannone sonoro è stato usato contro i manifestanti, allora non sarei più presidente”. Poi però la prova è uscita fuori: Ivica Dačić, ministro degli Affari interni, dopo aver negato l’esistenza di simili apparecchi ha ammesso che la polizia serba possiede un’arma sonica, prodotta dalla società americana Genasys, il “LRAD 100X”, ma che essendo illegale non è stata mai usata. “Questi sistemi sono stoccati nei nostri magazzini in scatole. Sono effettivamente di proprietà del ministero degli Affari interni, ma non sono stati messi in uso, né sono stati montati su nessuno dei nostri veicoli”. Scrive il settimanale serbo Nin: “Alla domanda sul motivo per cui lo Stato ha acquistato il sistema in anticipo quando il suo uso non è consentito, Ivica Dačić ha risposto che si è trattato di un “investimento sbagliato”. Secondo l’opposizione, la polizia possiede invece 7 apparecchi del genere.
Vučić: non mi farò sostituire
L’opzione del farsi da parte non esiste nell’immaginario del presidente Vučić: “Finché sarò vivo, non sosterrò il governo di transizione. Se vogliono sostituirmi, dovranno uccidermi”. Tra menzogne, omissioni e dimissioni eccellenti (diversi funzionari locali e nazionali hanno lasciato il loro incarico per protesta contro i metodi del presidente serbo) si fa sempre più stretto il cerchio attorno all’autocrate “triplogiochista”, uno che cura con estrema attenzione i rapporti con la Russia (ha in agenda il prossimo 9 maggio una visita a Mosca), con Pechino (si è detto “molto orgoglioso” del suo buon rapporto con il presidente cinese Xi Jinping), ma anche con l’Unione Europea (la Serbia è in “lista d’attesa” per l’adesione all’Unione), che a lungo ha finto di non “vedere” quanto stava accadendo a Belgrado. È di pochi giorni fa la prima, pubblica presa di posizione della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, piuttosto blanda, presa peraltro al termine di una “cena di lavoro” con lo stesso presidente serbo.
"Il paese deve realizzare le riforme dell’UE, in particolare per compiere passi decisivi verso la libertà dei media, la lotta alla corruzione e la riforma elettorale”, ha dichiarato von der Leyen, senza sbilanciarsi troppo. Ma sono in molti a ritenere che l’UE continui a mettere i suoi interessi economici davanti ai valori che predica. Per fare un solo esempio: nel luglio dello scorso anno, l’UE ha firmato un memorandum d'intesa con Belgrado annunciando una “partnership strategica su materie prime sostenibili”, che le dà accesso alle riserve di litio della Serbia, in gran parte non sfruttate. Altro che princìpi: quando ci sono affari di mezzo meglio fare il tifo per la “stabilità”. Eppure il ripristino dello stato di diritto, come continuano a chiedere le centinaia di migliaia di manifestanti a Belgrado, dovrebbe essere una delle incrollabili priorità dell’Unione Europea.
Intanto, in Serbia, la protesta continua. E coinvolge non soltanto gli studenti, con oltre 60 facoltà attualmente chiuse (e il governo ha annunciato che gli stipendi per il personale saranno pagati “solo in parte”), ma anche persone di diverse estrazioni sociali: impiegati, docenti, professionisti, agricoltori. E letterati, come Goran Marković, tra i più importanti registi del cinema serbo ed ex jugoslavo, oltre che scrittore, autore del romanzo storico Il trio di Belgrado (appena pubblicato in Italia da Bottega Errante). “Le proteste studentesche in Serbia vengono spesso paragonate con quelle del 1968 e quelle del 1997, ma ora c’è molto di più: c’è la fermezza delle persone che cercano giustizia, che chiedono giustizia. Credo che la loro perseveranza sia indomabile, incrollabile. Durerà finché questo regime non cadrà. Non si tratta semplicemente di una richiesta nominale degli studenti, loro chiedono solo che lo Stato funzioni nel rispetto delle leggi e che esse siano uguali per tutti. Chi sa leggere tra le righe, capisce che questo regime deve cadere affinché il Paese possa funzionare”. Marković non ha dubbi su come andrà a finire: “Il regime è nel panico. Cercano di guadagnare tempo e prolungare la loro agonia, ma la fine è imminente. Non possono rimanere al potere. L’unico modo per farlo è con i carri armati che scendono in strada, come è già avvenuto in passato. Ma non credo che l’esercito e la polizia ascolteranno Vučić così ciecamente come allora ascoltarono Milosevic”. Anche lo scrittore Saša Ilić (in Italia è stato pubblicato il suo romanzo Cane e contrabbasso, Keller editore, 2023, vincitore del premio letterario NIN) è sicuro che la “partita” per gli attuali governanti sia ormai ai titoli di coda. “Dal loro comportamento si capisce che sono profondamente consapevoli della loro incapacità di controllare una situazione per la quale non esiste altra soluzione che ritirarsi per sempre”.